Laura, ci mancherai sempre – Comitato 23 settembre

Per Laura

La tenacia con cui Laura ha contribuito, fino a quando la sua malattia e le sue forze glielo hanno permesso, al lavoro del Comitato 23 settembre, è stata ammirevole e di stimolo per tutte le compagne.

Nel settembre del 2020, in occasione dell’apertura del processo per l’assassinio di Atika, Laura, più che mai convinta della necessità di affrontare le tematiche specifiche dell’oppressione e della violenza sulle donne, così spesso trascurate tra i militanti della sinistra sindacale e politica, è stata fra le promotrici della creazione del nostro comitato. Ai suoi già molti impegni aggiungeva così il dibattito e lo studio degli aspetti salienti legati alla questione di genere inquadrati in una visione politica più generale con uno spettro e una profondità pari a quella con cui ha sempre affrontato la militanza politica e sindacale.

Un lavoro che aveva come fine il coinvolgimento nella lotta delle lavoratrici e di tutte le donne senza privilegi: ricordiamo la grande la lucidità con la quale portava i suoi ragionamenti nell’affrontare le molteplici specificità dell’attacco, portato da capitalismo e patriarcato, alla vita delle donne oppresse e delle immigrate che ogni giorno incontrava nei magazzini della logistica. Così come altrettanto determinata era la sua difesa di tesi che spesso sono servite ad individuare percorsi ed obiettivi, sia nel confronto teorico all’interno del Comitato sia nelle lotte delle lavoratrici.

La visione di Laura era proiettata sul futuro, e sulla necessità di coniugare l’impegno personale con una visione della società e dei valori per cui battersi. Valori e senso morale da non rinviare alla società futura, ma per cui lottare anche nel presente, senza dei quali nulla di solido si sarebbe potuto costruire.

La caparbietà ed il coraggio che metteva nel dibattito era lo stesso che non l’ha mai portata ad arretrare nelle piazze di fronte alle minacce dell’apparato repressivo. Noi che più le eravamo vicine, per aver condiviso ogni percorso di militanza, non riusciamo ad accettare che lasci questo vuoto… nonostante la consapevolezza che lei avrebbe voluto che noi continuassimo, nonostante la sua assenza, il nostro lavoro. Anche nella sua più recente malattia, sappiamo che Laura era profondamente commossa quando le compagne e i compagni le manifestavano la loro vicinanza. La stessa commozione proviamo noi ora, consapevoli che il suo pensiero ci seguirà sempre nel nostro lavoro futuro.

Laura, ci mancherai sempre, ma sarà soprattutto la lotta delle donne a sentire grandemente la tua assenza!

Comitato 23 settembre

Anche noi della redazione di questo blog, che tanto l’abbiamo stimata e amata per il suo coraggio, la sua lucidità di visione, la sua meravigliosa integrità di militante rivoluzionaria autentica, siamo ora, a malincuore, costretti a dire, insieme con le compagne del Comitato 23 settembre: Laura, ci mancherai sempre.

Per la splendida compagna Laura Colabianchi

CIAO LAURA!

Oggi nel primo pomeriggio abbiamo ricevuto la chiamata che oramai temevamo di ricevere da tempo, ma che continuavamo a sperare arrivasse il più tardi possibile: la compagna Laura Colabianchi ci ha lasciato.

Laura è stata tra le fondatrici del coordinamento provinciale di Roma nei primi anni di vita del SI Cobas, protagonista del duro lavoro di radicamento dell’organizzazione nei magazzini della logistica del Lazio e fin dal primo congresso eletta membro dell’Esecutivo nazionale. Ferma e inscalfibile nella sua volontà di allargare e consolidare il SI Cobas nel mondo della logistica, ha dapprima fondato il coordinamento provinciale di Ancona, affrontando sfiancanti trasferte settimanali per radicare il sindacato nei magazzini Fedex e Brt, poi si è trasferita a Bologna per dare il suo contributo nelle filiere della logistica emiliana.

Ma Laura era molto altro e molto di più: una militante politica della sinistra rivoluzionaria, formatasi nel movimento studentesco e femminista romano nei primi anni ’80 (allorquando da Foggia si trasferì nella capitale per svolgere gli studi universitari) e di qui approdata all’area comunista internazionalista.

E’ a partire da questo ampio bagaglio e da questa lunga esperienza nel movimento di classe che Laura negli ultimi 10 anni ha investito quotidianamente le sue forze soprattutto nell’attività sindacale, senza però mai mettere in second’ordine la sua militanza politica, che l’ha portata, tra l’altro ad essere tra le promotrici della Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria e del “comitato 23 settembre” nato a seguito del femminicidio di Atika Gharib.

Lo ha fatto non risparmiando mai una goccia di sudore, spesso sacrificando la sua vita privata e, purtroppo, anche la sua stessa salute. 

Negli ultimi anni una sequela di malanni, aggravati da patologie pregresse, ne avevano minato il fisico al punto che, in più occasioni, era stata invitata a dedicarsi ad attività meno faticose e dispendiose che ne valorizzassero il ruolo di quadro nazionale dell’organizzazione senza metterne a rischio la salute. 

Ma Laura era quel tipo di compagna per la quale la militanza sindacale non è neanche concepibile se slegata dall’intervento diretto “sul campo” e dal grigio lavoro quotidiano al fianco dei lavoratori e delle loro lotte, anche se questo significava passare una notte all’addiaccio per partecipare a un picchetto o a un’assemblea coi lavoratori a decine o perfino centinaia di chilometri da casa, oppure un’intero weekend immersa nelle assemblee dei delegati e nelle riunioni, talvolta interminabili, degli organismi nazionali. 

Laura era così: indomita e infaticabile nel suo lavoro, ferma sui principi, esigente con se stessa e con gli altri compagni: un temperamento che talvolta poteva apparire all’esterno come rigido o “spigoloso”, ma che in realtà era il segno del suo senso di appartenenza all’organizzazione, della sua fedeltà granitica alla causa operaia, della sua passione e del suo amore nei confronti della lotta per l’emancipazione dei proletari dallo sfruttamento del lavoro salariato. Chi di noi ha avuto modo di frequentare Laura anche al di fuori delle sedi sindacali, ha potuto apprezzarne anche il suo lato “non militante”, il suo spiccato interesse per la cultura, l’arte, la musica, e un senso dell’ironia che era solita nascondere o dissimulare nei momenti pubblici.

Ironia della sorte ha voluto che quest’ennesimo lutto che ci ha colpito in questo vero e proprio anno funesto, sia avvenuto (come accadde un anno fa con l’omicidio di Adil) proprio nel giorno di uno sciopero nazionale: una doccia fredda che ha cancellato in un sol colpo l’entusiasmo per un’altra grande giornata di lotta.

Ma nel dolore di queste ore siamo convinti che Laura, essendo stata fino all’ultimo momento di lucidità attaccata al cellulare per leggere le notizie e guardare le immagini delle assemblee in corso nei magazzini, sia stata fino all’ultimo fiera e orgogliosa di aver contribuito a costruire questa organizzazione, e consapevole che se il SI Cobas è tuttora una delle principali roccaforti del movimento di classe, una parte non trascurabile del merito è suo.

Chi ha compagni non muore mai.

Grazie di tutto Laura, che la terra ti sia lieve.

SI Cobas nazionale

Era appena finita la manifestazione per lo sciopero generale quando è arrivata una telefonata tremenda: Laura, la nostra compagna, è morta. Dopo mesi di sofferenze, il suo corpo non ce l’ha più fatta. Dicono che quando rischi di morire le immagini della tua vita scorrano veloci dentro di te, quasi una sorta di riassunto generale di ciò che sei stato, di ciò che hai fatto, forse di ciò che avresti voluto ma non hai potuto fare. Non so se sia vero. So però che quando viene a mancare una compagna con la quale hai condiviso anni di militanza, di battaglie politiche e sindacali, di discussioni appassionate, di tentativi testardi e faticosi per individuare la strada migliore per aggredire la cappa di piombo di questa società che opprime, che sfrutta, che inonda il mondo di orrore e violenza, ecco, quando questo avviene, sei spinto a riavvolgere il nastro della storia comune che ti ha legato.

Ho conosciuto Laura tanti anni fa, a metà circa degli anni novanta, nell’ambito dell’attività del Gruppo Comunista Rivoluzionario, un pugno di compagni che pubblicava il giornale “Il lavoratore Comunista” e si sforzava di impostare un lavoro teorico e una riflessione politica che andasse oltre la contingenza. Fu questo lavoro a farci entrare in contatto con il collettivo di Roma in cui militava anche Laura. I rapporti politici si strinsero in poco tempo e di li a poco i due piccoli raggruppamenti unirono le forze. Da allora, l’impegno di Laura non venne mai meno, anzi si andò approfondendo su tutti i piani.

Quando si costituì il Sicobas, Laura non solo non si tirò indietro, ma al contrario capì che un salto di qualità nello stesso lavoro politico sarebbe stato possibile solo a patto di cogliere la possibilità che si apriva di costruire un embrione di organizzazione proletaria nel vivo dello scontro di classe. E la sua dedizione al lavoro nel Sicobas mostrò subito la pasta di cui era fatta: una militante vera, una combattente, una compagna capace di legare la riflessione e la preparazione politica all’impegno quotidiano nelle battaglie di classe, senza tirarsi mai indietro, sacrificando in questa scelta anche molti aspetti della sua vita privata.

Non sto certo celebrando una sorta di vocazione al sacrificio che Laura, da comunista, sarebbe stata la prima ad irridere, ma la lucidità di una militanza di classe che la portava inevitabilmente a scelte nette e, certamente, faticose.

Negli ultimi anni, Laura ha partecipato con grande impegno al lavoro per dare vita alla Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria, consapevole che senza un’organizzazione politica rivoluzionaria, attiva e ancorata saldamente al proletariato, anche le migliori e più generose esperienze di lotta degli sfruttati avrebbero mancato di respiro e prospettiva, andando incontro ad una sconfitta. Per questo, fin quando ha potuto, il suo contributo è sempre stato complessivo, pieno, intelligente, appassionato.

La sua morte priva tutti noi di una compagna preziosa, di cui sentiremo sempre la mancanza, e ci riempie di una tristezza indicibile. E se anche sappiamo, con la certezza che non può mancare ai rivoluzionari, che la lotta proletaria non mancherà di formare in futuro tanti altri compagni e compagne, e che la battaglia andrà avanti, sappiamo anche però che Laura non ci sarà più, che ogni compagno è unico e insostituibile, e che la sua mancanza sarà sempre incolmabile.

Un abbraccio Laura e un saluto a pugno chiuso.

Piero

Venezia, 20 maggio, san Geremia, ore 18.30 – presidio contro la guerra – dall’Ucraina alla Palestina-, l’economia di guerra, il governo Draghi / arabo, inglese, francese

PROMUOVE:

 IL COMITATO PERMANENTE CONTRO LE GUERRE E IL RAZZISMO (di Marghera). 

“Chi volesse aderire scriva al Comitato oppure ad arecspanantonio@gmail.com

ADESIONI:

GPI-Giovani Palestinesi d’Italia

Comunità Palestinese del Veneto

Partito Comunista di Venezia sez. “Tarciso Vallotta”.

Federazione Provinciale di Venezia PRC – SE 

Il gruppo BELLA CIAO – Cittadini NON indifferenti di Quarto d’Altino

Assopace Palestina Venezia

Salaam ragazzi dell’olivo Vicenza

Pierpaolo Capovilla

Giovani Africani

Associazione dei Senegalesi (Venezia)

Questo il volantino distribuito dal Comitato permanente contro le guerre e il razzismo alla manifestazione ecologista-pacifista di sabato 14 maggio a Mestre.

Ecologia e iniziativa contro la guerra in Ucraina

Certo, l’industria bellica è tra le più inquinanti che l’uomo abbia mai concepito e il primo obiettivo di una nuova società sarà di tagliare completamente questo ramo della produzione: la fabbricazione dei sistemi d’armamento degli Stati Uniti produce annualmente tanta anidride carbonica quanta ne produce la Francia nel suo complesso! D’altronde il carico inquinante che le guerre e i loro preparativi scaricano sul pianeta Terra non si ferma al momento della fabbricazione: ce lo ricordano le popolazioni balcaniche e mediorientali, che dovranno fare i conti per migliaia di anni con l’uranio impoverito contenuto nelle armi utilizzate nei bombardamenti occidentali sulla ex Jugoslavia e sull’Iraq. Un conto pesante che pagheranno le generazioni future che berranno da fonti inquinate, mangeranno i frutti di una terra avvelenata, partoriranno figli con un rischio altissimo di disabilità.

L’industria bellica non è però un assurdo, uno spreco, una cosa insensata in una società razionale e a misura d’uomo: la morte e la distruzione che essa porta indissolubilmente con sé risponde al bisogno di profitti, all’accaparramento di materie prime sempre meno disponibili, alla conquista di nuovi mercati, alla contesa tra grandi potenze mondiali. Non è poco, e giustifica pienamente il sostegno che una piccola parte della società attribuisce alle spese belliche, quella piccola parte della società che, a differenza di noi che viviamo del nostro lavoro, vive di rapina e sfruttamento.

Ma dobbiamo spingere l’onestà e la sensibilità che ci ha portato fino a questo punto del ragionamento ancora più a fondo, e ammettere che non è solo l’industria di guerra il problema. Dove ci ha portato infatti l’economia di “pace” se non sull’orlo di una catastrofe climatica quasi senza ritorno? Un’economia di “pace” che fino ad ora non ha fatto alcuna distinzione se produrre cannoni o macchinari diagnostici per la medicina, che non fa distinzione su come li si producono, con quali materiali, quanti produrne, in che condizioni lavorano le donne, gli uomini e i bambini che li fabbricano, perché l’unico obiettivo della produzione, anziché essere quello di soddisfare i bisogni degli esseri umani, è quello di garantire dividendi a chi ha investito. Anche prima di questa guerra in Ucraina la produzione, nella sua costante ricerca di una crescita infinita e ad ogni costo (come solo il tumore fa in natura), faceva un forsennato ricorso ai combustibili fossili, non esitava a sventrare la crosta terrestre alla ricerca delle terre rare, sfruttava come se non ci fosse un futuro suolo, animali, lavoro umano.

Non è, però, solo una sensibilità ecologica a mobilitarci contro la guerra in Ucraina: i lavoratori ucraini sono utilizzati come carne da cannone per interessi non loro, in quanto si fa sempre più nitido il vero conflitto che emerge dallo sfondo, ossia la contrapposizione tra Nato da una parte e Russia (e Cina, l’obiettivo ultimo) dall’altra. La nostra solidarietà e il nostro no a questa guerra va a tutti gli ucraini, anche a quelli russofoni dell’est. Siamo stati ben edotti dai media di quanto odiosa sia l’invasione decisa da Putin e la sua ristretta cerchia, con l’obiettivo di evitare l’accerchiamento della Nato e accaparrarsi una fetta delle immense ricchezze naturali ucraine. Meno nota è la storia della pesante e tuttora aperta persecuzione che gli ucraini dell’est hanno dovuto subire almeno a partire dal 2014, quando l’allora presidente ucraino Poroshenko, salito al potere con un colpo di stato grazie al determinante sostegno degli Usa, ha dichiarato che, a differenza dei veri ucraini, i russofoni non avranno più un lavoro e una pensione, che i loro bambini non andranno a scuola e all’asilo e che dovranno nascondersi (i bambini!) nelle cantine. Nel frattempo a scuola si insegnava che i bambini con soprannomi russi non erano dei veri ucraini e che dovevano andarsene dall’Ucraina, mentre nel paese si costituivano organizzazioni paramilitari di estrema destra come Settore Destro e il battaglione Azov, poi assorbito dall’esercito regolare che intanto occupava l’est del paese. Questa è l’aria che si respira in Ucraina a partire dal colpo di stato del 2014, e sono questi i governi ucraini che il governo Draghi in prima linea vuole rifornire di armi, che saranno scaricate non solo sull’esercito russo ma anche sugli ucraini dell’est.

Inoltre la solidarietà e il sostegno a chi sta subendo la guerra non sono solo un gesto altruistico, perché questa faccenda ci riguarda da vicino, molto più da vicino di quanto possiamo immaginare. Non solo perché il carovita sta divorando i nostri salari: l’inflazione è già ufficialmente al 6%, e con l’aumento dei costi energetici tutti i prezzi sono in risalita al netto delle speculazioni. Di questo ce ne accorgiamo tutti e subito. Questa guerra ci riguarda da vicino anche perché il bilancio pubblico è uno, e ciò che si investe in riarmamento è di necessità sottratto a scuola, trasporti, assistenza sociale, sanità (a proposito, che fine hanno fatto le promesse di potenziare strutture e organico del Sistema Sanitario Nazionale? Meglio aumentare il budget della difesa, tanto i nodi verranno al pettine solo alla prossima pandemia).

La guerra in Ucraina ci riguarda da vicino anche perché porterà a una penuria e a un costo insostenibile dei generi alimentari di prima necessità. Qui in Italia la cosa sarà complessivamente affrontabile, forse, ma altrove nel mondo la rabbia è già scoppiata: nello Sri Lanka, a fronte di una grave carenza di beni di prima necessità, di un’impennata dei prezzi e di continue interruzioni di corrente fino a dieci ore al giorno, i manifestanti hanno in questi giorni incendiato il palazzo del presidente (un altro filo-occidentale). La stessa Intifada araba del 2011 che dall’Egitto alla Tunisia ha visto le sollevazioni di massa delle popolazioni arabe (e tuttora persiste la repressione di quei movimenti nello Yemen e in Siria ad esempio), ha avuto come innesco un aumento insostenibile del prezzo del pane, un pane fatto con lo stesso grano che ora è fermo nei silos ucraini. Davvero possiamo pensare che tutto ciò non ci riguardi da vicino?

Infine, questa guerra ci tocca molto da vicino perché nessuno conosce al momento le strade che potrà prendere lo scontro tra grandi potenze mondiali (Usa ed Europa divisa da una parte, Russia e Cina dall’altra). I segnali, ben più che segnali, sono allarmanti: il grande riarmo tedesco e l’aumento percentuale sul Pil delle spese in armamenti in tutto il mondo, a fronte di ben altre necessità, ricorda ciò che è successo negli anni ’30 del secolo scorso alla vigilia del secondo conflitto mondiale. Non è remota la possibilità che la guerra guerreggiata arrivi direttamente qui da noi. Il momento è di una gravità estrema, ed è per questo che occorre fare tutto ciò che ci è possibile per tentare di fermare la guerra, la corsa agli armamenti e l’economia capitalistica di cui la guerra non è un accidente ma una componente essenziale. Dunque, ben vengano marce, sit-in, campagne di pressione, denunce come le vostre. Ma lo strumento fondamentale per intaccare la produzione, quella economia di guerra e di “pace” che costituisce il vero problema, e per fermare la guerra, resta lo sciopero, a partire da quello indetto per il 20 maggio dal sindacalismo “di base”.

  • Aderiamo, perciò, allo sciopero del 20 maggio e facciamolo conoscere sui posti di lavoro!
  • Contro la guerra Nato-Russia e l’economia di guerra!
  • Contro il governo Draghi!

Venerdì 20 maggio – ore 18.30

Presidio – Assemblea a Venezia, Campo san Geremia

Comitato permanente contro le guerre e il razzismo – Marghera

INFO E CONTATTI: https://www.facebook.com/Comitato-Permanente-Contro-Le-Guerre-E-Il-Razzismo-101125652170634/

PER ADESIONI: arecspanantonio@gmail.com

Il 25 maggio va in scena l’attacco giudiziario alla lotta di classe – CSA Vittoria / SI Cobas

Nel marzo 2015 dopo un lungo ciclo di scioperi davanti ai cancelli della DHL – colosso della logistica nazionale e internazionale – di Settala e Liscate, in concomitanza dello sciopero generale della logistica indetto dal SI Cobas, venne organizzata una presenza di massa alla DHL di Settala. Una giornata di lotta importante che coniugava una piattaforma nazionale di rivendicazioni per tutti i lavoratori della logistica ad una dura vertenza interna per migliori condizioni di lavoro e di agibilità sindacale. Quel ciclo di lotte portò alla firma di un accordo sindacale che ha migliorato le condizioni di vita per centinaia di lavoratori e lavoratrici, ottenendo il risultato non secondario di far emergere il modus operandi di questa (come di tutte) multinazionale della logistica che sarà in seguito indagata per una frode milionaria ai danni dei lavoratori.

Eravamo in tantissimi davanti a quei cancelli, sbarrati durante la notte per una serrata dei padroni; lavoratori, studenti, compagni e compagne accorsi in solidarietà alla lotta degli operai e delle operaie della DHL per un’assemblea operaia di massa sulle motivazioni dello sciopero, inquadrando la giornata in una prospettiva di classe e per il ribaltamento dei rapporti di forza all’interno dei luoghi di lavoro e della società nel suo insieme. Per quella bella e combattiva assemblea di lotta, diversi compagni solidali e lavoratori sono stati condannati in primo grado a pesanti pene da 1 anno e 8 mesi fino a 2 anni 3 mesi e 2 anni 6 mesi evidenziando cosi un salto qualitativo e importante della repressione nei confronti del movimento di lotta sindacale e politico dei lavoratori della logistica come elemento qualificante e avanzato della lotta di classe in Italia.

II prossimo 25 maggio si svolgerà il processo di secondo grado per 7 compagni del Csa Vittoria e del SI Cobas, incluso il coordinatore nazionale. 

Crediamo importante sollecitare una presenza in tribunale per sostenere gli imputati e rivendicare il diritto di sciopero e che la repressione non fermerà, come non ha infatti fermato, le lotte dei lavoratori.  Dopo anni di attacco alle lotte operaie con cariche davanti ai cancelli e fogli di via e arresti e processi  contro i militanti dell’ opposizione di classe, i venti di guerra e l’escalation guerrafondaia del governo Draghi diventano il quadro di contesto che servono a motivare e a spingere per un irrigidimento repressivo nei confronti dell’espressione del dissenso e della resistenza di classe alla ristrutturazione in corso.

Ma la repressione non ferma la lotta di classe.


MERCOLEDI 25 MAGGIO ORE 8,30 presenza davanti ai cancelli del Palazzo di Giustizia – ORE 9,00 presenza in aula in solidarietà agli imputati. Csa Vittoria – SI Cobas

link link al comunicato del Csa Vittoria dopo le condanne
https://www.csavittoria.org/it/repressione/condanne-pesanti-lo-sciopero-
della-logistica-arriva-la-rappresaglia

link link al video della conferenza stampa al palazzo di giustizia
https://www.youtube.com/watch?v=qSisD33OSK8

link al Comunicato del SiCobas dopo le condanne e di denuncia delle truffe ai danni dei lavoratori del sistema di cooperative gestito dalla DHL  http://sicobas.org/2021/06/08/dhl-truffatori-evasori-e-supersfruttatori-della-forza-lavoro-per-la-finanza-ma-chi-li-denuncio-e-combatte-fu-perseguito-e-condannato/

Portare Taiwan nella NATO, o la NATO a Taiwan? – Eve Ottenberg

Un compagno ci ha segnalato questo vibrante scritto di Eve Ottenberg comparso due giorni fa sul sito statunitense Counterpunch, accompagnandolo con questo pungente commento: “Eccoci! Prossima mossa: Taiwan entra nella NATO!”. Ci siamo permessi, perciò, di modificare il titolo originario del testo, che trovate qui sotto, sicuri di non tradirne il senso d’insieme.

https://www.counterpunch.org/2022/05/13/fresh-off-russia-the-u-s-just-cant-stop-provoking-china/

Non ci sfugge che la brava polemista non sembra afferrare la radice profonda, materialmente determinata, di questa furiosa, cieca voglia di distruzione e di guerra che possiede le alte sfere del Congresso, delle amministrazioni statunitensi, delle grandi corporations e degli enti finanziari che li hanno in pugno – anche se nelle batture finali Ottenberg parla degli Stati Uniti come di un “potere egemone insicuro”. Ma non pretendiamo troppo. Del resto, sono temi fissi del nostro blog tanto il lungo declino del super-imperialismo statunitense quanto la crisi sempre più profonda dell’intero sistema sociale capitalistico, e la combinazione esplosiva, incontrollabile tra questi due processi. Invece di farle le pulci, prendiamo sul serio le notizie che ci dà e l’allarme che lancia. (Red.)

Freschi di Russia, gli Stati Uniti non riescono a smettere di provocare la Cina

In un atto di ipocrisia cieco e vertiginoso, gli Stati Uniti hanno recentemente dichiarato che invaderanno le Isole Salomone, se il nuovo patto che quel paese ha concluso con Pechino comporterà la costruzione lì di una base militare cinese. Questo, dopo mesi in cui i nostri politici hanno urlato come pazzi deliranti sul male apparentemente impareggiabile e mai visto prima della Russia che invade l’Ucraina, con un pieno di paragoni tra Putin e Hitler. Ebbene: se Biden invade le Isole Salomone, è Hitler? Del resto, che dire di George Bush, che ha invaso l’Iraq e l’Afghanistan? È Hitler? E il britannico Tony Blair: è Hitler?

Inoltre, le centinaia se non migliaia di governanti nella storia umana che hanno invaso paesi stranieri sono tutti Hitler? Immagino che abbiamo già dimenticato la parte in cui Hitler sterminò sei milioni di ebrei insieme a milioni di slavi, rom, comunisti e altri cosiddetti indesiderabili. Questo sterminio, a quanto pare, non è più considerato una caratteristica distintiva del male unico costituito da Hitler. In quale altro modo spiegarci, se no, che le accuse di essere Hitler sono una dozzina in questi giorni? Tale retorica a buon mercato non serve a niente per aiutare gli ucraini comuni che stanno soffrendo. Ma sicuramente aiuta i dirigenti d’impresa guerrafondai a diventare più ricchi. Questo è il punto.

“Ma, ma”, balbettano i residenti di Washington ubriachi di potere, mentre le azioni delle compagnie del settore militare salgono alle stelle (oltre il 60 percento dall’invasione della Russia): “l’ordine dev’essere basato sulle regole!”. Questa è la bugia con cui l’impero statunitense elude il diritto internazionale con l’affermare che le sue “regole” si applicano a tutti tranne che a Washington. Fatto sta che ultimamente, il mondo civilizzato, soprattutto il Sud del mondo, non si beve queste sciocchezze. Se si esclude l’Europa, il trucco non funziona da nessuna parte.

La Cina è il nemico numero uno di Washington. Anche se non lo si direbbe, dato il feroce clamore che sta facendo sulla Russia, deliberatamente provocata (dall’Occidente), e sulla terribile invasione dell’Ucraina. Alla fine di aprile, la Gran Bretagna, la cagnolina di lusso degli Stati Uniti, rappresentata dalla dimenticabile Liz Truss, ha urlato che la NATO dovrebbe essere più coinvolta nell’Estremo Oriente. Che dio ci aiuti! La NATO ha già creato abbastanza guai in Ucraina per un’intera generazione. Forse ne ha creati così tanti che porrà fine a tutte le generazioni future. Lo scopriremo. Ma i guerrafondai di Washington sono d’accordo con Truss [noi spieghiamo in un altro testo postato oggi che è piuttosto Truss ad essere portavoce dei guerrafondai di Washington – red.]. In effetti, costoro propongono persino – ed è una proposta da incubo – di armare il Giappone con armi nucleari, sentendosi frustrati per non poter circondare la Cina di missili come hanno fatto con la Russia. Quell’accerchiamento ha provocato la guerra in Ucraina, che, secondo tutte le indicazioni, Washington considera uno strepitoso successo propagandistico.

Nel frattempo, nei media occidentali è stato sottostimato l’avvertimento lanciato dalla Cina agli Stati Uniti il 29 aprile contro l’invio di armi a Taiwan. La Cina ha annunciato che risponderà all’intervento straniero. Questa rabbiosa risposta a Washington è arrivata in un contesto difficile: il 26 aprile, per minacciare la Cina e mostrare i propri muscoli, il cacciatorpediniere USS Sampson è transitato nello Stretto di Taiwan, cosa che a detta della Settima Flotta “dimostra l’impegno degli Stati Uniti per un Indo-Pacifico libero e aperto”. Oh, oh. Ciò che dimostra è l’impegno degli Stati Uniti, in particolare di Biden, ad entrare in guerra se la Cina dovesse fare ciò che ha detto per decenni che farà e che gli Stati Uniti hanno tacitamente accettato, vale a dire, lentamente, osmoticamente, assorbire Taiwan nella terraferma. Ma la Cina ha ora ricevuto il messaggio bellicoso della marina americana. Il 6 maggio, 18 jet dell’aviazione dell’Esercito di Liberazione del Popolo hanno ronzato sopra Taiwan.

Circa una volta al mese una nave della marina statunitense transita nello Stretto di Taiwan. È successo di nuovo solo la scorsa settimana. Il 10 maggio la USS Port Royal ha manovrato in queste acque agitate, dimostrando che, indipendentemente dal numero di jet dell’aviazione cinese con cui contrasta, gli Stati Uniti continueranno a inviare le loro navi in luoghi che non gli appartengono. Gli Stati Uniti hanno un talento per creare situazioni disgustose e poi, come ha detto lo storico John Mearsheimer della catastrofe che è stata provocata tra Russia e Ucraina, Washington si rifiuta di riconsiderare la propria orribile politica, ed anzi raddoppia. Abbiamo visto dove ci ha portato il raddoppio in Iraq e in Afghanistan, ma sta’ sicuro, non abbiamo certo appreso la lezione.

Anche i senatori Bob Menendez e Lindsay Graham, falchi anti-cinesi, si sono dedicati a peggiorare la situazione, andando a Taiwan a metà aprile per incoraggiare l’isola a opporsi alla Cina. Anche il viaggio programmato, e poi annullato, dalla leader della Camera Nancy Pelosi non ha aiutato: tutti questi faccendieri del Congresso stanno spingendo Taiwan a un’imprudenza catastrofica. Perché in ogni caso, questo è un invito al suicidio di massa. È solo una questione di quanto grande sarà la massa. Due sono i casi: o i travet politici statunitensi spingono Taiwan a dichiararsi una nazione indipendente, provocando così l’invasione militare cinese, e poi, come spesso accade, gli sbruffoni statunitensi infrangono le loro promesse e non fanno nulla, lasciando Taiwan nella tempesta o, quel che è peggio, mantengono le loro solenni promesse, e abbiamo un’esplosione del conflitto tra Pechino dotata di armi nucleari e Washington dotata di armi nucleari, un orrore tale che anche un bambino di quarta elementare ne può comprendere la portata. In effetti, un bambino di nove anni vede, in media, molto più avanti di molti membri del congresso, che stanno percorrendo un sentiero di incitamento all’Armageddon atomico. Anche gli idioti della Casa Bianca percorrono quella strada. Credo questa sia una primavera odorosa.

Come ha pontificato al Congresso il segretario di Stato Antony Blinken: “Quando si tratta della stessa Taiwan, siamo determinati ad assicurarci che disponga di tutti i mezzi necessari per difendersi da qualsiasi potenziale aggressione, compresa l’azione unilaterale della Cina per interrompere lo status quo che è in vigore da molti decenni”. Oh, oh, ancora! Come ha twittato il commentatore Arnaud Bertrand: “L’ironia è che armare Taiwan fino ai denti È una grave interruzione dello ‘status quo in vigore da molti decenni'”. Tale status quo è la politica One China, una sola Cina, che postula che Taiwan faccia parte della Cina. Dagli anni di Nixon, che furono un periodo di relativa sanità mentale rispetto a Pechino, gli Stati Uniti lo hanno accettato. Blinken avvolge la storia in un pretzel per giustificare il nuovo incitamento, l’aggressione degli Stati Uniti e, in modo molto redditizio per gli Stati Uniti, l’affondamento dell’isola sotto una mastodontica montagna di armi.

Nel frattempo, l’amministrazione Biden fa di tutto per offendere la Cina. Il 28 aprile, Washington ha invitato un funzionario taiwanese a un evento di 60 nazioni sul futuro di Internet; quindi ora gli Stati Uniti riconoscono ufficialmente Taiwan come paese indipendente? Washington ha abbandonato il riconoscimento formale di Taiwan nel 1979; dobbiamo concludere che Biden sta cambiando questa politica? In questa conferenza le 60 nazioni hanno fatto varie promesse sulla tecnologia digitale e Internet. Taiwan doveva davvero partecipare? Ciò fa seguito a un disegno di legge approvato dalla Camera dei rappresentanti il ​​27 aprile, che ordina al dipartimento di stato di muoversi per promuovere lo status di osservatore per Taiwan presso l’Organizzazione mondiale della sanità. A dicembre, Taiwan è stata invitata al vertice sulla democrazia organizzato dall’amministrazione Biden.

Poi, a coronamento di tutte queste balle di promozione di Taiwan, che Pechino sicuramente considera con amarezza altrettante provocazioni, l’8 maggio il dipartimento di Stato ha riscritto la parte del proprio sito web che si occupa del territorio. E in questa occasione ha posto termine al riconoscimento dell’isola come parte della Cina continentale. È scomparso anche l’affermazione che gli Stati Uniti non supportano l’indipendenza di Taiwan. Vedete in che direzione si sta andando? Ad incoraggiare e acclimatare il mondo a trattare Taiwan come una nazione indipendente, per meglio radunare una coalizione di volonterosi quando Taiwan commetterà l’errore fatale di dichiararsi tale, e la Cina reagirà a ciò che senza dubbio considera come aperta ribellione da parte di un territorio che da tempo ha definito una provincia rinnegata.

Non sarebbe meglio che gli Stati Uniti tentassero l’approccio a cui hanno arrogantemente storto il naso con la Russia, vale a dire il negoziato? O schierassero dei diplomatici, membri di una specie in via di estinzione, attualmente quasi estinta per quello che riguarda Washington e Mosca? Invece di lanciare contro la Cina minacce e insulti, i governanti statunitensi potrebbero prendere in considerazione l’idea di sedersi con le loro controparti a Pechino e cercare di escogitare benefici e protezioni per Taiwan, mentre si avvicina alla reintegrazione con la terraferma. Ma ciò presuppone che i governanti di Washington siano persone rispettabili, un’illusione da cui il loro comportamento nei confronti dell’Ucraina e della Russia avrebbe dovuto disingannare per sempre tutti gli osservatori.

Quindi no. Biden e i suoi simili hanno un pubblico domestico da abbindolare, il che significa irritarsi usando la guerra per distrarre dai prezzi alle stelle, e poter così sognare di vincere le elezioni; e come hanno dimostrato questi politici nei confronti della Russia, pur di restare in piedi tenendosi stretto il loro bottino qui a casa, sono disposti a sfidare ogni volta il buon senso, anche se questo significa flirtare con l’annientamento atomico. Anche se questo significa bruciare le opportunità per scongiurare o porre fine a una guerra. Anche a costo di prolungare attivamente e perfidamente una guerra. Quindi l’impero statunitense continua nella sua folle ricerca di lanciare Taiwan come una nazione indipendente in erba all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, gettando così le basi per il tipo di blitz di propaganda che attualmente bombarda la Russia, fornito dai nostri media compiacenti e completamente isterici. Chi ripensa ora alle richieste scritte di garanzie di sicurezza di Mosca, nel frastuono di terribili accuse di crimini di guerra e davanti al vero orrore della guerra? Allo stesso modo, l’obiettivo attuale è rimuovere dalla mente del pubblico il fatto che per la maggior parte del mondo Taiwan non è una nazione indipendente.

Solo 13 paesi, per la maggior parte piccole isole caraibiche o nazioni centroamericane storicamente di destra, riconoscono Taiwan come paese sovrano. L’ONU considera l’isola un territorio, non un paese. Ciò presenta difficoltà per i guerrafondai al Congresso degli Stati Uniti e alla Casa Bianca, o almeno così era una volta. Ora, a quanto pare, l’atmosfera è: “Oh, e piantala! Armiamo Taiwan e andiamo in guerra se la Cina fa una mossa”. Questa follia flirta con l’inverno nucleare, ma a quanto pare i nostri depravati idioti del Congresso pensano che far morire di fame miliardi di persone non sia un prezzo troppo alto da far pagare per resistere al nemico asiatico numero uno, che solo fino a poco tempo fa era un amico e un rispettato partner commerciale degli Stati Uniti, ed ora è demonizzato come una minaccia comunista per fare il lavaggio del cervello agli americani timorati di Dio.

Nonostante il vergognosamente viscido, pernicioso e stolto “pivot to Asia” di Obama, le vendite di armi degli Stati Uniti a Taiwan non sono cresciute davvero fino a quando Trump non ha preso la palla al balzo per lanciare il suo “provochiamo la Cina”. Quindi, negli ultimi anni, Washington ha venduto a Taiwan miliardi di dollari di armi. All’inizio di aprile, gli Stati Uniti hanno approvato un accordo missilistico Patriot del valore di 95 milioni di dollari. La Cina ha protestato. Sorpresa! Le sue lamentele sono cadute nel vuoto.

Sempre desideroso di preparare qualsiasi confezione politica capace di seminare morte, il pezzo grosso della squadra di Trump Mike Pompeo ha chiesto, a marzo, il riconoscimento diplomatico di Taiwan come paese sovrano. Dopo aver armato i taiwanesi in modo indiscriminato, quella sarebbe la ciliegina sulla torta avvelenata. Ma non pensiate certo che Washington si limiti a Taiwan nel suo confronto con la Cina. Oh, no. Come mostra la rissa sulle Isole Salomone, gli Stati Uniti hanno progetti grandi, molto grandi: intendono contrastare la Cina a livello globale.

“La sfacciata minaccia alle Isole Salomone da parte degli Stati Uniti ne mette in mostra l’egemonia e il bullismo”, titolava un articolo del Global Times il 24 aprile. Ecco come Pechino considera Washington. E la saggezza comune dice che non c’è niente di peggio di un potere egemone insicuro. Infatti, ovunque l’occhio imperiale volge il suo sguardo arrogante e meticoloso, vede pericoli, trappole, umiliazioni. La Cina ha conquistato avamposti economici in tutto il mondo, come parte della sua Belt and Road Initiative. Washington intende attaccare Pechino per tutto questo? Staremo a vedere, perché anche se sarebbe una battaglia persa per gli Stati Uniti, come abbiamo visto troppo spesso negli ultimi decenni dal Vietnam all’Afghanistan all’Iraq, ciò non significa che questo non sia nei piani di Washington.