Dagli Stati Uniti due nuovi atti di guerra contro le donne – Comitato 23 settembre

L’attacco alle lavoratrici e ai lavoratori ha fatto negli ultimi anni un duplice salto di qualità, col Covid dimostrando gli effetti del sistema capitalista a livello globale e l’incapacità da parte del sistema di farvi fronte, e più recentemente con la guerra che non è un fenomeno nuovo, ma che oggi ci riguarda direttamente, con la partecipazione diretta dell’Italia e la forsennata propaganda che l’accompagna.

Quindi il primo punto che vorrei mettere in luce è che la difesa dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori oggi più che mai non può limitarsi a rivendicazioni sindacali o di movimento, ma, per essere efficace, deve attrezzarsi anche sul piano politico e ideologico, poiché siamo sotto pressione per pagare non solo i costi della crisi ma anche quelli della guerra, spinti a vedere nei proletari degli altri paesi non solo dei concorrenti, ma anche dei nemici, nel tentativo di renderci non solo narcotizzati e polverizzati, ma subordinati e arruolati.

Il secondo punto da mettere a fuoco è l’aumento esponenziale del controllo e della subordinazione delle donne e l’azione per normalizzare il loro essere riproduttrici, merce di scambio e prede di guerra. Se questo controllo è un tema ricorrente nell’azione dei governi, bisogna dire che lo è molto meno nell’azione dei sindacati e dei movimenti. Io credo che sia necessario in mezzo a tanta geopolitica e in previsione dello sciopero del 20 maggio, porre l’attenzione sulla guerra interna, che ha presentato anch’essa un salto di qualità, che va visto e ricompreso nelle motivazioni dello sciopero.

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Polonia: l’imponente risposta delle donne all’attacco reazionario del governo Morawiecki

Protests shake Poland as government looks for a retreat on abortion ruling  – POLITICO

Dopo mesi di attacchi striscianti e di tentativi di ridurre ulteriormente la possibilità dell’interruzione assistita di gravidanza, sistematicamente respinti alla mobilitazione delle donne, il Tribunale costituzionale polacco ha emesso la sentenza che rende illegale l’aborto nella stragrande maggioranza dei casi, tra cui quello della grave malformazione del feto.

Grazie a quest’ultimo sfregio all’autodeterminazione delle donne, oggi l’aborto assistito è possibile esclusivamente in caso di stupro, di incesto e di “grave pericolo per la vita della madre”. La sentenza, che è ancora più restrittiva rispetto alla legge approvata nel 1993, era stata sollecitata da un centinaio di parlamentari e ha avuto il convinto appoggio della chiesa cattolica, la cui influenza nelle vicende polacche (e non solo) è ben nota.

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Dopo la forte manifestazione del 27 ottobre: guardare avanti e pensare in grande.

Benché oscurata dai media di regime e dalla quasi totalità di quelli di “opposizione” (con la sola eccezione di qualche radio), la manifestazione indetta dal SI Cobas a Roma il 27 ottobre è riuscita in pieno.

Il suo nucleo trainante sono stati ancora una volta i coraggiosi instancabili facchini immigrati della logistica. Ma questa volta – a differenza del 24 febbraio – si è trattato di un corteo più “misto”, con una presenza di lavoratori e lavoratrici italiani decisamente più consistente, anche se ancora troppo limitata, e con la partecipazione attiva di movimenti per la casa, di disoccupati e gruppi di studenti. Significativa la decisione di aprire con un cordone di donne un corteo che è stato in larga prevalenza di proletari maschi – un bel gesto simbolico a cui va data consequenzialità negli ulteriori passaggi della lotta.

È stato un corteo fitto, teso, intenso, molto combattivo. Nel quale le svariate migliaia di dimostranti hanno espresso tutta la rabbia che il decreto-Salvini ha suscitato in loro e denunciato l’intera politica del governo Lega-Cinquestelle, attaccata dagli speaker del corteo per il suo globale carattere anti-proletario. Al centro, dall’inizio alla fine, c’è stato il tema dell’unità tra i lavoratori immigrati e i lavoratori italiani, la comunanza di interessi, di bisogni, di prospettive tra tutti gli sfruttati. “Solo due razze, sfruttati e sfruttatori“, così uno striscione srotolato da un balcone a metà del percorso, ha sintetizzato il messaggio del corteo. Gli slogan gridati hanno aggiornato e arricchito quelli del 24 febbraio. Il classico “chi tocca uno, tocca tutti”, è stato ritmato prima sul lavoratore immigrato, poi sul lavoratore italiano; e sono stati ricordati i licenziati FCA di Pomigliano, colpiti da fogli di via e però egualmente, in altro modo, presenti. Energica è stata anche, in alcuni interventi, la denuncia della dominazione imperialista sui paesi del Sud del mondo, delle guerre e del saccheggio neo-coloniale che hanno tra i loro effetti l’emigrazione forzata di massa. E non è mancata neppure la critica alla funzione anti-operaia dello stato e al sistema capitalistico in quanto tale, sia nei testi distribuiti dai collettivi politici e dalle organizzazioni internazionaliste presenti, che negli interventi dei compagni del SI Cobas.

La solidarietà arrivata alla manifestazione da organismi sindacali e politici operanti in Germania, nel Regno Unito, in Francia è un altro elemento significativo che rivela il maturare in tutta Europa della necessità di dare una risposta di classe coordinata, unitaria alle politiche razziste sempre più aggressive di tutti i governi europei. Ed è un altro aspetto della indiscutibile crescita quantitativa e qualitativa che la manifestazione di sabato segna rispetto a quella di febbraio. Il 26 ottobre, uno sciopero ben riuscito nella logistica e in alcuni settori dei trasporti e del pubblico impiego, con diversi cortei cittadini partecipati anche da studenti. Il 27 ottobre, l’ancor più riuscito corteo di Roma: il primo corteo nazionale contro il governo fasciostellato “senza se e senza ma“, nel quale sono stati sempre appaiati nella denuncia Salvini e Di Maio, gratificati di sonori cori di vaffanculo.

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