Sabra e Chatila, 16-18 settembre 1982: non dimenticare! – Giorgio Stern

Between 800 (according to the Kahane commission) and 1500 (according to P.L.O.) Palestinian refugees were massacred by the Christian Lebanese Forces between September, 14 and 17. The Israeli army, positioned around the two camps, did not react. Corpses of refugees lie in the streets. (Photo by Michel Philippot/Sygma via Getty Images)

Riceviamo dalla compagna Patrizia di Trieste, e condividiamo: non si devono dimenticare le prodezze dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, che testimoniano in modo schiacciante il suo “superiore grado di civiltà“.

“Se esistesse il Premio Nobel per la Morte” scriveva Gabriel Garcia Marquez, “quest’anno se  lo sarebbero assicurati Menahem Begin e il suo assassino di professione Ariel Sharon”. 

Era il settembre 1982, Begin e Sharon si erano appena macchiati di uno dei loro crimini peggiori. Tanto gravi che persino l’opinione pubblica israeliana ne aveva risentito.

Ecco cosa avvenne.

Il 15 settembre ‘82 [nelle fonti arabe la data risulta: 16-18 settembre – n.n.] in forza degli accordi e delle garanzie internazionali, i combattenti palestinesi che proteggono i loro campi profughi dall’invasione israeliana, lasciano il Libano per la Tunisia. Il ministro della difesa israeliano, Sharon, ne approfitta e fa circondare dai suoi soldati i due campi di rifugiati palestinesi a Beirut, Sabra e Chatila, ormai completamente indifesi. Nella notte Sharon vi fa penetrare i mercenari “falangisti” assoldati da Israele. L’eccidio, precedentemente pianificato, avviene alla luce dei bengala che i militari dello “Stato ebraico” lanciano per facilitare la “pulizia etnica”. La mattanza dura quasi tre giorni, durante i quali Sharon impedisce a medici e ambulanze di accorrere ed ai giornalisti di raccontare. Alla fine il numero delle donne, dei bambini e dei vecchi torturati e uccisi è di circa 3000 e non sarà mai dato per certo, poiché gli israeliani con i bulldozer cercano di far scomparire i cadaveri dilaniati [i numeri di questo orrendo massacro vanno, in realtà, da 800 secondo la commissione israeliana Kahan fino a 3.500 secondo alcune fonti palestinesi – n. n.].

L’orrore nel mondo, e nella stessa Israele, è grande. A Tel Aviv 400.000 pacifisti danno vita alla più grande manifestazione nella storia di questo Stato. Il Governo israeliano è costretto ad aprire un’inchiesta che alla fine scagiona Sharon. Ma egli risulta talmente impresentabile che la stessa Organizzazione Sionista Mondiale evita di dar corso alla sua nomina a direttore del programma di immigrazione.

Nel febbraio 2001, in un clima interno completamente mutato rispetto a vent’anni prima, con voto plebiscitario gli israeliani eleggono Sharon Primo ministro.

In Belgio si apre un procedimento a suo carico per i crimini commessi a Sabra e Chatila. Il 23 gennaio 2002, Elie Hobeika, capo dei falangisti autori materiali della strage, si dichiara disposto a testimoniare davanti al tribunale belga che ha aperto il procedimento a carico di Sharon: il giorno dopo Hobeika viene ucciso a Beirut in un attentato. 

I crimini di Sharon sono ampiamente documentati, la BBC ha contribuito con il documentario “Accused”.

Nel quadro della campagna promossa dal giornalista Stefano Chiarini, “Per non dimenticare Sabra e Chatila” nel settembre di ogni anno a Beirut viene ricordato l’anniversario del massacro alla presenza di delegazioni provenienti da tutto il mondo.

Solidarity to Yang Kyung-soo and the militant union KCTU, against repression by the Korean Government

80,000 precarious workers gathered in the KCTU’s national workers rally for abolishment of the recent revision of Minimum Wage Act and precarious works. For the last one year under the Moon government, no progress has made in terms of trade union rights and regularization of precarious jobs.

SI Cobas expresses its outrage and condemnation of the arrest of Yang Kyung-soo, leader of the Korean trade union KCTU, aimed at preventing the general strike of 20 October in preparation. The pretext: he organised a demonstration on 3 July in Seoul with 4,701 (according to the police count) participants (with masks and social distancing), which was not authorised under the pretext of Covid. Only three of the participants in the demonstration later tested positive to Covid. On 2 September, dozens of policemen surrounded the union headquarters before dawn to arrest Yang.

Everywhere in the world, even in Italy, the governments of the bosses have used and continue to use the Covid-19 pandemic to prevent or restrict the right of workers to meet, demonstrate and strike, and to hit combative trade unions with hundreds of fines and complaints. SI Cobas replies that “if we can work, we can also strike, meet and march”, while respecting the anti Covid rules”. But the arrest of the Korean trade union leader is a very serious political fact, an attack on the trade union organisation and the one million workers who are members of the KCTU, and an attack on their freedom to strike, because the aim is to prevent the general strike of 20 October against the government. SI Cobas suffered a similar attack with the arrest of its national coordinator Aldo Milani in 2017 on the basis of a judicial and police set-up, and hundreds of charges against workers and organisers for strikes, but Korea has a special history of anti-union repression.

Since the formation of the combative KCTU union in 1995, all of its 15 presidents have been arrested by the bourgeois state powers, both under openly pro-business governments and under allegedly progressive governments such as the current one of Moon Jae-in, which came to power thanks to protests led by the KCTU itself, followed by the ‘candlelight revolution’. Moon Jae-in, who had pledged to pay attention to the needs of the workers, did not hesitate to have Yang’s predecessor Han Sang-gyu arrested for alleged fighting in parliament with the police, and he does not hesitate now to have Yang Kyung-soo (a former temporary worker on the Kia Motors assembly line) arrested, because the KCTU opposes neoliberal measures including layoffs and discrimination against temporary workers, and demands the right to organise in trade unions for civil servants, and the abolition of “security” laws, the extension of public school and health systems, and the resignation of the government. A platform that is very close to the one for which the 11 October strike has been called in Italy.

We strongly call for the immediate release of Yang Kyung-soo, and we wish our KCTU brothers full success of the 20 October strike, and that 1 million and more workers take to the streets to defend their conditions and freedom to strike, organise and demonstrate.

Let’s work for an international day of struggle for our common goals!

Workers of the world, let’s unite!

Solidali con Yang Kyung-soo e il combattivo sindacato KCTU, contro la repressione del Governo coreano!

Il SI Cobas esprime il suo sdegno e la sua condanna per l’arresto di Yang Kyung-soo, leader del sindacato coreano KCTU, volto a impedire lo sciopero generale del 20 ottobre in preparazione. Il pretesto: ha organizzato una manifestazione il 3 luglio a Seoul con 4.701 (secondo la conta poliziesca) partecipanti (con mascherine e distanziamento), non autorizzata con il pretesto del Covid. Solo 3 dei partecipanti al corteo risultarono poi positivi al Covid. Il 2 settembre decine di poliziotti hanno circondato prima dell’alba la sede del sindacato per arrestare Yang.

Ovunque nel mondo, anche in Italia, i governi dei padroni hanno utilizzato e utilizzano la pandemia da Covid-19 per impedire o limitare il diritto di riunione, di manifestazione e di sciopero dei lavoratori, e colpire i sindacati combattivi con centinaia di multe e denunce. Il SI Cobas risponde che se possiamo lavorare possiamo anche scioperare, riunirci e manifestare, nel rispetto delle regole anti-contagio. Ma l’arresto del leader sindacale coreano è un fatto politico gravissimo, un attacco all’organizzazione sindacale e alla libertà sindacale e al milione di lavoratori membri della KCTU, e un attacco alla loro libertà di sciopero, perché lo scopo è impedire lo sciopero generale del 20 ottobre contro il governo. Il SI Cobas ha subito un analogo attacco con l’arresto del suo coordinatore nazionale Aldo Milani nel 2017 sulla base di una montatura giudiziaria e poliziesca, e centinaia di denunce per le iniziative di lotta, ma la Corea ha una storia di repressione antisindacale molto più sistematica.

Da quando è stato costituito il sindacato combattivo KCTU nel 1995, tutti i suoi 15 presidenti sono stati arrestati dai poteri dello Stato al servizio della classe borghese, sia sotto i governi apertamente filo padronali che sotto quelli sedicenti progressisti come l’attuale di Moon Jae-in, andato al potere grazie alle mobilitazioni condotte dalla stessa KCTU, cui fece seguito la “rivoluzione delle fiaccolate”. Moon Jae-in, che aveva promesso attenzione per le esigenze dei lavoratori, non ha esitato a fare arrestare il predecessore di Yang, Han Sang-gyu, per presunti scontri in Parlamento con le forze dell’ordine, e non esita ora a fare arrestare Yang Kyung-soo (ex operaio precario sulla catena di montaggio della Kia Motors), in quanto la KCTU si oppone alle misure di liberalizzazione dell’economia e dei licenziamenti, alla precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro, e chiede che i dipendenti pubblici possano organizzarsi sindacalmente, che vengano abolite le leggi sulla “sicurezza”, siano estesi i sistemi pubblici di scuola e sanità, oltre alle dimissioni del governo. Una piattaforma molto vicina a quella per cui in Italia è stato indetto lo sciopero dell’11 ottobre.

Chiediamo con forza l’immediata liberazione di Yang Kyung-soo, e auguriamo ai fratelli della KCTU che lo sciopero del 20 ottobre abbia una grande partecipazione, e che 1 milione e più lavoratori e lavoratrici scendano nelle strade per difendere le loro condizioni e la libertà di sciopero, organizzazione e manifestazione.

Lavoriamo per una giornata internazionale di lotta per questi obiettivi comuni!

Lavoratori di tutto il mondo, uniamoci!

SI Cobas – Commissione per la Solidarietà Internazionale

Per l’assemblea del 19 settembre a Bologna e lo sciopero generale dell’11 ottobre – SI Cobas

PER LA PIÙ’ AMPIA PARTECIPAZIONE E RIUSCITA DELLO SCIOPERO GENERALE DELL’11 OTTOBRE!

OLTRE IL RAPPORTO INTERSINDACALE, PER UN CONFRONTO REALE E PER L’UNITÀ’ DELLE LOTTE SOCIALI!

Per la prima volta, dopo tanti anni, quindici sindacati di base riescono a proclamare lo sciopero nazionale insieme in quella data: per noi che abbiamo lavorato in questa direzione è un fatto politicamente positivo perché può costituire un primo momento di unità delle lotte in corso e di espressione della volontà di resistere alle aggressioni da parte dell’asse sempre più compatto padronato/governo Draghi.

La crisi e l’uso capitalistico della crisi economica e sanitaria mettono in moto delle risposte operaie che vanno oltre di noi, coinvolgendo, pur se tra mille contraddizioni, i lavoratori delle tre confederazioni sindacali e operai e proletari senza organizzazione sindacale. Abbiamo proposto per questo di sviluppare un momento assembleare per dare spazio a tutte le realtà che oggi sono sul terreno della lotta contro i licenziamenti, indipendentemente da quale organizzazione ne sia alla testa, perché il confronto favorisca il modo di indirizzare i “fuochi” delle lotte specifiche sul terreno di una comune battaglia contro le politiche borghesi, su un terreno che rafforzi l’autonomia di classe.

Avremmo voluto, a sostegno dello sciopero, sviluppare un confronto sulle esperienze vive e concrete di conflitto sui luoghi di lavoro e, a partire da queste, sui contenuti e gli obiettivi di fondo che sono alla base dell’indizione dello sciopero, con un diretto protagonismo delle realtà di lotta con le loro esperienze oggi in campo. Questa è, a nostro avviso. la premessa essenziale (per molti aspetti anche scontata) per creare condizioni più favorevoli allo sviluppo di un’opposizione operaia e proletaria unitaria contro le politiche padronali e governative, per allargare il nostro orizzonte di lotta e di confronto oltre i confini delle organizzazioni sindacali di base, per poter raccogliere le spinte che provengono dal di fuori del proprio “recinto” organizzativo.

Una proposta con al centro gli interventi di quei lavoratori che sul piano nazionale sono protagonisti di iniziative di lotta contro i licenziamenti e contro gli attacchi della borghesia, per intenderci i lavoratori della Fedex, del Gruppo Stellantis, Texprit, GKN, Unes, ex Alitalia-Ita, Logista (tabacchi) e tante altre situazioni, con l’obiettivo di collegare queste resistenze con le lotte dei disoccupati e delle esperienze e movimenti sociali per la difesa dei territori, contro la crisi climatica, le questioni di genere e le realtà antirazziste. Insomma: non una semplice assemblea “intersindacale” tra le organizzazioni del sindacalismo di base e delle strutture, ma un vero confronto tra le lotte, non certo teso ad “annullare” gli interventi delle strutture sindacali, quanto piuttosto ad arricchirli al fine di favorire, nell’ intensa azione di propaganda e di agitazione per lo sciopero generale, condizioni di lotta e iniziative che vadano oltre la scadenza dell’11 ottobre.

Questa proposta di metodo e dell’assemblea unitaria del 19 Settembre si è da subito scontrata contro un’altra impostazione, fatta propria dalla maggioranza delle sigle promotrici, basata sulla divisione rigida degli interventi “per strutture”, tesa nei fatti ad impedire di dar voce e protagonismo alle lotte più radicali che in questi mesi stanno attraversando i luoghi di lavoro, a chi tutti i giorni resiste all’offensiva padronale pagando a caro prezzo in termini repressivi. Nelle ultime riunioni intersindacali che hanno portato al tramonto dell’ipotesi di assemblea unitaria, abbiamo assistito a un vero e proprio “processo alle intenzioni” nei nostri confronti, teso a far passare l’idea che il SI Cobas volesse “prevaricare l’assemblea” e “fare più interventi degli altri”. A nulla è valsa la proposta di definire insieme una rosa di interventi nella quale ciascuna realtà avrebbe indicato le vertenze in corso che avrebbero potuto a loro avviso arricchire l’assemblea e, una volta quantificato il numero degli interventi totali, lavorare a uno sfoltimento qualora i tempi non avessero consentito di dare la parola a tutti; a nulla è servita la nostra proposta di ridurre il numero degli interventi “marchiati SI Cobas”, tutti espressione di esperienze di lotta reali, utili a rinvigorire l’assemblea e a rafforzare la valenza dello sciopero.

La risposta delle altre organizzazioni è stata categorica: “2 interventi a testa, prendere o lasciare”. Discorso analogo per quanto concerne le realtà “esterne”, laddove avevamo proposto di dare spazio anche a vertenze “altre” rispetto ai recinti del sindacalismo di base (su tutte la GKN) e ci è stato più volte rimproverato di essere troppo “aperturisti” nei confronti delle aree di opposizione in Cgil. Abbiamo addirittura assistito ad un’assurda disputa sulla “quantificazione esatta” del numero dei partecipanti all’assemblea, dapprima con la scusa delle norme sanitarie antiassembramento, poi, di fronte alla nostra proposta di predisporre uno schermo esterno al di fuori della sala Dumbo nel caso in cui i partecipanti avessero superato la capienza della sala, si è giunti a pretendere una rigida ripartizione dei partecipanti per ciascuna organizzazione sindacale con tanto di “raccomandazione” sul fatto che nessuno avrebbe dovuto portare più di 50 persone…

Da che mondo è mondo un’assemblea nazionale ha come obbiettivo quello di coinvolgere e di raggiungere quanti più partecipanti, e l’eventuale riempimento di una sala è motivo di orgoglio perchè è segno del successo dell’iniziativa, mentre in questo caso ci è stato posto il problema opposto: la paura di un’eccessiva partecipazione!!! Quest’ultimo aspetto chiarisce a nostro avviso meglio di qualunque altro, il reale “nodo del contendere”: la volontà, da parte di alcune sigle promotrici dello sciopero, di blindare l’assemblea per parlarsi addosso in nome di un’unità di facciata (evidentemente con tanto di check-in all’ingresso della sala per controllare se ciascun lavoratore rientrava nelle “quote” previste per ciascun sindacato e magari anche per le stesse realtà di movimento, per verificarne la presunta affinità a questa o quella sigla…), con l’esito di trasformarla in una inutile passerella delle sigle promotrici.

In sostanza, abbiamo dovuto constatare ancora una volta come la gran parte del sindacalismo di base sia incapace di liberarsi da un approccio “liturgico” e autoreferenziale all’iniziativa e all’intervento di classe, e continui ad essere prigioniero di una logica fondata unicamente su tatticismi, politicismi e diplomazie d’apparato: una logica che stride profondamente con il senso stesso dell’aggettivo “di base” e con lo stesso concetto di autorganizzazione; una logica che nel corso degli anni ha contribuito alla crisi verticale del sindacalismo di base “storico” nel suo complesso e che funge oggettivamente da ostacolo rispetto alla necessità oggettiva di rilancio di un movimento di classe forte, organizzato e capace di rappresentarsi agli occhi dei lavoratori come una reale e credibile alternativa all’influenza nefasta della triplice confederale. A nulla è valsa l’intervento di mediazione dell’Adl Cobas ed il nostro assenso alla proposta per non far naufragare la importante iniziativa unitaria.

In queste settimane in centinaia di aziende scade la Cig Covid e i lavoratori ricevono lettere di licenziamento; in questi giorni il nostro sindacato è impegnato su gran parte del territorio nazionale a fronteggiare gli attacchi virulenti dei padroni e degli organi repressivi contro gli scioperi, gli stessi che hanno portato all’assassinio del nostro compagno Adil Belakhdim. In alcune situazioni (Unes, Logista, Xp, Fedex, Texprint, ecc.) i lavoratori lottano fuori ai cancelli contro i licenziamenti dovendo fare i conti con cariche, fogli di via e criminalizzazioni di ogni tipo; in altre (Brt) grazie alla lotta, continuano a migliorare le loro condizioni salariali, oppure (come nel caso di Dupont a Pavia) riescono a fermare un piano di licenziamenti. Proprio in quest’ultimo caso, alla Dupont, nei giorni scorsi le lavoratrici e i lavoratori, dopo aver festeggiato il reintegro a condizioni salariali e normative migliorative, ci hanno contattato per chiederci di poter intervenire all’assemblea del 19 per portare la loro testimonianza di come sia possibile resistere ai licenziamenti e vincere una vertenza senza doversi necessariamente impantanare nel ginepraio di incontri istituzionali e tavoli di crisi che, come dimostra la vicenda Whirlpool, sono il più delle volte l’anticamera della sconfitta e della smobilitazione. Evidentemente, per i leader di alcuni sindacati di base, avremmo dovuto rispondere a queste lavoratrici in lotta che non potevano intervenire all’assemblea solo perché la loro lotta era “marchiata” SI Cobas (perché l’assemblea potesse svolgersi eravamo disposti anche a questo), oppure che per poter parlare bisognava tagliare la parola ai licenziati della Fedex di Piacenza o a quelli di Texprint, anch’essi “marchiati” SI Cobas: per noi tutto ciò era semplicemente assurdo, ma eravamo disposti al sacrificio di alcuni interventi.

Per questi motivi, continuiamo a sollecitare tutti e tutte a realizzare quel confronto a largo raggio che noi auspichiamo, per permetterci di rapportarci ai prossimi avvenimenti che porranno nuovi settori di lavoratori di fronte agli attacchi padronali e governativi, per una azione collettiva ed una prospettiva anticapitalistica. Prendiamo atto che la scelta (non certo nostra) di far naufragare l’assemblea unitaria, riflette visioni non solo diverse, ma allo stato attuale oggettivamente inconciliabili sul modo di costruzione del sindacalismo conflittuale sui luoghi di lavoro.

Auspichiamo, dunque, che gli altri sindacati possano confermare l’intenzione di andare ad una assemblea organizzata da loro per preparare al meglio lo sciopero dell’11 ottobre. “Tifiamo” perché sia così, nella speranza che le divergenze possano arricchire il percorso di costruzione dello sciopero e non, al contrario, portare a una reciproca castrazione di ciascuna istanza.

Ribadiamo con forza, determinazione e serietà le ragioni della indizione comune dello sciopero dell’11 Ottobre che restano più che mai confermate di fronte alla determinazione della Confindustria e del governo Draghi di intensificare l’attacco sui luoghi di lavoro e di imporre il pugno di ferro contro tutto ciò che disturbi, in qualunque campo, l’euforia padronale per la ripresa in corso della macina dei profitti sulla pelle e la vita dei proletari.

Ribadiamo la nostra ferma intenzione per la massima riuscita dello sciopero dell’11 ottobre che abbiamo indetto unitariamente, e per le ulteriori iniziative sul piano sia nazionale che internazionale.

Guardiamo all’unità dei lavoratori come centrale e la capacità di mettere a confronto e fare convergere le esperienze di lotta, di misurarsi sul piano della generalizzazione dei loro contenuti, indipendentemente dalle organizzazioni di appartenenza coinvolte, puntando a raggiungere la grande massa delle lavoratrici e dei lavoratori oggi passivi e disorientati, ma dalla quale potranno sprigionarsi all’improvviso le scintille di movimenti di grande portata.

Confermiamo l’assemblea nazionale il giorno 19 settembre a Bologna nello spazio Dumbo alle ore 10,30. Tutti coloro che intendono partecipare e intervenire all’assemblea sono pregati di farci pervenire la richiesta: i lavoratori che sono impegnati in scioperi contro i licenziamenti, in vertenze importanti, in iniziative contro la repressione dello stato, in difesa della salute e sicurezza sui posti di lavoro, i disoccupati che si organizzano sui territori, i lavoratori di importanti settori merceologici che sono organizzati, organizzazioni studentesche, movimenti e organizzazioni sociali presenti sui territori.

14 settembre

SI Cobas nazionale

Gilboa e tutte le carceri israeliane non potranno mai uccidere la libertà e la volontà di lotta dei palestinesi – emmerre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota sull’evasione di sei militanti della causa palestinese dal carcere di Bilboa. Per parte nostra, senza esporre qui ancora una volta il nostro inquadramento della questione palestinese, ci limitiamo a ricordare solo questo: ogni mito militarista è destinato a cadere nella polvere insieme con le sue infrastrutture. Sarà così anche per la mitica “invincibilità” dello stato, dell’esercito e dei servizi israeliani.

Jenin, 13 settembre, manifestazione per Zubeidi, uno dei militanti palestinesi evasi dal carcere di Gilboa, e poi catturato, picchiato, sottoposto a tortura e negazione di cure mediche

Il 6 settembre scorso sei prigionieri politici palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa, un carcere di massima sicurezza costruito nel 2004 nel nord di Israele, a meno di 6 km dai Territori occupati nel 1967, nell’area di Beesan. Nella stessa zona c’è anche la prigione di Shatta. La propaganda militare israeliana l’ha sempre descritta come una fortezza invalicabile dove sono rinchiusi i palestinesi più attivi sul piano militare e politico.

Israele investe molto nella costruzione di carceri e nelle misure di sicurezza; pertanto questa fuga ha rappresentato un trauma per l’esercito israeliano. L’associazione Addamir per i Diritti umani e il sostegno ai prigionieri fornisce questi dati: attualmente Israele detiene 4.650 prigionieri politici, dei quali 520 in detenzione amministrativa, 200 minori, 40 donne, 11 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, tra i quali Marwan Barghouthi, Ahmad Sadat e Khalida Jarrar. Nelle prigioni israeliane ci sono circa 70 palestinesi dei territori occupati nel 1948, 240 prigionieri di Gaza e 400 di Gerusalemme.

Non c’è famiglia palestinese che non abbia un parente nelle prigioni israeliane, a volte con continuità di generazione, come nel caso di uno dei sei prigionieri evasi la settimana scorsa e poi catturato nuovamente. Secondo l’Autorità per gli Affari dei prigionieri palestinesi, dal 1967 ad oggi sono passati nelle prigioni israeliane circa un milione di palestinesi e di questi circa 226 sono morti in carcere: 73 deceduti sotto tortura, 71 per cure mediche negate, 75 per omicidio premeditato dopo l’arresto, 7 per essere stati colpiti da arma da fuoco durante la detenzione.

Vediamo allora di conoscere chi sono questi sei “combattenti per la libertà”, come li ha definiti il giornalista israeliano Gideon Levy: “..I sei prigionieri palestinesi evasi sono i più audaci combattenti per la libertà che si possano immaginare…”

Mahmoud Al ‘Arda, 46 anni, del villaggio di Arraba, vicino Jenin, teatro di un efferato massacro da parte dell’esercito israeliano. Arrestato il 21/9/1996 e condannato a 99 anni per aver organizzato cellule combattenti e aver aiutato il prigioniero Saleh Musa Tahaineh ad evadere dal carcere del Negev (Tahaineh fu poi ucciso dall’IDF negli anni Novanta, faceva parte della Jihad islamica, anche lui di un villaggio vicino Jenin). ‘Al Ardah era stato già catturato nel 1991 e condannato a 4 anni, ne scontò solo 3 perché fu rilasciato nel 1994 dopo il Trattato di Oslo. Continuò la sua militanza nella leadership della Jihad islamica palestinese fino alla seconda cattura. Prima di questa, aveva tentato già un’evasione e per questo le autorità militari israeliane lo ritengono un prigioniero pericoloso considerando anche la sua capacità di organizzare cellule militari anche dalla prigione. Sua sorella Hoda, che ora vive a Gaza, ha conosciuto il carcere, mentre i suoi fratelli Ahmad e Raddad sono stati condannati rispettivamente a 21 e 19 anni.

Iham Kammaji, 35 anni, nato il 6/6/1986 a Kafr Dan, vicino Jenin, è stato imprigionato nel 2006. Era membro dell’intelligence militare della Jihad palestinese. E’ stato accusato di aver ucciso un soldato israeliano e condannato all’ergastolo. In carcere ha completato gli studi. Aveva già tentato di evadere nel 2014. Ha un fratello, Ahed, prigioniero nelle carceri dell’occupante.

Mohammad Qasem Al ‘Arda, 39 anni, nato ad Arraba, vicino Jenin, il 3/6/1982, è tra i fondatori di Siraya Al Quds, braccio armato della Jihad in Palestina. Accusato di aver ucciso tre coloni israeliani, è stato condannato a 20 anni e a 3 ergastoli ed è detenuto dal 2002. Precedentemente era riuscito a fuggire dalla prigione di Ofer, Ramallah, inseguito per mesi era stato poi preso dall’esercito. In prigione ha conseguito una laurea in Storia, ed era stato trasferito di prigione in prigione fino ad arrivare a Gilboa 4 mesi fa.

Yaqob Qaderi, 49 anni, nato il 22/121972 a Bir Al Basha, vicino Jenin. Anche lui della Jihad, era stato incarcerato nel 2003, accusato di preparazione di esplosivi.

Munadil Infyat, 26 anni, nato nel 1995 in un villaggio vicino Jenin e detenuto dal 2019. Nonostante la giovane età ha già trascorso circa 6 anni nelle prigioni israeliane in regime di detenzione amministrativa, cioè senza un capo d’accusa ufficiale e senza processo e senza sentenza.

Zakaria Az-Zubeidi, 46 anni, nato il 19/1/1975 nel campo profugo di Jenin. E’ detenuto dal 2019 ma non ha ancora subìto una condanna. Arrestato per la prima volta a 16 anni durante la prima Intifadha, trascorse 4 anni in carcere e fu rilasciato nel 1995 dopo gli accordi di Oslo. Durante la sua prima detenzione, l’esercito demolì la sua casa, e durante la seconda Intifadha ha cercato varie volte di assassinarlo per il ruolo di leader a Jenin nelle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, il braccio armato di Fatah. Il nonno materno di Az-Zubeidi, Mohammed Ali Jahjah, era uno dei 66 prigionieri evasi dalla prigione israeliana di Shatta durante la grande rivolta carceraria del 1958. Il nonno era di Qaisaryah (Cesarea) ed era stato espulso con la famiglia nel 1948 divenendo profugo a Jenin e ricoprendo un ruolo importante nel movimento di Fatah. [Va ricordato anche che Zubeidi qualche anno fa fu imprigionato nel carcere di Gerico dalla polizia dell’Anp.]

Leggendo le brevi biografie di questi militanti della causa palestinese, non si può fare a meno di contestualizzare luoghi e anni: luoghi della Palestina occupati e distrutti, anni e vite di palestinesi trascorsi in resistenza, in battaglie e in detenzione. Intere famiglie costrette a tutto questo da più di 70 anni, un’intera popolazione di milioni di palestinesi.

L’evasione di questi prigionieri lunedì 6 settembre, 4 dei quali già catturati (Az-Zubeidi, Mahmoud Al ‘Ardah, Mohammad Al ‘Ardah e Yaqob Qaderi), ha scosso non solo i servizi di sicurezza e l’intera società israeliana, ma ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica la situazione dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane. Ancora una volta la stampa occidentale ha raccolto le veline degli addetti militari israeliani, rilanciando termini come “terroristi” e ipotizzando attentati, mentre la controinformazione ebraica di contrasto al nazionalismo israeliano faceva notare che “…c’è la violenza di chi opprime calpesta, con superiorità, e c’è la violenza dell’altro per la sua liberazione. Tutta la rabbia e le coperture israeliane nel mondo non cambieranno questo fatto di base.” E ancora: “..Nella sua ira, Israele farà ora l’unica cosa che sa fare: aumentare gli abusi sui palestinesi e sui prigionieri palestinesi in particolare. Chi si è preoccupato di informarsi, sa che (i prigionieri) sono persone esposte ad ogni capriccio del sistema, senza alcuna protezione” (Orly Noy). Una presa di posizione che è costata a Orly Noy, israeliana, il bando da Facebook.

In campo palestinese, da subito si è registrata la mobilitazione nei Territori Occupati nel 1967. Scontri tra palestinesi ed esercito a Jenin, Bethlem e in alcune zone di Gerusalemme, a Nablus per rendere difficili i controlli e le ricerche. I giovani palestinesi si sono arrampicati dove possibile per distruggere le telecamere e impedire all’esercito di raccogliere dati. Scontri e sassaiole sono avvenuti in molti villaggi del distretto di El Khalil, mentre a Gaza ci sono stati cortei di solidarietà. Sui social si lanciavano appelli per raccomandare la massima collaborazione per agevolare la fuga dei prigionieri. La Palestina che sta fuori dalle prigioni non ha mai smesso di occuparsi di chi sta dentro le prigioni. I prigionieri non sono solo eroi, ma anche simbolo di determinazione a continuare la lotta. Per questo motivo, alla notizia della cattura di 4 dei prigionieri, tutte le fazioni politiche palestinesi hanno rilasciato dichiarazioni in cui hanno ringraziato chi nel carcere continua a combattere e ad alimentare la speranza nella liberazione.

Purtroppo c’è da registrare che la cattura è avvenuta nei territori occupati nel 1948, territori israeliani dove i controlli e le misure di sicurezza sono ingenti. I media israeliani si sono affrettati a dare la notizia secondo cui sarebbero stati palestinesi del 1948 a denunciare gli evasi per cercare di scalfire l’unità di tutti i palestinesi che abbiamo visto lo scorso maggio animare una potente mobilitazione generale ed un altrettanto potente sciopero generale “dal fiume fino al mare”. Sabato 11 settembre, davanti alla Corte distrettuale di Nazareth (territorio del 1948) si è tenuta una manifestazione a sostegno dei 4 prigionieri catturati. Intanto alcune immagini evidenziano che Zakaria Az-Zubeidi è stato picchiato durante la cattura. Hanin Zoubi, attivista palestinese ed ex-parlamentare alla Knesset, denuncia maltrattamenti, torture e negazione di cure mediche a Zubeidi. Dopo questa denuncia,

L’evasione dei sei prigionieri è avvenuta quasi una settimana dopo l’incontro tra il ministro israeliano della Difesa, Benny Gantz, e Mahmoud Abbas che si è tenuto il 29 agosto a Ramallah, un incontro che aveva l’obiettivo di riorganizzare l’accordo con cui il Qatar dovrebbe incanalare i fondi a Gaza. Una missione diplomatica interrotta dal Qatar dopo alcune dichiarazioni dell’ex capo del Mossad, Yossi Cohen secondo il quale sarebbe un “errore esortare il Qatar a continuare ad aiutare Gaza perché i soldi per lo più hanno aiutato la crescita di Hamas”

E forse proprio in questi oscuri giochi di alleanze e nell’appartenenza politica degli evasi (cinque di loro appartengono alla Jihad e, oltre loro, c’è un irriducibile di Fatah non certo simpatizzante dell’attuale leadership di Abbas, subordinata allo stato di Israele) che va letta la disattenzione di Hamas e ANP al tentativo eroico di questi sei militanti palestinesi di riconquistare la propria libertà.

Jenin, 13 settembre

P.S. – Le ultime di giovedì 16 settembre le riferisce l’avvocato Feldeman: Zakaria Zubeidi ha subito la frattura della mascella e di due costole. Mohammed al Arda durante l’interrogatorio è stato spogliato di tutti i suoi vestiti, compresi gli indumenti intimi, e costretto a rimanere nudo per ore. Non c’è dubbio: si tratta di una “superiore civiltà” giuridica.

Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia

La macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori. 

Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.

A reti unificate tv, giornali e social presentano i talebani e gli attentatori suicidi dell’11 settembre come il prototipo di tutti gli “islamici”. E attraverso questa mossa propagandistica le popolazioni dei paesi a tradizione islamica vengono additate nella loro totalità come i nostri irriducibili nemici – a meno che non prendano apertamente posizione a favore dei “nostri valori” (di borsa), e pieghino la schiena davanti alla pretesa occidentale di dominare e spogliare il mondo “islamico” per diritto divino. Il “diritto” acquisito con il colonialismo storico. 

L’islamofobia è un’arma di guerra: verso l’esterno, e all’interno delle “nostre” società. E per tale va denunciata e combattuta.

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