Stati Uniti. Le 8 ore sono lettera morta: la lotta operaia alla Dana e l’offensiva padronale alla Stellantis

Su segnalazione della compagna Angela, riprendiamo dal sito WSWS di agosto-settembre (i link sono in coda) un articolo sulla resistenza operaia in atto, negli stabilimenti statunitensi del gruppo Dana, nei confronti di un’intesa di svendita conclusa tra la proprietà e lo United Auto Workers, e sulla loro protesta contro un orario settimanale monstre di 84 ore a settimana e i bassi salari – un trattamento che i padroni di Stellantis vorrebbero estendere anche ai loro impianti. “La giornata di otto ore, combattuta da generazioni di lavoratori, è diventata lettera morta nell’industria automobilistica [statunitense – n.] a causa di decenni di collusione della UAW con il management aziendale”. Quanto sono lontani i tempi in cui gli Stati Uniti potevano vantarsi di avere, a livello di massa, i più alti standard di vita del mondo! E quanto si stanno avvicinando i tempi di una ripresa di combattività a più largo raggio del proletariato industriale statunitense…

DANA INCORPORATED in lotta

Ai primi di settembre i lavoratori della Dana Incorporated (in tutto 3.500 sparsi su 16 stabilimenti) hanno respinto, in 12 stabilimenti, con voto unanime, un contratto pro-management negoziato dalla United Auto Workers e dalla United Steelworkers (nota 1). La sera prima del voto un lavoratore a Dry Ridge è morto senza assistenza dopo aver avuto un attacco di cuore sul lavoro.

Gli operai vogliono porre fine a un contratto che li costringe a una settimana lavorativa di 7 gg per 12 ore (un giorno di riposo tocca a qualcuno dopo 20 gg a qualcuno dopo 60), a salari molto bassi (13$ all’ora, quando senza alcuna esperienza al McDonald’s si prendono 15$ e un pasto gratis al giorno).

I sindacati collaborazionisti non vogliono saperne di sostenere questi obiettivi.

In passato i lavoratori di Dana, una fabbrica di ricambi auto, godevano degli stessi livelli salariali degli operai di Ford, Chrysler e GM. Dopo il fallimento del 2007, il sindacato ha accettato “per salvare i posti di lavoro”, clausole ignobili; ad esempio che l’azienda potesse imporre straordinari illimitati e decidere liberamente come pagare le varie mansioni. In cambio il vertice sindacale ha ottenuto dall’azienda la gestione del fondo sanitario pensionati (780 milioni di $).

Quando l’azienda è tornata competitiva, tutto è rimasto uguale. In particolare un odioso sistema di livelli salariali arbitrari che fanno oscillare la paga da 13 a 26$ l’ora, per lo stesso tipo di lavoro, differenza che poi incide anche sulle pensioni. In questo modo l’azienda risparmia e divide i lavoratori mettendoli gli uni contro gli altri.

L’amministratore delegato dello stabilimento di Dry Ridge, invece, ha preso 10 milioni di $ nel 2020 e gli azionisti hanno intascata decine di milioni di dividendi.

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Morire di lavoro alla FedEx – Joe Allen (Jacobin)

Riprendiamo dal sito di Jacobin-Usa e da The Guardian due pezzi che danno molti elementi concreti per capire ancora meglio FedEx, e soprattutto come tratta i lavoratori. Non sono articoli degli ultimi giorni, ma Fedex è questo: nel 2019, nel 2020, nel 2021. Riguardano gli Stati Uniti, dove questa multinazionale, che si è messa alla testa in Italia dell’attacco frontale alla classe operaia della logistica, è nata e ha sperimentato per decenni i suoi brutali criteri organizzativi, ricevendo ogni sorta di protezione dallo stato.

FedEx è stata fondata nel 1971, ed è tuttora presieduta, da Frederick W. Smith, un ex-marine che ha combattuto (leggi: assassinato gente) in Vietnam dal 1966 al 1969, quando è stato “congedato con onore” con il grado di capitano e diverse onorificenze “al merito” (di assassino).

In questo testo, in perfetta continuità con il nobilissimo apprendistato del suo fondatore, padrone e CEO, emergono, oltre che la sua stazza gigantesca, il disprezzo di FedEx per la vita dei “suoi” lavoratori, la sua sistematica avversione al sindacato, quale che esso sia, anche un sindacato come Teamsters, la sua carognesca prassi di condurre rappresaglie contro i lavoratori che denunciano le condizioni di pericolo in cui sono costretti a lavorare.

Che non basti essere giganti ed essere spietati per vincere, lo dimostra proprio la guerra del Vietnam persa, con disonore, dalla superpotenza che Smith serviva. Anche FedEx può essere battuta, evidentemente, a condizione di battersi con organizzazione, determinazione e sapienza, come seppe fare il popolo vietnamita.

Questo pezzo è stato scritto da Joe Allen per Jacobin nel febbraio 2019, per contrastare la nomina, voluta da Trump e da Trump reiterata tre volte, di uno dei boss di FedEx, Scott Mugno, alla guida dell’Agenzia federale per la sicurezza sul lavoro. Alla fine Mugno non ce l’ha fatta, ma non è cambiato nulla, contando ben poco i singoli: negli Stati Uniti i morti sul lavoro sono stati, nel 2019 – ufficialmente – 5.333, 14 al giorno, 1 ogni 99 minuti, in crescita rispetto ai 5.147 del 2017 e ai 5.250 del 2018.

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William L. Murphy, un autista di FedEx Freight di sessantanove anni, è stato trovato morto nel centro di distribuzione dell’azienda a East Moline, nell’Illinois, la mattina del 31 gennaio. È morto, secondo il coroner (*), per un trauma cranico dopo una caduta tra due semirimorchi. Il centro è stato chiuso, secondo FedEx Freight, a causa del freddo record. Nella vicina Moline, ad esempio, le temperature sono scese a 33 gradi sotto zero, le temperature più fredde mai registrate lì. Murphy è stato scoperto da un collega alle 9:30. La polizia locale è stata chiamata ed è arrivata poco dopo. Per quante ore Murphy sia rimasto lì, ferito e privo di sensi o semi-cosciente, non è noto.

Ma per Murphy è stato sicuramente un modo orribile di morire, giacendo a terra gravemente ferito nelle condizioni atmosferiche più mortali possibili. UPS, FedEx e Target, insieme ad altre grandi imprese, sono state criticate per aver riportato i propri dipendenti al lavoro durante il vortice di freddo polare, con le sue temperature micidiali, esacerbate da venti terribili. Molte delle grandi società di logistica hanno invece limitato le loro operazioni di consegna e ritiro, non perché fossero preoccupate per i loro dipendenti, ma soltanto perché molti dei loro clienti erano chiusi. UPS, ad esempio, richiedeva ancora ai lavoratori dell’hub, ai conducenti di consegna pacchi e agli autisti in strada di presentarsi al lavoro e guidare sui tragitti previsti. Il servizio postale degli Stati Uniti (USPS), secondo un corriere locale, non ha effettuato consegne il 30 e 31 gennaio, in gran parte a causa della pressione dell’opinione pubblica, ma ha fatto sì che tutti si presentassero alle loro stazioni postali per avere disposizioni sui loro percorsi. Durante il vortice di freddo polare in tutto il Midwest sono morte ventuno persone. Mentre nessuno avrebbe dovuto essere in strada per nessun motivo.

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La coraggiosa lotta degli operai della Volvo Trucks in Virginia (Stati Uniti)

Riprendiamo dal sito https://www.wsws.org/en/articles/2021/06/08/supp-j08.html le informazioni essenziali di questo testo, a cura di Angela Marinoni

La coraggiosa lotta dei lavoratori della Volvo Trucks in Virginia (USA)

L’8 giugno 2900 operai della Volvo Trucks New River Valley (a Dublin, Virginia) sono entrati in sciopero dopo il tentativo dell’azienda (la multinazionale con sede in Svezia) e del sindacato, la United Auto Workers Union, di applicare un contratto che l’assemblea dei lavoratori aveva rigettato il 16 maggio (nota 1).

Gli operai sono organizzati nel Volvo Workers Rank-and-File Committee (Comitato di base), nato in occasione dell’assemblea in cui l’accordo è stato respinto dal 91% dei presenti, come ha dovuto riconoscere anche l’UAW.

Le richieste degli operai

I punti controversi riguardano salari, assistenza sanitaria, orario di lavoro e benefits dei pensionati. Il contratto proposto divide i lavoratori tra lavoratori “core” (si potrebbe dire garantiti, quelli con anzianità di almeno 15 anni), e lavoratori “competitivi”, i nuovi assunti o quelli con minore anzianità. Questi inizierebbero con una retribuzione lorda di 16,77 dollari l’ora, e salirebbero di 1 dollaro ogni anno fino a 21,77 dopo 5 anni, molto meno dei 30 dollari l’ora degli attuali “garantiti”. È importante che abbiano votato per lo sciopero anche i lavoratori anziani. L’accordo raddoppia inoltre i contributi per l’assistenza sanitaria a carico dei lavoratori, introduce una flessibilità oraria obbligatoria fino alla giornata di 10 ore (rendendo possibile la settimana di 4 giorni x 10 ore), senza pagamento della maggiorazione del 50% per lo straordinario, e taglia l’assistenza sanitaria per i pensionati.

Il Comitato respinge queste “novità” peggiorative, chiede invece un bonus di 4 mila $ alla ratifica del contratto; un aumento del 25% della paga oraria per compensare l’inflazione degli ultimi tre contratti e l’introduzione di una specie di scala mobile in vista del futuro aumento dei prezzi; 5 giorni di permesso per tutti i lavoratori; la riduzione delle differenze salariali basate sul periodo di assunzione (reintroducendo il principio che a uguale lavoro corrisponda uguale salario).

Alla Mack Trucks, pure di proprietà di Volvo Trucks, con stabilimenti in Pennsylvania, Florida, e Maryland, il contratto conquistato con uno sciopero nel 2019 prevede il raggiungimento del livello salariale massimo dopo 3 anni. Negli anni ’70, grazie alle forti lotte con alla testa i giovani operai, il periodo del salario d’ingresso era stato ridotto a soli 90 giorni.

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Oakland (California): i portuali bloccano una nave israeliana in solidarietà con la lotta dei palestinesi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

OAKLAND, CALIFORNIA (USA): I PORTUALI BLOCCANO LA NAVE ISRAELIANA IN SOLIDARIETA’ CON LA PALESTINA
6 giugno 2021 –

Per il settimo anno consecutivo, alle navi di proprietà israeliana non è stato permesso di scaricare nel porto di Oakland. Il 4 giugno, migliaia di sostenitori della lotta palestinese hanno fatto sei picchetti simultanei durante due turni di lavoro per “Block the Boat”, mentre i membri del sindacato International Longshore and Warehouse Union Local 10 si sono rifiutati di lavorare sulla nave. La nave israeliana della ZIM è stata dunque costretta a lasciare il porto alle 6 del pomeriggio – con tutto il suo carico ancora a bordo. 

La giornata di azione è iniziata quando centinaia di manifestanti si sono riuniti al porto alle 5:00 del mattino per impedire ai lavoratori di entrare nell’ormeggio dove la nave ZIM di proprietà israeliana aveva attraccato. I picchetti sono stati fatti davanti sei ingressi utilizzati dai lavoratori del porto. A quel punto i membri dell’ILWU Local 10 e altri membri del sindacato si sono rifiutati di attraversare il picchetto e hanno iniziato a parlare con i manifestanti e i diversi camion che stavano imbarcandosi su altri navi hanno suonato i clacson in solidarietà con la protesta. La nave israeliana ha effettivamente lasciato il porto prima dell’inizio ufficiale del secondo turno della sera – segno di forte successo e della forza dell’azione Block the Boat. 

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1° maggio a San Francisco – parla Angela Davis: sostegno ai portuali cileni, solidarietà tra i lavoratori di tutto il mondo. Nel nostro secolo dobbiamo arrivare alla giornata di lavoro di 4 ore.

Riprendiamo dalla pagina facebook del Comitato 23 settembre questo breve video con gli interventi del rappresentante del sindacato dei portuali (ILWU) e quello di Angela Davis.

Chi ascolterà o leggerà questi interventi, con cuore sano e mente lucida, capirà al volo perché da anni insistiamo sull’importanza degli avvenimenti sociali e politici degli Stati Uniti, sui movimenti dell'”altra America”, la nostra, sull’importanza della voce delle donne militanti (quella che qui in Italia è ancora così flebile), e dei temi che nel primo maggio di San Francisco si sono affrontati di petto: la denuncia della repressione poliziesca, del razzismo sistemico (di stato e di mercato), del patriarcato, della xenofobia come strumenti di divisione del fronte di classe, la difesa del diritto all’organizzazione degli sfruttati, la solidarietà internazionalista e il ruolo centrale della classe operaia, del proletariato (quella classe che secondo i reazionari di tutte le risme sarebbe da sempre e per sempre decerebrata e impotente) e dell’unità dei proletari di tutti i paesi nel farla finita con questo sistema sociale di sfruttamento e di oppressione. In tale quadro di lotta di classe al capitalismo (e non semplicemente ai singoli capitalisti) si colloca anche l’accenno propagandistico alla giornata lavorativa di 4 ore da conquistare “in questo secolo”. Ma dove siamo: ad una riunione della TIR?

Ecco la traduzione degli interventi

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