L’ecologia di Marx (alla luce della Mega-2) – Alain Bihr (seconda parte)

Pubblichiamo qui di seguito la seconda parte dello scritto in cui Alain Bihr condensa e commenta [sul sito www.alencontre.org - L’écologie de Marx à la lumière de la MEGA 2 (II)] il libro di K. Saito, La nature contre le capital. L'écologie de Marx dans sa critique inachevée du capital (La natura contro il capitale. L'ecologia di Marx nella sua critica incompiuta del capitale) teso a ricostruire il pensiero di Marx in materia di ecologia anche attraverso i nuovi quaderni di appunti e di note via via in corso di pubblicazione nell'ambito del progetto Mega-2.

Sarebbe utile leggerla in sequenza rispetto alla prima parte - https://pungolorosso.wordpress.com/2021/11/25/lecologia-di-marx-alla-luce-della-mega-2-alain-bihr-prima-parte/

Come si vedrà, da questo studio specifico Bihr trae un'acuta considerazione di metodo, di carattere generale, circa il modo più appropriato di intendere l'opera di Marx, le mille miglia lontano sia dalla mortuaria canonizzazione di Marx (ridotto a poche formule, spesso usate fuori contesto), sia dalla banale frottola accademica di un Marx giovane (idealista rivoluzionario) opposto ad un Marx "maturo" (scienziato convertito al determinismo positivista). 

Un solo rilievo ci viene da fare all'uso, da parte di Bihr, in relazione al comunismo, dell'espressione "proprietà collettiva del suolo". In questo caso ci sembra più adeguata la sottolineatura di Bordiga che, scartando polemicamente il termine "proprietà", dà forza al concetto di usufrutto, nel suo commento (contenuto in Testi sul comunismo, a cura di J. Camatte) a questo celebre passo del cap. 46 del Libro III del Capitale:

«Dal punto di vista di una più elevata formazione economica della società, la proprietà privata del globo terrestre da parte di singoli individui apparirà così assurda come la proprietà privata di un uomo da parte di un altro uomo. Anche un'intera società, una nazione, e anche tutte le società di una stessa epoca prese complessivamente, non sono proprietarie della terra. Sono soltanto i suoi possessori, i suoi usufruttuari e hanno il dovere di migliorarla, come boni patres familias alle generazioni successive».
 
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Per quanto decisivi fossero, per Marx, i contributi di Liebig, egli non ne fu pienamente soddisfatto. Il brano appena citato del capitolo XIII del Libro I del Capitale si conclude perciò con una nota in cui Marx rende omaggio a Liebig mantenendo tuttavia una certa distanza critica da lui:

“L’illustrazione del lato negativo della moderna agricoltura, dal punto di vista delle scienze naturali, è uno dei meriti imperituri di Liebig. Anche i suoi scorci di storia dell’agricoltura contengono, sebbene non privi di errori grossolani, alcuni sprazzi di luce. Resta da lamentare che egli si avventuri in affermazioni come la seguente: “Una polverizzazione spinta più innanzi, ed una frequente aratura, favoriscono il cambiamento d’aria entro le parti porose del suolo, e aumentano e rinnovano la superficie di quelle sulle quali l’aria stessa deve agire; ma è facile intuire che il maggior rendimento del terreno non può essere proporzionale al lavoro applicato, ma sale in proporzione molto minore”.” [16]

Il resto della nota mostra che non è tanto la terza legge di Liebig [vedi prima parte del testo – n.] che Marx intende contestare, quanto la garanzia scientifica che questa dava a John Stuart Mill, uno degli amici di Liebig, che Marx da parte sua considerava invece un avversario e, ancora di più, alla sua bestia nera, Malthus: entrambi, infatti, ripetevano ciò che molti più illustri economisti avevano affermato prima di loro. Tuttavia, la distanza critica da Liebig qui segnata da Marx sulla questione dei rendimenti decrescenti, e quindi sulla tendenza all'esaurimento del suolo per effetto dell'agricoltura intensiva, suggerisce che, per Marx, la questione non fosse allora definitivamente risolta; e indica una certa persistente ambivalenza della sua posizione su questa questione.
Il successivo incontro con Fraas

Infatti, nel primo Libro del Capitale appena pubblicato, Marx intende approfondire tutte queste questioni, in particolare nella prospettiva della ripresa della sua teoria della rendita fondiaria che doveva avvenire nel Libro III. Una lettera di Marx ad Engels del 3 gennaio 1868 attesta il suo interesse per una serie di opere che contestano le tesi di Liebig, comprese quelle di Carl Fraas (Saïto: 263). E, nei mesi successivi, Marx conoscerà un certo numero di queste opere, in particolare quelle di Friedrich Albert Lange, Julius Au e Carl Fraas; e, se trascurerà i primi due (Saïto: 269-273), darà invece grande importanza al terzo, come Saïto mostra nell'ultimo capitolo della sua opera.

Carl Fraas (1810-1875) è stato un botanico e agronomo bavarese. Dopo aver conseguito il dottorato in botanica presso l'Università di Monaco (1830), fu nominato Direttore dei Giardini di Corte di Atene (1835) e l’anno successivo divenne professore di botanica presso l'Università di quella città. Divenuto professore alla Scuola centrale di Agricoltura di Schleissheim in Austria nel 1842, fu infine nominato professore di agronomia all'Università di Monaco nel 1847.

Delle molte pubblicazioni di Fraas, Marx sembra aver letto Klima und Pflanzenwelt in der Zeit (Clima e vegetazione attraverso i secoli) (1847), Geschichte der Landwirtschaft (Storia dell'agricoltura) (1852) e Die Natur der Landwirtschaft (La natura dell'agricoltura) (1857) durante l'inverno del 1868, a giudicare dai suoi libri di lettura dell'epoca (Saïto: 273). La sua biblioteca conteneva anche copie dell'Historisch-encyklopädischer Grundriss der Landwirthschaftslehre (Compendio storico-enciclopedico dell'agronomia) (1848) e Das Wurzelleben der Cultur-pflanzen (La vita delle radici delle piante coltivate) (1872), che testimoniano come Marx continuò interessarsi a Fraas anche oltre il 1868 (Saïto: 274). D'altra parte, contrariamente a quanto suggerisce Saïto (2021: 276), Marx non sembra aver preso conoscenza di Die Ackerbaukrisen und ihre Heilmittel (Crisi agricole e loro rimedio) (1866): non cita alcuna affermazione nei suoi taccuini che possa confermarlo, o la presenza di questo testo nella sua biblioteca. Infatti, ad oggi, non conosciamo che un solo riferimento di Marx a Fraas, contenuto in una lettera indirizzata a Engels datata 25 marzo 1868. Per la precisione si riferisce a Klima und Pflanzenwelt…, ed ecco cosa diceva in buona sostanza:

“Egli [Fraas] sostiene che con la coltivazione – e secondo il grado di questa – va perduta la ‘umidità’ tanto cara ai contadini (per questa ragione le piante migrano dal sud al nord) e subentra infine la formazione di steppe. I primi effetti della coltivazione sono utili, ma infine devastanti a causa del diboscamento, ecc. […] La conclusione è che la coltivazione, procedendo naturalmente e non dominata consapevolmente (a tanto non arriva naturalmente come borghese), lascia dietro a sé dei deserti. Persia, Mesopotamia, ecc., Grecia. Di nuovo quindi una inconsapevole tendenza socialista! […] Anche la sua storia dell’agricoltura è importante. […] Bisogna esaminare accuratamente tutte le cose recenti e recentissime sull’agricoltura. La scuola fisica si oppone a quella chimica» (17).

Queste poche osservazioni testimoniano come Marx abbia ben presto colto ciò che costituisce il centro della problematica di Fraas, ovvero il rapporto tra vegetazione e clima, come del resto indica il titolo dell'opera a cui si riferisce. Più precisamente, egli appunta la sua attenzione su due delle sue tesi principali in materia.

In primo luogo, per Fraas, è il clima che gioca il ruolo principale nello sviluppo della vegetazione e, quindi, in quello dell'agricoltura. Egli propone un approccio “fisico” (o atmosferico) ai problemi relativi alla crescita delle piante, sottolineando l'importanza di fattori quali calore e umidità, precipitazioni e scorrimento delle acque, siccità, vento, ecc., rispetto a quello “chimico” (o pedologico) sviluppato sia da Liebig (per cui i nutrienti inorganici sono il fattore decisivo) sia dai suoi avversari (che attribuivano il ruolo principale ai nutrienti organici, primo fra tutti l'azoto).

In secondo luogo, e per contrasto, secondo Fraas l'agricoltura è in grado di sconvolgere il clima e lo fa solitamente nella direzione della sua evoluzione verso il secco e il caldo (in particolare sotto l'effetto del disboscamento a cui procede), ciò che non manca di incidere sulla vegetazione, favorendo la steppificazione, e di conseguenza degradando le condizioni necessarie allo sviluppo dell'agricoltura stessa. Fraas si ricongiunge qui alla tesi di Liebig, ma mettendo in relazione questo trend di degrado non con l'esaurimento del suolo (dovuto al mancato rispetto della legge di restituzione e dei limiti del contributo compensativo dei fertilizzanti artificiali), bensì con una trasformazione del suolo che si verifica per effetto dello sviluppo dell'agricoltura, o in modo naturale.

Studiando da vicino i suoi taccuini e le sue osservazioni marginali, Saïto è riuscito a chiarire con una precisione ancora maggiore ciò che interessava Marx nelle opere e nei risultati di ricerca di Fraas nel campo dell’agronomia.

* Marx nota con interesse che, secondo Fraas, il suolo può rigenerarsi spontaneamente e mantenere la sua fertilità senza apporti esterni (senza fertilizzanti) o con un minimo di apporti, in climi caldi e umidi (ad esempio nelle zone tropicali o subtropicali), perché le rocce che costituiscono il suolo vi si disgregano più facilmente (Saïto: 278). Questo perché i fertilizzanti sono in definitiva solo un surrogato del clima: compensano l'assenza di condizioni climatiche favorevoli. Quando le piante vengono coltivate nelle condizioni climatiche più favorevoli, essi sono inutili. Quindi non è inevitabile che il suolo si esaurisca per effetto dell'agricoltura, come pensava Liebig. Ad esempio: "I cereali sono [...], a seconda del grado di fabbisogno che hanno riguardo alla mitezza del clima, piante che esauriscono il suolo nella zona temperata fredda, principalmente mais, frumento, orzo, segale, avena, meno i legumi e il grano saraceno, per niente le diverse specie di trifoglio, le erbe aromatiche, gli asparagi, ecc. Nella zona temperata calda, invece, cereali e legumi non impoveriscono il suolo, ad eccezione di mais e riso, praticamente più del tabacco, che spesso è già coltivato senza fertilizzante” (Saïto, 2021: 279-280).

* Ciò suggerisce che il metabolismo naturale (gli scambi interni alla natura, indipendenti da qualsiasi intervento umano) è in grado di risolvere da solo il problema dell'esaurimento del suolo e, di conseguenza, quello del calo delle rese. In altre parole, secondo Fraas, sarebbe possibile un'agricoltura sostenibile senza l'intervento dell'uomo, lasciando fare la sola natura, a condizione che questa operi nelle condizioni richieste per la crescita della pianta coltivata. Così: “conosciamo paesi di antica civiltà come la Grecia o l'Asia Minore, che continuano ad ottenere nei loro campi raccolti apprezzabili senza alcun fertilizzante, anche se, con i fertilizzanti, i raccolti sarebbero maggiori, come già accade qua e là con l'irrigazione […]; la 37^ lettera ammette essa stessa che la fertilità dei campi tra i cinesi [...] è costantemente cresciuta con l'aumento della popolazione” (Saito: 280-281).

* Tra gli elementi del metabolismo naturale che possono porre rimedio all'impoverimento del suolo, Fraas cita in particolare i materiali alluvionali (limo, sabbia, ghiaia, ciottoli, ecc.) portati dai fiumi durante il loro deflusso e le piene, che consentono di ricostituire e conservare la composizione minerale dei terreni coltivati. Ragione per cui le pianure alluvionali, gli estuari e i delta sono particolarmente fertili. Questo porta Fraas a raccomandare il ricorso ad un approvvigionamento artificiale di materiali alluvionali, attraverso un'intera infrastruttura di bacini idrici e canali di irrigazione, sfruttando così un processo naturale di rigenerazione del suolo. Un tema già presente in Natur der Landwirtschaft, che Marx annota, ma sul quale Fraas tornerà con insistenza in Die Ackerbaukrisen und ihre Heilmittel, facendone l'argomento centrale della sua polemica contro Liebig. Insomma, per rimediare al tendenziale esaurimento dei suoli causato dalla loro coltivazione in condizioni climatiche meno favorevoli, Fraas propone una sorta di cooperazione tra umanità e natura, qualcosa come "un'agricoltura di rigenerazione naturale" seguendo un percorso aperto dalla natura stessa, che suscita la piena attenzione di Marx (Saïto: 284-288). Perché, in questo modo, si può sperare di sfuggire all'inevitabilità dell'esaurimento del suolo e a quella dei rendimenti decrescenti, e di conseguenza ciò consente di congedare definitivamente lo spettro di Malthus.

* Infine Marx ha notato o verificato in Klima und Planzenwelt... numerosi passaggi in cui Fraas sottolinea l'importanza della deforestazione (conseguente all'estensione della coltivazione del suolo, ma anche inevitabile finché il legno è rimasto sia il combustibile quasi unico che uno dei principali materiali a disposizione dell'artigianato e della proto-industria nelle società precapitalistiche) come fattore di modificazione del clima e di conseguente degrado delle condizioni dell’agricoltura, spiegando così la regressione della civiltà intervenuta in Mesopotamia, Palestina, Egitto e Grecia (Saïto: 293-298).

Per ora, in attesa della loro pubblicazione, è impossibile sapere cosa Marx abbia infine fatto dei contributi di Fraas alla scienza agronomica nei suoi manoscritti successivi, al di là del dato (certo) che questi lavori lo hanno spinto ad espandere e ad approfondire i suoi studi su tutte queste questioni. E' rischioso, e probabilmente in parte inutile, stare a speculare su cosa avrebbe potuto farne se avesse avuto il tempo di completare la stesura del Capitale.

Possiamo supporre, tuttavia, che Marx avrebbe imparato la lezione generale di Fraas, e cioè che con la sua azione sulla vegetazione, l'agricoltura, e più in generale l'industria umana, possono provocare importanti modificazioni del clima, suscettibili di reagire negativamente sulle loro stesse condizioni di produzione e, più in generale, sulle condizioni dello sviluppo umano. Marx avrebbe quindi identificato le modificazioni climatiche che il lavoro umano può provocare, fino al punto di nuocere all'umanità, come una nuova variazione della perturbazione del metabolismo [tra esseri umani e natura], oltre a quella costituita dall'esaurimento dei suoli per effetto della loro coltivazione intensiva. Ed è appena il caso di segnalare quanto sia attuale questo insegnamento di Fraas nel contesto del riscaldamento globale che stiamo vivendo.

Marx avrebbe senza dubbio anche concluso che l'azione dell'uomo sulla vegetazione (in particolare la deforestazione) deve essere condotta con cautela e riflettendo sulle sue conseguenze. Ma, nella stessa ottica, Marx avrebbe senz'altro accolto da Fraas anche l'idea che la soluzione dei problemi agronomici (ad esempio, garantire la permanenza della fertilità naturale dei suoli, o migliorarla) e, più in generale, dei problemi ecologici, può e deve essere ricercata non nella forzatura della natura (quindi nella radicalizzazione di un rapporto puramente strumentale con essa) ma nella cooperazione con essa: si tratta più di lavorare con la natura che contro di essa [18]. Perché alla fine lavoriamo sempre nella natura quando lavoriamo su di essa, rimanendo dipendenti da essa e subendo le possibili conseguenze, impreviste e dannose, delle modificazioni che il lavoro umano apporta ad essa, semplicemente perché l'umanità è e rimane parte integrante della natura, che rimane il suo "corpo inorganico".

Ed è forse in questo senso che, nella lettera ad Engels precedentemente citata, Marx ha potuto individuare in Fraas una "tendenza socialista inconsapevole". Quest'ultimo avrebbe indicato, come nel vuoto, la via da seguire per un'agricoltura razionale, condotta in modo tale da controllarne gli effetti ecologici a partire dalle conoscenze scientifiche a disposizione. Avrebbe così colto, insomma, ciò che, secondo Marx, il socialismo deve consapevolmente proporsi, in linea con il passo del Libro III del Capitale citato in precedenza: il controllo (o la regolazione) del metabolismo tra umanità e natura mediato/a dal lavoro sociale, sulla base della proprietà collettiva del suolo e dell'associazione dei produttori, agendo in modo ragionato (vale a dire insieme prudente ed istruito dalla scienza) sulla e nella natura secondo un piano concertato.

Marx oltre Marx [19]

La lezione generale che si può trarre dall'opera di Kohei Saïto può essere riassunta in questa formula, purché intesa in un duplice senso. In primo luogo, proprio come Negri per i Grundrisse, Saïto afferma ancora una volta che tenere conto degli inediti di Marx permette di scoprire costantemente nuovi aspetti del suo pensiero, con la differenza che il secondo abbraccia una sequenza molto più estesa, e che focalizza la sua attenzione su una dimensione delle preoccupazioni marxiane ancora sconosciuta a Negri. Saïto ce ne fa soprattutto cogliere la semplice ragione: Marx non smette mai di pensare, vale a dire di sviluppare e approfondire i suoi precedenti risultati di ricerca, da lui sempre considerati provvisori, confrontandoli con nuovi campi, nuovi problemi, nuovi autori, affinandoli, rettificandoli, mettendoli in parte in discussione, o anche abbandonandoli, per aprire nuove strade di ricerca, tracciare nuove prospettive, porre nuove domande o ripensando a vecchie questioni in modo nuovo, ecc. Tanto che Marx non è mai esattamente là dove pensavamo di poterlo trovare in base a ciò che già sappiamo di lui o, più esattamente, pensavamo di sapere di lui.

Sempre nello stesso ordine di idee, ma su un aspetto ancor più fondamentale, Saïto conferma che la pubblicazione di tutti gli scritti di Marx (ed Engels) intrapresa nell'ambito del MEGA 2 ci autorizzerà, speriamo definitivamente, a sbarazzarci dell'immagine del Marx volta a volta dottrinario (ridotto ad un ABC) e trasformato in statua (come il grande comandante del tempio), un'immagine forgiata e spacciata per decenni nelle e dalle organizzazioni che hanno dominato il movimento operaio. Al contrario, questa pubblicazione permetterà finalmente di vedere un Marx vivo, costantemente curioso di tutto, più ansioso di porsi nuove domande che di ripetere le vecchie risposte, ma anche talvolta incapace di portare a termine i suoi progetti, a cominciare da quello della sua critica dell'economia politica che alla fine avrebbe lasciato incompiuta, con disappunto dell'amico Engels che, in modo impaziente ma vano, non aveva cessato di esortarlo a porvi fine.

In secondo luogo, per quanto riguarda più precisamente la problematica e la tematica ecologica oggetto del suo lavoro, non solo è possibile ma è anche necessario superare le conquiste marxiane in materia, almeno per come le conosciamo, utilizzando a questo scopo alcuni sviluppi dello stesso Marx. In breve: spingere Marx oltre Marx servendoci di Marx. Infatti, come ha mostrato Saïto, dal 1844 al 1868 Marx non ha mai cessato di sviluppare e approfondire l'idea che il capitale sia colpevole di provocare disturbi nel metabolismo tra umanità e natura, del fatto di rompere l'immediata unità tra loro mantenuta nei rapporti di produzione pre-capitalistici. Il suo confronto con il lavoro di Liebig e di Fraas lo ha portato, in questa prospettiva, a sottolineare sia la natura predatoria dell'agricoltura capitalista, che tende a impoverire i suoli, sia il cambiamento climatico che rischiano di produrre le sue sconsiderate pratiche di deforestazione; due diagnosi che dagli sviluppi più recenti, a distanza di un secolo e mezzo, sono lungi dall'esser state smentite... Ma, se vogliamo sviluppare e approfondire ulteriormente l'idea di disturbo metabolico generato dal capitale, dobbiamo cogliere l’analisi che Marx sviluppa della forma-valore in cui il capitale imprigiona il processo sociale di produzione, a partire dal metabolismo tra umanità e natura, rimodellandolo profondamente in modo da sottoporlo alle esigenze della incessante riproduzione allargata del valore, in altre parole dell'accumulazione del capitale.

È ciò che Saïto suggerisce verso la fine del suo lavoro, quando afferma che all'orizzonte del discorso di Marx si prospetta una contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Dice così:

«Ciò che è importante nel contributo scientifico di Marx agli attuali dibattiti ecologici è la sua dimostrazione, effettuata sulla base delle determinazioni fondamentali della società mercantile, che il valore come mediazione del carattere trans-storico tra umanità e natura, è incapace di soddisfare le condizioni materiali di una produzione sostenibile» (pag. 314). O ancora: «Per mettere in piena luce la tensione tra capitale e natura, Marx espone sistematicamente la teoria del valore in un contesto che la lega al problema della perturbazione del metabolismo tra umanità e natura» (p. 316).

Ma Saito non specifica, a mio avviso, il punto esatto di articolazione tra la teoria marxiana del valore e la problematica ecologica, da cui è opportuno esplorare in modo metodico questa contraddizione tra capitale, valore in processo e natura. Tuttavia, questo punto è presente nello stesso approccio di Marx: è l'analisi che egli conduce dell'appropriazione del processo lavorativo da parte del capitale, dominato dall'imperativo di sottoporre quest'ultimo alle esigenze del processo di valorizzazione, nella descrizione dei due fattori fondamentali del processo lavorativo che sono appunto la forza lavoro umana e la natura come oggetto generale del lavoro umano. È questa l’analisi che occupa le sezioni III e IV del libro I del Capitale, da cui sono stati estratti i passaggi citati in precedenza, e che Marx avrebbe senza dubbio esteso nel libro II (in particolare quando analizza nella sezione II la necessità imperativa per il capitale, per accelerare la rotazione, di ridurre il più possibile il periodo di produzione) così come nel Libro III (in particolare nella sezione dedicata alla rendita fondiaria). Saïto stesso fa notare, ma senza trarne tutte le possibili conseguenze, che:

“[…] Troviamo nei manoscritti che ci sono pervenuti ancora altri segni che dimostrano che Marx intendeva occuparsi di diverse manifestazioni della tensione esistente tra la logica formale del capitale e le proprietà materiali della natura, anche a proposito della ‘rotazione del capitale’ nel secondo libro così come della ‘rendita fondiaria’ nel terzo” (pag. 259).

Se quindi ci proponiamo di sviluppare e approfondire l'idea marxiana del disturbo strutturale che il capitale provoca nel metabolismo tra uomo e natura, dobbiamo partire da un'analisi dell'appropriazione capitalistica del processo del lavoro in quanto questa è anche, fondamentalmente, un'appropriazione capitalistica della natura, vale a dire una trasformazione della natura per conformarla alle esigenze fondamentali del capitale come valore in processo [20]. E questo, per quanto possibile e anche se significa trasgredire i limiti che la natura, nell'ambito del pianeta Terra, pone per il metabolismo tra l'umanità e se stessa, con la conseguenza finale dell'attuale catastrofe ecologica. 

(21 novembre 2021)

Note
[16] Il Capitale, Libro I, cit., pagg. 655-656.

[17] Marx-Engels, Carteggio, cit., vol. V, pp. 166-7.

[18] Più esattamente, non si può lavorare contro di essa senza lavorare con essa. Questo, del resto, è il significato fondamentale della celebre formula di Francesco Bacone: "Natura non nisi parendo vincitur", si conquista (domina) la natura solo obbedendo ad essa (Novum Organum [I, 124], 1620).

[18] Riprendo qui, in parte sviandolo, il titolo dell'opera di Toni Negri, Marx oltre Marx, Christian Bourgeois, Parigi, 1979, che è un lungo commento personale ai Grundrisse.

[19] Per un abbozzo di tale approccio, cfr. “Il vampirismo del capitale”, https://alencontre.org/ pubblicato il 4 maggio 2021.

La mobilitazione del Black Friday pone con forza la necessità immediata di una battaglia sindacale e politica contro il modello-Amazon – SI Cobas


LA MOBILITAZIONE DEL BLACK FRIDAY PONE CON FORZA LA NECESSITÀ IMMEDIATA DI UNA BATTAGLIA SINDACALE E POLITICA CONTRO IL MODELLO-AMAZON


Venerdì scorso centinaia di lavoratori del SI Cobas, in larga parte operai della logistica provenienti da varie città d’Italia, hanno presidiato i cancelli del mega-impianto Amazon di Castel San Giovanni (Piacenza); con loro alcune decine di studenti e di solidali.


Abbiamo scelto di aderire all’appello lanciato dalla rete internazionale “Make Amazon Pay” con l’obbiettivo di dare continuità alla partecipatissima iniziativa in occasione dello sciopero generale del sindacalismo di base dell’11 ottobre, e quindi di dar voce alle lotte contro lo sfruttamento e i bassi salari imposti dal sistema-Amazon.


Ci siamo concentrati fuori ai cancelli di Castel San Giovanni in concomitanza con il “Black Friday”, divenuto ormai a livello mondiale il simbolo e l’apice di un modello di consumismo sfrenato fondato su una riduzione dei prezzi al dettaglio che è il frutto dell’aumento mostruoso dei ritmi e dei carichi di lavoro dei facchini, dei drivers e dei magazzinieri, e dei salari da fame resi possibili da un sistema di precarietà generalizzata delle condizioni di lavoro e contrattuali: un sistema che durante la fase pandemica si è ulteriormente inasprito e che oggi vede la gran parte dei lavoratori Amazon inquadrati da anni con contratti a tempo determinato o in somministrazione, sotto il ricatto permanente del mancato rinnovo e quindi di fatto impossibilitati ad organizzarsi in un sindacato che faccia valere le loro ragioni e i loro interessi.


Proprio alla vigilia del Black Friday, i sindacati confederali Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti hanno revocato lo sciopero in Amazon con la scusa di aver firmato un accordo con l’azienda: un accordo che essi spacciano come migliorativo, ma col quale in realtà si legittimano e si ratificano le condizioni di semischiavitù imposte dai padroni fino al punto di prevedere percentuali abnormi di contratti precari sul singolo impianto (fino al 70%!) in cambio di qualche modesto miglioramento salariale.


Dietro la retorica dell'”ultimo miglio” si nasconde una realtà fatta di ritmi di lavoro disumani, in cui è vietato persino andare in bagno durante il turno, pena severi provvedimenti disciplinari e in cui ogni diritto previsto dai contratti collettivi nazionali, dalle ferie alla malattia, dai congedi familiari alle tutele per le lavoratrici-madri, può essere cancellato o negato in nome delle “superiori” necessità del mercato.


La mobilitazione di venerdì non è stata una semplice iniziativa di solidarietà: i lavoratori del SI Cobas, provenienti da alcune delle più importanti filiere della logistica nazionale e internazionale (DHL, BRT, SDA, GLS, FedEx, UPS, Fercam, ecc.) e delle più importanti filiere del commercio al dettaglio (Leroy Merlin, Ikea, Zalando, Zara, ecc.) stanno già sperimentando sulla propria pelle come il modello-Amazon stia diventando sempre più il paradigma di riferimento nell’intero settore. Ovunque i padroni spingono in maniera ossessiva per incrementare le quote di contratti a termine ed interinali, col duplice scopo di assicurarsi, da un lato, una ampia riserva di manodopera di “serie B” priva di diritti e ultraricattata, e dall’altro di scatenare una selvaggia competizione al ribasso sul costo del lavoro in modo da peggiorare le condizioni contrattuali e salariali degli stessi lavoratori a tempo indeterminato e scardinare definitivamente sia le barriere poste dal CCNL, sia soprattutto le conquiste strappate in questi anni dalle lotte condotte dal SI Cobas e dal sindacalismo di base.


Venerdì mattina abbiamo bloccato per oltre 4 ore i due cancelli dell’impianto di Castel San Giovanni, interrompendo il flusso di merci nell’arteria principale del gigante mondiale dell’e-commerce.


Non si è trattato di un’iniziativa simbolica, ma di un tassello di una strategia tesa a costruire un fronte di classe dei lavoratori che su scala nazionale e internazionale che sia capace di contrapporsi alle politiche di fame e di precarietà che colpiscono i proletari senza distinzioni di categoria e di nazionalità.


In questi mesi stiamo fronteggiando con tutte le nostre forze un’offensiva padronale che facendo leva sullo sblocco dei licenziamenti varato dal governo Draghi, si abbatte in maniera violenta sui salari diretti e indiretti, in un quadro reso ancora più drammatico dall’aumento del costo della vita e dei generi di prima necessità connesso alla ripresa dell’inflazione e ai processi di profonda ristrutturazione imposti dalla crisi pandemica: una crisi sanitaria, economica e sociale che ha messo a nudo, come mai prima d’ora, l’inefficienza, l’irrazionalità e la barbarie del sistema capitalistico su scala internazionale.


Sulle nostre iniziative si abbatte quotidianamente una scure repressiva che non ha precedenti: alle rivendicazioni sindacali e sociali, i governi e lo stato dei padroni non hanno altra risposta da dare che le cariche della polizia, i manganelli, i fermi, i fogli di via e le innumerevoli misure di sorveglianza e di limitazione della libertà personale; ciò a dimostrazione che questo sistema, a partire dalle sue istituzioni “democratiche”, non ha nulla da offrire ai lavoratori e alle masse sfruttate, se non il peggioramento costante e inesorabile delle condizioni salariali e di vita.


Al termine dell’iniziativa di lotta abbiamo promesso che torneremo presto fuori ai cancelli di Amazon, sempre più forti, decisi e organizzati: auspichiamo che la nostra mobilitazione funga da sveglia per tutti coloro che non intendono accettare passivamente la progressiva “amazonizzazione” del mondo del lavoro e dell’intera società, e possa contribuire a creare i presupposti per la costruzione in tempi brevi di un nuovo sciopero generale nazionale.


Solo la lotta paga
Toccano uno – toccano tutti!


SI Cobas nazionale

THE BLACK FRIDAY MOBILISATION STRONGLY EMPHASISES THE IMMEDIATE NEED FOR A TRADE UNION AND POLITICAL BATTLE AGAINST THE AMAZON MODEL – SI Cobas

THE BLACK FRIDAY MOBILISATION STRONGLY EMPHASISES THE IMMEDIATE NEED FOR A TRADE UNION AND POLITICAL BATTLE AGAINST THE AMAZON MODEL.

Last Friday, hundreds of SI Cobas workers, mostly logistics workers from various Italian cities, manned the gates of the Amazon mega-plant in Castel San Giovanni (Piacenza); with them were dozens of students and workers in solidarity.

We chose to join the appeal launched by the international network “Make Amazon Pay” with the aim of giving continuity to the highly successful initiative on the occasion of the general strike of grassroots trade unionism on 11 October, and thus to give voice to the struggles against exploitation and low wages imposed by the Amazon system.

We gathered outside the Amazon gates on the “Black Friday”, which has become the worldwide symbol and apex of a model of unbridled consumerism based on a reduction in retail prices that is the result of both the monstrous increase in the pace and workload of warehouse workers and drivers, and the starvation wages made possible by a system of generalised precariousness of working and contractual conditions. This system was further exacerbated during the pandemic and today a majority of Amazon workers are employed for years on fixed-term or temporary contracts, under the permanent blackmail of non-renewal and therefore unable to organise themselves in a trade union to assert their reasons and interests.

Right on the eve of Black Friday, the official unions Filt Cgil, Fit Cisl and Uil Trasporti called off the strike for Amazon’s delivery drivers on the pretext of having signed an agreement with the company. They claim it to be an improvement, but in reality it legitimises and ratifies the conditions of semi-slavery imposed by the bosses, to the point of providing for abnormal percentages of precarious labour contracts at each plant (up to 70%!) in exchange for some modest wage improvements.

The rhetoric of the “last mile” hides a reality of inhuman work rates, where it is forbidden even to go to the toilet during the shift, under penalty of severe disciplinary measures, and where every right provided by national collective agreements, from holidays to illness, from family leave to safeguards for working mothers, can be cancelled or denied in the name of the “superior” needs of the market.

Friday’s mobilisation was not just an initiative of solidarity. SI Cobas workers from some of the most important national and international logistics chains (DHL, BRT, SDA, GLS, FedEx, UPS, Fercam, etc.) and from the most important retail chains (Leroy Merlin, Ikea, Zalando, Zara, etc.) are already experiencing first-hand how the Amazon model is increasingly becoming the reference paradigm in the entire sector. Everywhere the bosses are pushing obsessively to increase the share of temporary and fixed-term contracts, with the double aim of securing, on the one hand, a large reserve of “second class” labour with no rights and over-blackmailed, and on the other to unleash a savage downward competition on the cost of labour in order to worsen the contractual and wage conditions of permanent workers themselves and definitively break down both the barriers set by the national collective agreement and, above all, the achievements won in recent years through the struggles led by SI Cobas and other rank-and file unions.

On Friday morning, we blocked both the gates of the Castel San Giovanni plant for more than four hours, interrupting the flow of goods in the main Italian hub of the global e-commerce giant.

It was not a symbolic initiative, but a piece of a strategy aimed at building a working class front that on a national and international scale is capable of opposing the policies of starvation and precariousness that affect the proletariat regardless of sector or nationality.

In recent months we have been fighting with all our might against an employers’ offensive that, relying on the lifting of the ban on redundancies by the Draghi government, is violently hitting wages and social benefits. This is occurring in a context made even more dramatic by the increase in the cost of living and basic necessities with the rise in inflation and the profound restructuring processes imposed by the pandemic crisis – a health, economic and social crisis that has exposed, as never before, the inefficiency, irrationality and barbarity of the capitalist system on an international scale.

An unprecedented repressive axe is daily hitting our initiatives: governments and the state of the bosses have no other response to trade union and social demands than police charges, batons, arrests, bans and countless measures of surveillance and restriction of personal freedom, demonstrating that this system, starting with its “democratic” institutions, has nothing to offer workers and the exploited masses except the constant and relentless deterioration of wages and living conditions.

At the end of the action, we have pledged that we will soon be back at the gates of Amazon, ever stronger, resolute and better organised: we wish that our mobilisation will serve as a wake-up call for all those who do not intend to passively accept the progressive “amazonisation” of the world of work and of society as a whole, and that it will contribute to creating the conditions for a new national general strike in the near future.

Only the struggle pays.

An injury to one is an injury to all!

SI Cobas

26 novembre: scioperi e proteste contro Amazon in almeno 20 paesi – Lauren Kaori Gurley

Riprendiamo qui di seguito due pezzi informativi sulle proteste e gli scioperi del prossimo “Black Friday” (26 novembre) contro Amazon, che si svolgeranno in almeno 20 paesi. Come si è visto lo scorso anno, e si tornerà a vedere anche questa volta, sono compresenti in questa giornata spinte e impostazioni tra loro divergenti, anzi: alternative, che vanno dall’impostazione istituzionale, sotto-riformista di UNI Global Union, il sindacato dei servizi aderente all’ITUF (International Trade Unions Confederation), a quella di classe, militante in Italia (SI Cobas), in Polonia (OZZ Inicjatywa Pracownicza Amazon) e in alcuni paesi asiatici, con la presenza in diversi paesi (a cominciare dalla Germania) di nuclei proletari combattivi dentro le stesse strutture istituzionali.

Su questa eterogeneità fa premio, secondo il nostro punto di vista, l’azione internazionale congiunta di protesta e di sciopero decine di migliaia di proletari attraverso il mondo, che è comunque un terreno favorevole al maturare di un sentimento internazionalista, di comunità di interessi e di destini dei lavoratori che sono sotto il comando dispotico di Amazon, ed anche al di là dei confini di Amazon.

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Durante il Black Friday, un gruppo di sindacati e organizzazioni di base, conosciuto come Make Amazon Pay Coalition, organizzerà proteste e scioperi coordinati in almeno 20 paesi per chiedere ad Amazon di pagare ai lavoratori un salario dignitoso, rispettare il loro diritto di aderire ai sindacati, pagare la sua giusta quota di tasse e impegnarsi per la sostenibilità ambientale.

Le azioni pianificate includono: un massiccio sciopero dei corrieri di Amazon in Italia; un’interruzione del lavoro nei magazzini Amazon in Francia; dimostrazioni nel cantiere in costruzione dei nuovi uffici regionali di Amazon in Sud Africa; proteste dei lavoratori tessili in Bangladesh e Cambogia.

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Ai disoccupati e alle disoccupate del Movimento 7 novembre – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Qui di seguito il testo distribuito nella manifestazione di Napoli di sabato 13 novembre dalla Tendenza internazionalista rivoluzionaria ai disoccupati e alle disoccupate del Movimento 7 novembre.

La manifestazione, molto combattiva, ha raccolto migliaia di disoccupati, operai e studenti. La sua riuscita è stata ammessa a denti stretti anche dal giornale cittadino, Il Mattino, che ha pensato bene di prendersi una vile rivincita presentandola in un suo titolo intenzionalmente falsante come una dimostrazione “no vax”, laddove è stata una dimostrazione contro la disoccupazione, contro la repressione statale, il carovita e ovviamente anche contro il “green pass” (come ognuno sa, la lotta contro il “green pass” è altra cosa dall’ideologia e dalla prospettiva “no vax”) – una manifestazione contro il governo Draghi, la Confindustria, l’Unione europea, com’era del tutto evidente già nella efficace iconografia di apertura.

La manifestazione era stata vietata dalle autorità di polizia e di governo, che hanno invece dovuto prendere atto che il corteo si sarebbe tenuto, e si è in effetti tenuto lungo il percorso previsto, concludendosi sotto la prefettura nel centro del centro di Napoli (quello vietato dal governo Draghi), dove una delegazione del Movimento 7 novembre è stata ricevuta dal prefetto.

Il corteo è stato segnato dall’inizio alla fine dalla folta e organizzata presenza del SI Cobas, a cominciare dagli irriducibili facchini della Fedex di Piacenza e della Unes di Trucazzano, e dagli operai Textprint di Prato, tra gli altri. Benché limitate numericamente, sono state molto significative le presenze di delegazioni della Gkn, dell’Elettrolux di Susegana, dei No tav, dei Bpm e del Comitato 23 settembre.

I disoccupati del Movimento 7 novembre, fortemente sostenuti dai compagni e dalle compagne di Iskra, hanno aperto il corteo rovesciando contro le istituzioni l’accusa di associazione a delinquere, e indicando nel trio Draghi-Bonomi-Lagarde l’autentica associazione a delinquere che funesta i giorni e le notti dei proletari, dei giovani (e degli anziani) senza privilegi, e più in generale di tutta la parte non sfruttatrice della società. Non c’è dubbio che il messaggio di solidarietà di classe a questo Movimento napoletano che è nel mirino della repressione statale è arrivato dove doveva arrivare, sia a livello di massa che di élite del potere.

E’ stata una manifestazione politica“, ha evidenziato Eddy Sorge, non solo per la denuncia della repressione, ma per avere ribadito ancora una volta, sul campo, la prospettiva del fronte di classe, del fronte di lotta anticapitalista tra disoccupati, precari e occupati stabili, tra proletari immigrati e autoctoni, e per avere evocato (anzitutto nell’intervento di Peppe D’Alesio) la necessità di iniziative internazionali e internazionaliste, a cominciare da quella prevista il prossimo 26 novembre contro Amazon.

E’ proprio quello che abbiamo voluto sottolineare, come TIR, portando in questa manifestazione la questione, intrinsecamente politica e internazionale, della riduzione generalizzata della giornata lavorativa e del lavoro socialmente necessario, in contrapposizione al dilagare della più devastante precarietà da un lato, dell’allungamento degli orari di lavoro dall’altro, e ad una “transizione ecologica” che promette di radicalizzare entrambi questi processi distruttivi delle vite di milioni di proletari e proletarie, e di accrescere ulteriormente la produzione di merci inutili e dannose esplosa con il capitalismo senile.

Chi ha sale in zucca (si veda, ad esempio, il comunicato del SI Cobas nazionale), sa molto bene che per sbarrare la strada al programma di macelleria sociale e di sistematica repressione della lotta di classe in nome del contrasto alla pandemia proprio del governo Draghi, della Confindustria, dell’Unione europea, ci vogliono rapporti di forza molto diversi da quelli oggi esistenti. Ma il punto essenziale è questo: una modifica degli attuali rapporti di forza sarà possibile solo ed esclusivamente sul terreno della lotta aperta e determinata al fronte dei capitalisti e delle loro istituzioni, solo ed esclusivamente combinando la lotta economica con la lotta politica nella totalità delle sue dimensioni, solo ed esclusivamente collegando ed inserendo le risposte immediate in una prospettiva anti-capitalista rivoluzionaria, e perciò internazionalista.

Ai disoccupati e alle disoccupate del Movimento 7 novembre

La vostra iniziativa di oggi coglie in pieno la necessità del momento: contrapporre all’offensiva del governo Draghi e della Confindustria il massimo di unità possibile tra le realtà operaie, proletarie, sociali in lotta.

La vostra forza – quella che ha portato qui delegazioni dalle realtà di lotta più significative esistenti oggi in Italia – è nella vostra auto-organizzazione, nel protagonismo di tutti/e gli appartenenti al movimento, nei contenuti della lotta che portate avanti da anni.

Avete saputo collegare la vostra volontà di uscire a testa alta dalla disoccupazione e dalla precarietà con la soddisfazione di una serie di bisogni sociali violati dal sistema sociale capitalistico: i bisogni di salute, di vivere in un ambiente pulito, di socialità, di ridurre gli orari di lavoro per gli occupati, etc. E avete inteso che per ottenere questo risultato, è necessario muovervi insieme con altri comparti del vostro fronte (come i lavoratori della logistica) per rafforzare l’autonomia di classe.

La speciale determinazione con cui avete resistito e resistete alla repressione statale che ha accompagnato l’intero vostro cammino, è una lezione per tutti, disoccupati e occupati.

Noi compagni/e della TIR siamo fin dall’inizio solidali con voi. E proprio qui a Napoli, nel settembre 2019, abbiamo tracciato insieme al SI Cobas e ai compagni di Iskra la prospettiva di un fronte di lotta anticapitalista. Allora il bersaglio era il governo Conte-bis, oggi è il governo-Draghi, che ha avviato una vera e propria macelleria sociale in tutti i campi. E ha scatenato una vergognosa campagna contro il reddito di cittadinanza per mettere sotto accusa i pochi, miseri interventi di sostegno alla parte più povera della popolazione.

Per questo governo e per l’Unione Europea solo i padroni, in particolare i più ricchi tra loro, meritano sussidi a fondo perduto, agevolazioni fiscali, protezione legale. Anche l’imposizione del “green pass” serve a questo: garantire che gli affari dei padroni procedano senza intoppi, e nessuna garanzia per la salute!

Siamo qui al vostro fianco con uno striscione che dice: nessuno sfruttato, disoccupato, precario. Lavorare meno, lavorare tutti/e. Per il lavoro socialmente necessario. Cioè per le sole attività che rispondono a bisogni umani autentici. Perché da questo corteo in solidarietà con la vostra lotta parta anche un messaggio di prospettiva alla grande massa di chi è costretto a lavorare troppo e spesso a perdere la salute e perfino la vita, mentre altri milioni di proletari/e fanno fatica a sopravvivere e debbono cercare affannosamente un lavoro quale che sia.

Basta con la disoccupazione, la precarietà, il clientelismo, le vessazioni, le umiliazioni, gli arbitrii e la repressione dello Stato! Basta con l’uso capitalistico della pandemia! Basta con lo stato di emergenza!

Lavoratori e disoccupati, proletari autoctoni e immigrati, uniti nella lotta! Uniti si vince!

Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

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