Oakland (California): i portuali bloccano una nave israeliana in solidarietà con la lotta dei palestinesi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

OAKLAND, CALIFORNIA (USA): I PORTUALI BLOCCANO LA NAVE ISRAELIANA IN SOLIDARIETA’ CON LA PALESTINA
6 giugno 2021 –

Per il settimo anno consecutivo, alle navi di proprietà israeliana non è stato permesso di scaricare nel porto di Oakland. Il 4 giugno, migliaia di sostenitori della lotta palestinese hanno fatto sei picchetti simultanei durante due turni di lavoro per “Block the Boat”, mentre i membri del sindacato International Longshore and Warehouse Union Local 10 si sono rifiutati di lavorare sulla nave. La nave israeliana della ZIM è stata dunque costretta a lasciare il porto alle 6 del pomeriggio – con tutto il suo carico ancora a bordo. 

La giornata di azione è iniziata quando centinaia di manifestanti si sono riuniti al porto alle 5:00 del mattino per impedire ai lavoratori di entrare nell’ormeggio dove la nave ZIM di proprietà israeliana aveva attraccato. I picchetti sono stati fatti davanti sei ingressi utilizzati dai lavoratori del porto. A quel punto i membri dell’ILWU Local 10 e altri membri del sindacato si sono rifiutati di attraversare il picchetto e hanno iniziato a parlare con i manifestanti e i diversi camion che stavano imbarcandosi su altri navi hanno suonato i clacson in solidarietà con la protesta. La nave israeliana ha effettivamente lasciato il porto prima dell’inizio ufficiale del secondo turno della sera – segno di forte successo e della forza dell’azione Block the Boat. 

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1° maggio a San Francisco – parla Angela Davis: sostegno ai portuali cileni, solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo. Nel nostro secolo dobbiamo arrivare alla giornata di lavoro di 4 ore.

Riprendiamo dalla pagina facebook del Comitato 23 settembre questo breve video con gli interventi del rappresentante del sindacato dei portuali (ILWU) e quello di Angela Davis.

Chi ascolterà o leggerà questi interventi, con cuore sano e mente lucida, capirà al volo perché da anni insistiamo sull’importanza degli avvenimenti sociali e politici degli Stati Uniti, sui movimenti dell'”altra America”, la nostra, sull’importanza della voce delle donne militanti (quella che qui in Italia è ancora così flebile), e dei temi che nel primo maggio di San Francisco si sono affrontati di petto: la denuncia della repressione poliziesca, del razzismo sistemico (di stato e di mercato), del patriarcato, della xenofobia come strumenti di divisione del fronte di classe, la difesa del diritto all’organizzazione degli sfruttati, la solidarietà internazionalista e il ruolo centrale della classe operaia, del proletariato (quella classe che secondo i reazionari di tutte le risme sarebbe da sempre e per sempre decerebrata e impotente) e dell’unità dei proletari di tutti i paesi nel farla finita con questo sistema sociale di sfruttamento e di oppressione. In tale quadro di lotta di classe al capitalismo (e non semplicemente ai singoli capitalisti) si colloca anche l’accenno propagandistico alla giornata lavorativa di 4 ore da conquistare “in questo secolo”. Ma dove siamo: ad una riunione della TIR?

Ecco la traduzione degli interventi

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Il Covid-19 e le spire del capitale, di Rob Wallace e altri

Sabato 17 aprile l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi terrà un’importante iniziativa di contro-informazione, denuncia e organizzazione della lotta in difesa della salute delle masse sfruttate e della vita, a fronte di un capitalismo che si manifesta sempre più come necro-capitalismo, per dirla con i compagni sud-americani. L’intervento introduttivo – dedicato alle cause di questa pandemia – sarà tenuto da Rob Wallace, autore di due studi, Big Farms Make Big Flu e Dead Epidemiologists: on the Origins of Covid-19, giustamente considerati dei riferimenti necessari per inquadrare le cause strutturali della catena di epidemie con cui si è aperto il ventunesimo secolo. Per questa ragione riproponiamo qui un saggio di Wallace e altri (pubblicato in questo blog il 9 aprile scorso), che riassume i temi svolti in profondità nei due libri – senza che questo voglia significare, come ha frainteso qualche nostro lettore, farne l’alfa e l’omega della materia.

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Traduciamo dal sito della Monthly Review un saggio di Rob Wallace, Alex Liebman, Luis Fernando Chaves e Rodrick Wallace, un’anticipazione dal numero di maggio della rivista. Può suonare accademico l’approccio degli autori alle questioni macro- economiche e politiche, e si avverte l’assenza di un riferimento politicamente concreto alla classe che deve vivere del proprio lavoro, in tutta la complessità sociale, di genere, e “razziale” che ne definisce l’oppressione, materiale e simbolica, nella società contemporanea. Solo un concreto riferimento alla classe può infatti sostanziare le proposte di lotta degli autori. Ma la profondità della loro analisi, che rompe i confini disciplinari mostrando l’intreccio tra il ‘naturale’ e il ‘sociale’ nella genesi delle epidemie moderne, ed il repertorio di proposte che ne conseguono – proposte che rimandano alla necessità della rivoluzione sociale anti-capitalista – ne fanno un saggio di grande spessore.

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Fonte: Monthly Review, 1 aprile 2020
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Il calcolo

Il Covid-19, la malattia causata dal coronavirus Sars-CoV-2, la seconda sindrome respiratoria acuta grave dal 2002, è ora ufficialmente una pandemia. Da fine di marzo le popolazioni di intere città sono chiuse in casa e uno ad uno gli ospedali vanno in fibrillazione congestionandosi per l’impennata dei ricoveri.

Al momento la Cina respira meglio, dopo che all’iniziale scoppio è seguita una contrazione (1). Lo stesso vale per la Corea del Sud e Singapore. L’Europa, in particolare Italia e Spagna, ma sempre più anche altri paesi, si piega già sotto il peso dei morti, sebbene si sia solo agli inizi dell’epidemia. America Latina e Africa iniziano solo ora ad accumulare casi; alcuni paesi si stanno preparando meglio di altri. Negli Stati Uniti – un punto di riferimento, anche se solo perché si tratta del paese più ricco nella storia mondiale – il prossimo futuro si presenta nero. Si prevede che il picco non verrà raggiunto prima di maggio, e già gli operatori sanitari e i visitatori degli ospedali fanno a cazzotti per accedere alle scorte in esaurimento di dispositivi di protezione individuale (2). Gli infermieri, a cui i Centri per il controllo e la protezione dalle malattie (CDC) hanno raccomandato – la cosa è allucinante– di usare bandane e sciarpe come mascherine, hanno già dichiarato che “il sistema è condannato” (3).

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Dentro Amazon a Chicago: l’azione per costituire un vero organismo sindacale di lotta – una bella intervista da “Rampant” (italiano – english)

Riceviamo dal compagno Luc Thibault e ben volentieri accogliamo, proponendone una traduzione in italiano della compagna Giulia L. (seguita dall’originale inglese), la segnalazione di questa bella intervista ad un lavoratore chicano di Amazon che mostra il titanico sforzo in atto a Chicago per costruire un vero organismo sindacale di lotta degli “amazonians” su scala non solo metropolitana, ma nazionale, e battersi contro le infami condizioni di super-sfruttamento vigenti nel ventre della bestia, anche in questo caso particolarmente pesanti per migliaia di lavoratrici (come non ci stancheremo mai di denunciare). Il lavoratore che parla, differenzia giustamente l’azione in corso a Chicago da quella in corso in Alabama (e altrove), dove al crescente malcontento degli operai e delle operaie dei magazzini si sta rispondendo, invece, con il tentativo di costituire un organismo sindacale per via legale, essenzialmente attraverso campagne di opinione, come organismo di pressione anziché di lotta. Il compagno mostra, poi, di essere ben informato sugli sforzi analoghi in atto in Germania e Polonia – internazionalismo, internazionalismo, internazionalismo! Proletario, ovviamente. Al capitale globale, e alle sue concrezioni transnazionali, si può rispondere in modo efficace solo ed esclusivamente con la globalizzazione delle lotte e dell’organizzazione politica e sindacale di classe.

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Riparte la campagna per la scarcerazione di Mumia Abu-Jamal (L. Corradi)

Mumia supporters rally around the cause to end prison abuses | New York  Amsterdam News: The new Black view

“La libertà è l’unico trattamento!”

Mumia, militante afro-americano, scrittore, ex presidente dei giornalisti neri, è in carcere da 40 anni – nonostante l’età avanzata, una diagnosi di diabete e problemi al cuore; in questi giorni è risultato positivo al Covid e negli Usa è ricominciata la lotta per la sua immediata liberazione.

Molti/e di noi ricorderanno la battaglia per salvare Mumia dalla pena di morte: la sua fine era stata decretata per il luglio 1995 per iniezione letale – ma riuscimmo ad ottenere uno stay of execution e da allora si chiede giustizia per l’attivista che negli anni 80 era stato incastrato (come il militante Nativo-americano Leo Peltier) con testimonianze false riguardanti l’uccisione di un poliziotto. Poi furono in buona parte ritrattate ma di ciò la sentenza non tenne conto. Così da allora Mumia ha vissuto nel vuoto pneumatico dell’attesa di un nuovo processo – non più nel braccio della morte, dove ha visto passare decine di fratelli – fino al 2008 quando la condanna a morte è stata trasformata in ergastolo.

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