Il messaggio del governo Meloni, nei suoi primi 100 giorni – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Il messaggio del governo Meloni – nei suoi primi 100 giorni

“Spread, borsa, economia, l’Italia è più solida e in salute di quanto si voglia far credere”: così la Meloni ha voluto salutare i primi cento giorni del suo governo. Se per Italia si intende il mondo del capitale, gli interessi dei capitalisti, chi può darle torto? C’è però un’altra faccia di questo galleggiamento della borghesia italiana: è lo sprofondamento dell’altra Italia, del mondo del lavoro salariato dove in questi mesi si sono toccati record di morti sul lavoro, c’è stato un pesante taglio dei salari per l’inflazione più alta da 40 anni in qua, sono ulteriormente cresciute precarietà e povertà. E sui luoghi di lavoro il dispotismo padronale si è fatto ancora più aggressivo, incoraggiato ad andar giù duro dal nuovo esecutivo che si è impegnato a “non disturbare chi produce”, cioè chi sfrutta i produttori reali.

Questo effetto si vede anche nella logistica, l’unico ambito della produzione in cui negli ultimi anni le forti lotte dei facchini immigrati organizzati nel SI Cobas hanno fatto arretrare il fronte padronale. Perfino gli scandali e le inchieste sui giri di evasione fiscale e contributiva che hanno coinvolto importanti filiere (Dhl e Brt su tutte), vengono usati strumentalmente dai padroni a proprio uso e consumo. Invece di porre fine una volta e per tutte al sistema degli appalti e dei subappalti, la strategia padronale è quella di andare verso il loro superamento formale, ma con l’obiettivo di imporre un balzo all’indietro della condizione operaia, con il ritorno a livelli salariali, di orario, normativi indecorosi, e l’azzeramento delle libertà sindacali – cancellando così un intero ciclo di lotte. Questa manovra troverà pane per i suoi denti, com’è accaduto alla FedEx. Ma intanto anche quella parte del padronato della logistica che aveva accettato di firmare accordi migliorativi di secondo livello affila le armi, contando sull’aiuto solerte di Cgil-Cisl-Uil, della magistratura e delle forze della repressione.

Il governo Meloni, quindi, governo del grande capitale, e non solo rappresentante di quel pulviscolo di mezze classi, piccoli accumulatori e campioni del sommerso, ai quali Meloni&Co. hanno comunque regalato nuove sanatorie e la depenalizzazione dei reati fiscali – senza dimenticare il chiodo fisso della flat tax, verso cui questo esecutivo intende marciare a piccoli passi con l’ulteriore riduzione delle aliquote. Governo del grande capitale e governo della guerra, perché allineato in pieno alla politica atlantista e bellicista del governo Draghi e della presidenza della repubblica – giusto il contrario dello scatto “sovranista” che si aspettavano certi “rosso”-bruni.

Per tale lo abbiamo salutato appena si è costituito. La sua legge finanziaria, la sua politica estera hanno confermato il nostro giudizio. Ma è il caso di entrare nel merito della sua azione per provare a comprendere come mai il governo “più a destra degli ultimi 70 anni” abbia goduto finora di una pace sociale quasi totale.

Una condizione fondamentale perché ci sia pace sociale è la divisione della classe lavoratrice, che non è certo cosa recente né di superficie. Per approfondire le divisioni già esistenti nella classe, e accentuarne l’attuale paralisi, la manovra del governo Meloni si è svolta in due direzioni: attacco ai nuovi immigranti, attacco ai percettori del reddito di cittadinanza.

Sul primo fronte, le misure contro le Ong, oltre che ad aumentare costi, rischi e lutti delle traversate in mare, sono servite a intimidire l’intero campo delle popolazioni lavoratrici immigrate, e a rinfocolare sospetti e inimicizia verso di loro, il “nemico esterno”. Razzismo di stato classico.

Sul secondo fronte, la decisione di segare il reddito di cittadinanza e la rivoltante campagna mediatica, politica, ideologica contro i “divanisti” orchestrata da parassiti incollati da decenni a poltrone di lusso da 15.000 euro il mese, hanno approfondito il solco tra chi un lavoro ce l’ha, ma è costretto a sopportare orari di lavoro interminabili con paghe sempre più erose dall’inflazione, e chi è invece relegato ai margini del mercato del lavoro dalle più varie circostanze avverse della propria esistenza.

Questo doppio attacco sta allargando l’esercito proletario di riserva storicamente amplissimo in Italia, il paese della sconfinata economia sommersa. La concorrenza tra lavoratori e lavoratrici per posti di lavoro invariabilmente precari e saltuari sta spingendo molti all’emigrazione, altra valvola di sfogo delle possibili tensioni sociali. E l’opera di divisione andrebbe ulteriormente in profondità se il governo riuscisse a varare la formalizzazione delle gabbie salariali e il rafforzamento delle autonomie delle singole regioni. Aiuto di stato all’intensificazione dello sfruttamento e alla svalorizzazione del lavoro – un tipo di aiuto su cui l’Unione europea non ha mai alcuna obiezione da fare. Anzi!

C’è anche un terzo versante dell’azione governativa che riguarda le lavoratrici e le donne senza privilegi: il riconfermato taglio dei servizi, l’abolizione dell’opzione donna in materia pensionistica, e la politica di incentivazione delle nascite penalizzano la loro condizione gravandole di carichi di lavoro di cura insostenibili, spingendole verso la povertà, specie se sono capifamiglia, e verso quella ghettizzazione nella prigione domestica che le destre di tutto il mondo considerano il territorio naturale per la felicità e l’auto-realizzazione delle donne. Un aiuto di stato a ristabilire la tradizionale gerarchia uomo-donna che tanto ha depotenziato in passato la lotta di liberazione delle donne e di tutti gli oppressi.

Insomma, con l’esecutivo in carica siamo nel pieno solco delle politiche “neo-liberiste” degli ultimi decenni, radicalmente a favore del capitale. Dunque: quale underdog, quale diseredata?, come la Meloni si è definita. Un nuovo cane da guardia del padronato e del sistema capitalistico. Niente di sorprendente, essendo a capo di un governo borghese. Non stiamo qui a discutere se l’attuale governo sia la soluzione ideale per la borghesia italiana in questo momento oppure no, o a divinare se durerà o meno i 5 anni pronosticati dalla Meloni. In tempi di furiosi scontri inter-capitalistici come questi, è difficilissimo che ci siano governi stabili anche in paesi più solidi dell’Italia. Ci interessa, piuttosto, mettere a fuoco lo specifico messaggio potenzialmente insidioso che il nuovo esecutivo stalanciando a parte l’essere guidato da una “donna”, una carta che comunque i mass media hanno avvalorato come interessante e innovativa.

Chiamare direttamente in causa il fascismo porta fuori strada. Sebbene non manchino nel governo e nella sua maggioranza i nostalgici, tipo La Russa, che ha reso solenne omaggio al Msi, malapianta nata a Salò e costituzionalizzata dai democratici De Gasperi e Togliatti, o Durigon con i suoi balilla, quell’esperienza di dittatura borghese è consegnata, per il momento, al passato. Non solo dalle destre, dall’intera classe dominante. Non c’è un pericolo proletario immediato da stroncare travestendosi da “rivoluzionari” alla Mussolini, pronti a rivoluzionare il quadro istituzionale borghese pur di salvare il capitalismo. Più che l’esaltazione dello stato, il mussoliniano “tutto nello stato e per lo stato, niente al di fuori dello stato e contro lo stato”, il credo meloniano è costruito intorno alla patria e ai valori tradizionali: fede, famiglia, nazione come comunità di radici ereditate e di destino degli autoctoni, stato nazionale come difensore di questa “identità”. Il suo è un programma di “restaurazione della compattezza nazionale” per assecondare un rinnovato slancio esterno da potenza neo-coloniale, imperialista, in difficoltà.

Si spiegano in questo quadro una serie di decisioni, di affondi propagandistici, di proposte locali provenienti dall’area di FdI: dalla formazione di un Comitato nazionale di bio-etica dominato dai cattolici più conservatori ostili alla legge 194 alla “battaglia per la natalità” densa di conseguenze per la condizione femminile; dall’idea di istituire una “Giornata regionale dei giovani al servizio della patria” per ricordare “i ragazzi del ‘99” (avanzata da FdI in Veneto) alla pretesa di riscrivere gli “anni di piombo” trasformando gli apparati dello stato e le destre da carnefici in vittime; dalla “riabilitazione del merito” a quella della gerarchia in ogni ambito della vita sociale; dalla rivendicazione di Dante come padre nobile della destra a quella del clericalismo dei valori non negoziabili di Wojtyla.

Sarebbe miope prendere sottogamba questa offensiva culturale, ideologica. Perché si propone di fornire un “orizzonte di senso” nel mezzo di una crisi epocale della civiltà capitalistica, prospettando un’uscita in positivo, “comunitaria”, dall’individualismo, dall’assenza di certezze, dal nichilismo, dai fenomeni di decomposizione sociale – mali sociali reali che affliggono e spesso funestano l’esistenza dei salariati e della gente priva di privilegi (basti considerare la diffusione delle droghe, chimiche e spirituali, e il tasso di suicidi in ascesa). La presa sociale anche in larghi ambiti proletari dell’Internazionale nera dei Trump, Bolsonaro, Le Pen, dei gemelli Kaczinsky, di Orban, Vox e così via (inclusi i cardinali Viganò, Burke, Muller e le relative reti di potere), si spiega con la capacità di questi soggetti e dei loro movimenti/associazioni/partiti di prospettare demagogicamente una via di uscita globale dalle angoscianti incertezze del presente – una via di uscita nel segno della “vita”. Estremo paradosso, poiché si tratta di membri a tutti gli effetti dell’Internazionale capitalistica della morte. Ma è un paradosso che ha preso corpo in Occidente per l’assenza dalla scena – come forza realmente rivoluzionaria, come unico effettivo “partito della vita e della specie” – del movimento proletario internazionale e internazionalista. E sarebbe davvero ingenuo immaginarci che nelle nazioni in ascesa queste tematiche non abbiano alcun fascino – avete presenti i discorsi di Putin contro il satanismo e l’ideologia gender, la riscoperta dell’organicismo confuciano da parte di Xi Jin Ping e del PCC, le declinazioni del “vero maschio” proprie del premier indiano Modi, per tacere del pensiero della teocrazia islamista al potere in Iran?

L’ambizione di Meloni&Co. è di usare il suo “dio, patria, famiglia” per rilanciare il ruolo dell’Italia nel mondo. Essendo entrata sulla scena mondiale una molteplicità di attori capitalistici dalle grandi forze e potenzialità, non si potrà più trattare, come un secolo fa, del sogno di conquistare un posto al sole. Ma si punta almeno ad uscire parzialmente dall’ombra, bloccando ed invertendo il declino del capitale made in Italy dalle postazioni raggiunte negli anni ‘80 dello scorso secolo. Ed ecco, dopo lo stop ai rapporti energetici con la Russia imposto da Washington, il riorientamento dell’imperialismo italiano verso il Nord Africa, con i viaggi in Algeria e in Egitto “per arginare Russia e Cina”, viaggi compiuti ostentatamente sulle orme di Enrico Mattei (che gonzi quelli che si sono richiamati al suo nome credendo di essere contro l’élite del capitale!); la Conferenza sui Balcani a Trieste per “sancire un nuovo attivismo politico dell’Italia nella regione”; l’accordo con Regno Unito e Giappone per produrre caccia bombardieri Tempest; la conferma della decisione di accettare nuove atomiche NATO in Italia e di costruire a Pisa, con i fondi Pnrr, una nuova enorme base militare. In tutti questi casi l’attivismo del governo Meloni equivale ad una semina di guerre.

Davanti a questo progetto che riprende e capitalizza decenni di proiezione internazionale liberale, fascista, democratica che hanno reso l’Italia un paese imperialista dall’inizio del secolo scorso, fanno la parte degli scemi del villaggio quanti pretendono di insegnare a professionisti del rango di Mattarella, Draghi e Meloni come si potrebbe difendere meglio l’interesse nazionale “uscendo dalla NATO e dalla UE” – e come, di grazia, mettendo nell’urna una croce sui nomi di Rizzo, Toscano o Fusaro? Anche noi internazionalisti siamo per la cancellazione definitiva dalla faccia della terra di NATO e Unione Europea, ma affidiamo questa battaglia, che sarà inevitabilmente molto cruenta, all’unione di lotta tra i lavoratori di tutti i paesi della NATO e dell’Unione europea per edificare sulle loro ceneri non la “sovranità dell’Italia” o un ordine multipolare comunque ultra-capitalistico, ma un mondo nuovo senza schiavitù salariata, senza competizione tra aziende e individui, senza guerre, senza sovrani né sudditi, nel segno della cooperazione sociale universale.

Parte integrante del “messaggio” meloniano è l’uso del manganello democratico con maggiore violenza dei suoi predecessori. Ordine! L’ordine del capitale, s’intende. Il decreto +rave varato in fretta e furia nei primi giorni di operatività dell’esecutivo ha svelato l’intenzione di fondo del governo e dei vertici dello stato: colpire gli “assembramenti”, colpire ogni forma di manifestazione di massa che possa disturbare la “quiete pubblica” (non le orecchie dei vicini, ma quelle della classe dominante). Se ciò non bastasse, ecco la cinica persecuzione contro Alfredo Cospito. La sua coraggiosa, ostinata protesta contro l’art. 41 bis come strumento di tortura, è stata trasformata dal governo in un attentato terroristico che mette a rischio l’esistenza stessa dello stato – uno stato che sarebbe “preso in ostaggio” (!!?) da chi, in realtà, è il suo ostaggio murato vivo nella gabbia del 41 bis. La matrice politica di questo provvedimento fondato unicamente sull’odio di classe e sullo spirito di vendetta, e che utilizza in modo spregiudicato i dispositivi dell’intero impianto repressivo ereditato e mutuato dal codice Rocco, è stata brillantemente sintetizzata in una dichiarazione dell’avvocato F. Rossi Albertini, che non ha bisogno di commenti: “Neanche la strage di piazza Fontana è stata considerata come un’azione che mette in pericolo la sicurezza dello stato. Nella vicenda Cospito, più che la pericolosità dell’azione, è sotto accusa la soggettività dell’imputato e la matrice ideologica” (rivoluzionaria).

Può stupire il clamore intorno a questo “caso” e, certo, ha contato l’imprevista solidarietà intorno alla lotta di questo compagno anarchico. Ma con la linea della “fermezza”, con l’immondo abuso dell’accusa di terrorismo, il governo Meloni sta lanciando un monito preventivo alle lotte di massa di domani, che sa essere inevitabili. Così facendo pungola polizia, carabinieri, magistratura e, di scorta, l’amica mafia che può sempre tornare utile, ad un’azione repressiva maggiormente aggressiva contro i “facinorosi” di turno. Per questi assassini professionali, perfino gettare un po’ di vernice su un quadro diventa un delitto da esecrare e punire in modo esemplare con il carcere. Del resto è una tendenza generale in Occidente: in alcuni stati dell’Amerika rompere una vetrina è già inquadrabile come reato di terrorismo, nel Regno Unito si prepara una draconiana legislazione anti-sciopero, in Francia la brutalità della polizia s’avvicina giorno dopo giorno a quella d’oltre Atlantico, in Germania botte da orbi contro i giovani ecologisti, per non dire del solito imbattibile primato di Israele nello spargere il sangue dei suoi nemici e nel militarizzare la vita sociale. Poi ci vengono a raccontare balle sulla lotta mortale tra democrazia/libertà e autocrazia/repressione…

Vorremmo sbagliarci, ma dopo aver osservato i successi ‘popolari’ di formazioni simili a Fratelli d’Italia in altri paesi occidentali, e constatando il perdurare della stasi sociale, ci viene da dire: attenzione alle insidie dell’operazione-Meloni! Certo, le ragioni dell’attuale pace sociale affondano in almeno quattro decenni di offensiva capitalistica a tutto campo e di trasformazioni radicali nella divisione del lavoro, nel mercato del lavoro, nell’organizzazione del lavoro, nel contenuto del lavoro, nell’ideologia dei lavoratori – anche la catastrofe dei paesi del “socialismo reale” ha avuto il suo peso, fiaccando ulteriormente la volontà di lotta di settori della classe operaia che si erano illusi sulla capacità di quei regimi di essere un contrappeso alla potenza devastante dell’imperialismo. Ma proprio perché abbiamo alle nostre spalle questa fase storica di disorganizzazione e di smarrimento dei proletari, specie qui in Italia e in Europa; proprio perché le nuove generazioni non hanno né esperienza delle guerre né esperienza di accesi conflitti sociali e politici; il governo delle destre può tentare di raccogliere i frutti di questa lunga offensiva avviando, con il suo aggressivo nazionalismo e razzismo, un processo di mobilitazione popolare intorno al rilancio dell’Italia e mettendo alla gogna i nemici esterni e interni, i “terroristi”, i disfattisti.

Un banco di prova importante, per l’esecutivo, è quello della guerra in suolo ucraino tra Nato e Russia. Per il governo non sarà agevole, perché sono più diffusi di un anno fa il sentimento di contrarietà all’invio di altre esiziali armi al governo Zelensky e l’orientamento a “star fuori” dalla guerra, o a fare qualcosa per impedirne gli sviluppi più disastrosi. Allo stesso modo, per quanta paura e apatìa possa esserci nella massa dei proletari e dei salariati, l’oltranzismo padronale e governativo costringerà masse di sfruttati/e a esprimere con la lotta il loro malcontento, la rabbia accumulata, e masse di giovani studenti a non limitarsi a proteste simboliche sui temi dell’ecologia e della formazione al lavoro salariato. Di sicuro è di incoraggiamento che in Francia e nel Regno Unito le piazze stiano tornando a riempirsi di scioperi e di massicce dimostrazioni, per quanto ancora zavorrate dalle illusioni welfariste del passato e dall’assurdo feticcio della legge borghese che non può essere violata.

Nessuno è in grado di conoscere il tempo del ritorno in campo di un’accesa lotta di classe dal basso, quella dall’alto non essendo mai cessata. Una sola cosa è sicura: non solo dal PD, ormai divenuto un partito liberal-democratico, anche dalla cosiddetta sinistra, si tratti di Sinistra italiana, dei 5 Stelle, della mucillagine “rosso”-bruna; o della “sinistra sindacale”, CGIL e opposizione in CGIL (esiste?); o di gran parte del sindacalismo “di base” sempre più privo di classismo e compatibilista, non verrà alcun contribuito alla rottura della pace sociale. Al contrario, vedremo ripetersi lo spettacolo indecoroso della campagna contro il reddito di cittadinanza: restare in silenzio, non prendere posizione, oppure prendere posizione ma senza chiamare alla mobilitazione, in modo da non farsi nemici né in alto, né in basso, soprattutto in alto. In alcuni casi, ad esempio in fatto di bellicismo e di atlantismo, questa cosiddetta sinistra, o parte di essa, batte in oltranzismo il governo. E forse i peggiori sono quelli che a parole si dicono contro la guerra, restando però abbarbicati ai militaristi assatanati del Pd. Del resto i “valori non negoziabili” di queste cosiddette sinistre non sono meno borghesi e putrescenti di quelli delle destre.

Benché con effettivi quanto mai limitati, il coordinamento delle forze che hanno dato vita al convegno contro la guerra in Ucraina il 16 ottobre a Roma, le energie militanti disponibili alla costruzione di un polo di classe coerentemente internazionalista, la parte più combattiva del sindacalismo di base, il SI Cobas per primo, sono chiamati a promuovere insieme nelle prossime settimane un’iniziativa di propaganda e di agitazione contro le guerre del capitale, contro il governo Meloni e la Confindustria, contro la repressione e il razzismo. La giornata di lotta del 3 dicembre a Roma ha indicato la via da percorrere. Ancora una volta il nocciolo duro dei proletari immigrati della logistica organizzati con il SI Cobas ha lanciato il suo messaggio di resistenza, di unità, di lotta, e non mancherà il suo apporto nei mesi a venire. Ma dobbiamo puntare più in alto e in largo, rivolgendoci ostinatamente alla massa dei lavoratori delle lavoratrici, dei giovani messi in moto dai cambiamenti climatici, degli strati popolari impoveriti dal corso catastrofico degli eventi.

Le destre “sociali” italiane e mondiali amano sventolare i propri ideali, parlando anche ai cuori degli oppressi più schiacciati e disperati, di una rigenerazione completa, radicale, “rivoluzionaria” delle società borghesi che sanno da tempo essere in decadenza. Le esperienze del nazismo, del fascismo, del franchismo, etc., hanno fatto luce a sufficienza su cosa possa essere una simile, mortuaria “rigenerazione”. Ma che serva una svolta radicale nella storia del mondo è evidente e urgente. Ad un capitalismo italiano e mondiale aggrovigliato nelle sue esplosive contraddizioni, determinato a farci pagare il suo fallimento storico con sacrifici e guerre apocalittiche, dobbiamo contrapporre la prospettiva del rivoluzionamento totale dei rapporti sociali e dei rapporti uomo-natura. È ora di sbarazzarci di ogni timidezza da spirito minoritario, e rivendicare a noi rivoluzionari proletari, a noi comunisti internazionalisti, di avere lottato in passato e di lottare ora per mandare in pezzi, con la rivoluzione sociale anti-capitalista, il sistema che ci sta togliendo il respiro e promette di toglierci il futuro.

2 febbraio

Tendenza internazionalista rivoluzionaria

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Lo stato, lo stato… che cos’è lo stato? – risponde un tale Federico Engels

(Photo by Universal History Archive/Getty Images)

Si discute molto in questi giorni, intorno alla vicenda di Alfredo Cospito, sulla sicurezza dello stato, la difesa dello stato, i pericoli per lo stato, e così via. Ben poco, invece, su che cos’è lo stato e sul perché è un pericolo per la comunità degli sfruttati. Un compagno l’ha chiesto ad un tale Federico Engels, che gli ha risposto così:

“Secondo la concezione filosofica, lo Stato è “la realizzazione dell’Idea” ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. 

Di qui una superstiziosa venerazione dello Stato e di tutto ciò che ha relazione con lo Stato, che subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da bambini a immaginare che gli affari comuni a tutta la società non possono venir curati altrimenti che come sono stati curati fino a quel momento, cioè per mezzo dello Stato e dei suoi ben pagati funzionari (…).

Però lo Stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’ altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; e nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vittorioso nella lotta per il dominio di classe i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare subito (…) finchè una generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”.

(F. Engels, prefazione alla terza edizione della Guerra civile in Francia – 18 marzo 1891, pubblicata per la prima volta nella rivista Neue Zeit)

Lotta, lotta, lotta! Non accettiamo ulteriori ritardi! – Movimento 7 novembre / Cantiere 167 Scampia

Ancora da Napoli, ancora i disoccupati organizzati napoletani del Movimento 7 novembre e di Cantiere 167 Scampia! Ancora loro in campo per contrastare le interminabili manovre di rinvio e di logoramento delle istituzioni locali che non vogliono rassegnarsi a ciò che già hanno dovuto assicurare ripetutamente : uno sbocco di lavoro per centinaia di disoccupati conquistato da loro con la lotta collettiva auto-organizzata, senza l’umiliazione di doversi inchinare a qualche piccolo o ‘grande’ boss della politica istituzionale, o ai suoi portaborse. E senza farsi piegare dalla grandinata di denunce e di intimidazioni che gli sono piovute addosso. Una loro sanguigna fan torinese, che apprezza i proletari e le proletarie che camminano a testa alta, gli ha scritto su Facebook: “Siete grandissimi. Siete un grandissimo esempio di lotta”. Niente da aggiungere. (Red.)

Due giorni di lotta intensa, forte e determinata del movimento dei disoccupati organizzati di lunga durata di Napoli appartenenti alle platee storiche.

Iniziata ieri mattina e conclusa poco fa, la mobilitazione ha visto centinaia di disoccupati/e in corteo per le strade di Napoli fino ad assediare il Consiglio Comunale con una delegazione riuscita ad entrare all’interno ottenendo che l’intero Consiglio votasse un documento/mozione a sostegno della conclusione delle procedure per formazione ed inserimento al lavoro, di denuncia dell’attacco mediatico e politico al Reddito di Cittadinanza e della criminalizzazione della lotta dei disoccupati.

La giornata ha visto l’incontro con il Sindaco di Napoli, l’Assessore al Lavoro ed alcuni capigruppi Consiliari nel merito della vertenza.

Purtroppo la continua inaffidabilità delle Istituzioni, che produce rabbia e nervosismo, si è palesata quando – neanche nelle poche ore successive – le stesse procedure individuate e comunicate alla delegazione hanno evidenziato alcune problematiche che hanno messo in discussione alcuni principi cardini delle nostre rivendicazioni.

Per questo non ci fidiamo mai se non di noi stessi.

Dopo anni ed impegni non potevamo e non possiamo accettare questo atteggiamento né ulteriori rinvii e slittamenti.

Per questo motivo il movimento ha occupato nel pomeriggio alcune sale del Consiglio Comunale dopo alcuni momenti di tensione, contatto con le forze dell’ordine ed anche aggressioni verso alcuni nostri portavoce. Assessori e consiglieri erano pronti ad uscire dal Consiglio ma i disoccupati sono rimasti nella struttura comunale tutta la notte (con diversi incontri che si moltiplicavano con imbarazzanti scuse e giustificazioni) anche con provocazioni della polizia municipale nel pieno della notte, mentre si manteneva vivo il presidio solidale a Via Verdi.

Nella mattinata di oggi, proseguendo l’iniziativa di lotta, si sono svolti parallelamente il tavolo d’urgenza tra Prefettura, Regione, Comune di Napoli e numerosi ulteriori incontri.

Nonostante questo l’amministrazione ha continuato ad assumere posizioni ambigue circa la risoluzione dei problemi emersi, non degnandosi neanche di riportarci chiaramente gli esiti del tavolo con gli altri enti.

La piazza ha quindi nuovamente risposto con un corteo spontaneo che ha sicuramente aiutato la paralizzazione della città già causata dalle chiusure di Via Acton e non solo.

Con uguale intensità, contemporaneamente, un altra delegazione ha affrontato l’ennesimo incontro con l’assessore al lavoro.

Un incontro molto acceso che si è concluso solo quando la delegazione ha avuto formalmente l’informazione circa le tempistiche per l’individuazione della risoluzione delle problematiche emerse.

Solo nel pomeriggio di oggi, quindi, il movimento tutto ha deciso di ridarsi appuntamento Martedì h 13:00 a Piazza Municipio.

Vogliamo dirlo con estrema chiarezza, la rabbia che abbiamo espresso in questi giorni è completamente legittimata e giustificata dall’atteggiamento surreale delle istituzioni.

Anzi, se dovessero essere messe in discussione le scelte indicate o non si dovessero individuare le soluzioni auspicate, con la stessa modalità accompagneremo le prossime giornate e settimane.

Il nostro appello va direttamente ai disoccupati e alle disoccupate.

Non abbiamo amici nelle istituzioni, abbiamo degli interessi nostri da portare avanti che oggi assumono la parola d’ordine di una formazione finalizzata a lavori di pubblica utilità.

L’unica nostra garanzia è la lotta e la presenza in piazza.

Movimento Disoccupati 7 Novembre

Cantiere 167 Scampia

Il favoloso mondo della Brexit, 7. – Tre bambini su dieci sono poveri, e non hanno da mangiare a sufficienza

Un’altra puntata della nostra piccola serie sul “favoloso mondo della Brexit”. Nel Regno Unito l’allarme povertà dei bambini non è di oggi, ma quello che rileva è la tendenza all’espansione di questa povertà, e alla crescita continua della percentuale di bambini e di ragazzi che debbono ricorrere al pasto gratis a scuola (e subire le relative umiliazioni da parte dei loro compagni coltelli): erano il 12% nel 2016, sono diventati il 22% nel 2022, quasi un raddoppio. In alcune aree urbane del depresso Nord o anche nei quartieri periferici di Manchester, si arriva al 40%.

Oggi (31 gennaio) il corrispondente di Repubblica A. Guerrera è ben contento di azzupparci il pane, ma non per questo mente:

“Che tragico paradosso. Il Regno Unito è uno dei sette paesi più ricchi e potenti al mondo, il primo ministro Rishi Sunak è il parlamentare più paperone del paese, anche se non ha ancora presentato l’attesa dichiarazione dei redditi. Eppure la povertà minorile dilaga: oggi sono 4,3 milioni i bambini poveri oltremanica, ossia 3 su 10, secondo l’associazione Children’s Society. E a causa di crisi energetica ed inflazione, nel 2023 potrebbero arrivare a 5 milioni. Del resto, solo nel 2020 c’era stato un aumento del 107% di piccoli che le famiglie non riescono a sfamare.

“E’ il lato oscuro di un paese civile [!!??], con un (limitato) sistema di welfare nonostante i tagli, e una capitale come Londra all’avanguardia globale. Eppure nel giorno del terzo anniversario della concretizzazione definitiva della Brexit (31 gennaio 2020), sembra di rivivere la Brutale Inghilterra di Charles Dickens. Si susseguono allarmi e segnalazioni di bambini che arrivano a scuola nervosi, indeboliti, con scarsa capacità di concentrazione, vestiti male, affamati. Per i presidi quest’ultima ragione è la causa principale di furti di denaro e di cibo nelle scuole.”

Evviva, dunque, la Brexit, che ha spalancato alle masse lavoratrici del Regno Unito, e ai loro bambini in particolare, le porte del paradiso in terra. Avanti tutta! Grandi notizie per voi, sostenitori “di sinistra” dell’Italexit…

Un “ampio fronte democratico anti-imperialista” con un oligarca sanzionato da Zelensky? Assolutamente no! – Fronte dei lavoratori dell’Ucraina (italiano – russo)

Riprendiamo dal canale telegram del Fronte dei lavoratori dell’Ucraina questa recente presa di posizione (è del 27 gennaio) in cui si commentano le sanzioni inflitte da Zelensky al miliardario Vadym Novynskyi, che è anche esponente (diacono) della Chiesa ortodossa ucraina fedele al Patriarcato di Mosca, spiegandone le ragioni, anzi la ragione – la necessità di dare la priorità agli interessi dei capitali occidentali: “la pressione del debito costringe [il governo] a trasferire i profitti nei portafogli degli imperialisti occidentali attraverso la mediazione delle imprese statali“. E allora, che fare? Forse un bel “ampio fronte democratico anti-imperialista” con i tipi alla Novynskyi chiudendo gli occhi sulla minuscola, “secondaria” circostanza che si tratta di un oligarca sfruttatore? Neanche a parlarne, rispondono questi compagni, confermando quell’orientamento e sentimento classista che abbiamo apprezzato fin dal primo momento – nonostante ciò che ci divide da loro, di cui torneremo a ragionare.

Il titolo del pezzo è nostro, sotto c’è quello originale. (Red.)

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Un oligarca diacono sotto attacco delle sanzioni di Zelensky


Zelenskyy ha imposto sanzioni personali da parte del Consiglio di Sicurezza e Difesa Nazionale ad una serie di figure religiose dell’UOC-MP [la Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Mosca]. Le sanzioni più eclatanti non riguardano tanto il clero quanto l’oligarca Vadym Novynskyi.


Vadym Novynskyi, diacono dell’UOC-MP, è l’ottavo ucraino più ricco, con una fortuna di oltre un miliardo di dollari USA. Ha accumulato il suo capitale in molti settori: dalla produzione di gas, redditizia in un momento di crisi energetica (la società è Enwell Energy), alla partecipazione del 25% in Metinvest [colosso dell’acciaio e del ferro], che condivide con il maggior sfruttatore del Paese, Akhmetov.


Le sanzioni imposte dal decreto del presidente hanno provocato una serie di conseguenze negative per l’uomo d’affari: il blocco dei beni, l’impossibilità di ritirare capitali dall’Ucraina, la sospensione di tutte le operazioni commerciali, la cessazione di tutte le licenze per l’utilizzo del sottosuolo, il divieto di privatizzare le proprietà statali e persino l’acquisizione della proprietà di appezzamenti di terreno. I beni di Novynskyi si salveranno solo grazie al trasferimento anticipato della loro gestione al figlio e ad alcune particolarità legali, ma solo fino a quando le autorità statali non inizieranno a indagare sui suoi parenti e sui suoi manager. Tra l’altro, l’oligarca sanzionato ha trasferito con successo i beni della sua holding a un trust cipriota 6 giorni fa, cosa che sarebbe stata impossibile se il presidente si fosse affrettato a firmare il suo ordine. Ma noi non siamo dei “temerari”, e sappiamo quindi che il presidente difende sempre e solo gli interessi del popolo e che non ci possono essere suoi intrighi per ragioni di affari. Ma perché lo Stato ucraino capitalista punisce il suo oppositore, che è un oligarca-monopolista?


I motivi sono già stati indicati in nostri numerosi materiali: la pressione del debito costringe [il governo] a trasferire i profitti nei portafogli degli imperialisti occidentali attraverso la mediazione delle imprese statali. È stato questo interesse economico, e non la lotta contro le spie russe nell’UOC-MP, a portare alla repressione di questa comunità religiosa, oltre che a sanzioni contro singoli individui. Questi eventi sono anche un segnale per il signor Akhmetov, perché l’esempio del suo socio/concorrente commerciale dimostra chiaramente cosa attende i nostri oligarchi in caso di disobbedienza, se cioè non accettano di avere un ruolo secondario rispetto alle multinazionali occidentali e alla loro volontà, che viene imposta attraverso le riforme legali della “integrazione europea”.

E la classe operaia? Dobbiamo forse sostenere la sconfitta dell’odiato speculatore Novinsky? O è meglio schierarsi con l’oligarchia indebolita per formare un “ampio fronte democratico antimperialista”? La nostra risposta a queste proposte è risoluta: “No!”.

In fin dei conti, tutte le parti in conflitto combattono solo per aumentare lo sfruttamento dei salariati comuni, per trarre profitto dalla guerra, che ha causato un enorme aumento del prezzo delle materie prime, che stanno esportando dal Paese con un entusiasmo senza precedenti. E queste forze sono anche solidali sulla questione di mandarci al fronte a morire per “la democrazia, la libertà e il collegamento con l’UE”. Un fronte democratico antimperialista efficace e ampio (dal momento che il 99% degli ucraini non appartiene ai circoli più stretti dell’oligarchia finanziaria) è possibile solo a condizione che, sotto la bandiera e gli slogan dell’internazionalismo proletario e dell’instaurazione di un governo diretto della classe operaia, gli schiavi salariati del capitale formino sindacati militanti, organizzazioni per la difesa dei loro diritti, circoli marxisti, ecc. Un tale fronte può essere guidato solo dalla parte cosciente del proletariato, cioè da un partito proletario militante e determinato. Questo è esattamente il tipo di partito che vogliamo!