Il nuovo disordine mondiale. 19. First Strike, di Sandro Moiso

Riprendiamo da Carmilla on line la puntata n. 19 della serie di interventi di Sandro Moiso sul nuovo disordine mondiale, dedicata al tema dell’uso dell’arma nucleare per primi (“First Strike”).

L’articolo di Moiso, il cui impianto condividiamo in pieno, intreccia l’aspetto politico e quello militare seguendo l’approccio che egli stesso annuncia nei righi introduttivi. Sembra un’ovvietà, ma è un tema spesso trascurato nelle analisi di scritti analoghi, inclusi i nostri.

Un punto che ci pare giusto sottolineare è il preparativo dell’impiego di contingenti sempre maggiori di soldati. Non è una novità tutta russa. Moiso richiama opportunamente Crosetto, e quindi l’Italia; ma il problema riguarda tutte le forze in campo, anzitutto gli Usa. E non dovrebbe sfuggire l’importanza del tema per le conseguenze che esso ha sulle disposizioni politiche dei paesi in guerra. Finché le perdite riguardano mezzi e specialisti, l’aspetto sociale del conflitto può ancora essere gestito; ma se si tratta di mobilitare la popolazione in maniera diretta e massiccia, le cose si fanno decisamente più complicate..

Abbiamo visto sia la Russia che l’Ucraina alle prese con manifestazioni contro le forme obbligatorie di reclutamento sia collettive che individuali, quali le fughe dal paese, e pensiamo che un impiego del genere, una coscrizione obbligatoria consistente, scatenerebbe anche negli Usa problemi sociali ancora più importanti. Forse proprio per questo Biden prospetta un impiego preventivo dell’atomica. Il cinismo dei capitalisti non ha limiti e, al sicuro da attacchi analoghi sul fronte orientale e quello occidentale, gli Usa metterebbero, se non la fine, almeno una pesante pietra tombale sul conflitto uscendone con poche perdite (salvo, poi, le reazioni russe…). Alla fine il capitalismo, nella produzione come nella guerra, ha bisogno di carne proletaria, e tutto sta nel vedere se le classi “subalterne”, se le popolazioni civili, se il proletariato anzitutto, sono disposti a subire un macello senza precedenti.

Moiso non fa ancora questo passaggio, ma noi deriviamo questa ipotesi anche dalla sua considerazione sugli strumenti tecnologici, dal fatto che essi non hanno fatto miracoli e sono abbastanza facilmente riproducibili anche da paesi non di primo piano, per cui il passaggio successivo, l’escalation, non può svolgersi senza mettere massicciamente gli “stivali sul terreno”. Oppure, temendo di farlo, supplire a questa mancanza con il “First Strike”. (Red.)

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Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai. (George Orwell)

Boom! Scoperta e ‘dichiarata’ l’acqua calda: gli Stati Uniti, nell’ultima versione della loro dottrina militare (detta, in onore dell’attuale presidente, “Biden”), potrebbero usare per primi l’arma nucleare. E questo, secondo alcuni commentatori disattenti alla storia militare e politica dell’ultimo secolo, potrebbe costituire soltanto ora il detonatore per una Terza guerra mondiale.

Ancora una volta occorre dunque sottolineare e ricordare ciò che, da più di un decennio, l’autore va affermando in testi, articoli e interventi sulla questione della guerra: elemento ineliminabile di una società fondata sullo sfruttamento di ogni risorsa ambientale e umana, sulla concorrenza più spietata sia a livello economico che sociale e sulla spartizione imperialistica del mercato mondiale e dei territori di importanza strategica (sia dal punto di vista geopolitico che economico-estrattivistico).

Tanto da spingerlo a rovesciare, come già aveva fatto con largo anticipo Michel Foucault nel corso degli anni ’70, la celebre affermazione di Karl von Clawsevitz nel suo contrario, ovvero che sarebbe proprio la politica a costituire nient’altro che la continuazione della guerra con altri mezzi1. Con buona pace di chi ancora oggi, pur proclamandosi antagonista e antimperialista, pensa che le logiche della politica istituzionale possano (o almeno dovrebbero) sfuggire alle logiche della guerra e dei suoi sfracelli.

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Putin versus NATO: verità e menzogne

Il discorso di Putin di ieri mattina getta nuova luce sugli eventi? No, niente che già non si sapesse. Segna, questo sì, con il varo della “mobilitazione parziale” di 300.000 riservisti, un ulteriore incrudimento della guerra tra NATO e Russia in Ucraina (già scontato da tempo per la decisione degli Usa e delle potenze occidentali di dare un sostegno illimitato in armi e addestramento a Kiev), e rappresenta il tentativo di reagire ad alcuni rovesci militari. Ma si muove comunque lungo un tracciato politico e propagandistico noto.

Anzitutto i suoi richiami alla patria e agli eventi dell’89 mostrano senza dubbi che i suoi riferimenti non sono la Rivoluzione di Ottobre ma il capitalismo, variamente definito, dell’Urss postleninista.

L’attacco dell’Occidente è spiegato a partire dal paese di Stalin, di Chruscev, di Breznev; è quella la Russia che Putin vuole restaurare e, semmai, quella precedente alla Rivoluzione di Ottobre. Le critiche a Lenin e alla sua politica non sono mancate e non appartengono certo al passato, ma si rinnovano regolarmente nei fatti. A nulla serve il richiamo alla denazificazione dell’Ucraina: se è vero che i riferimenti di Zelensky sono Bandera ed i suoi successori; se è vero, come è vero, che Svoboda, Sektor e Bilec’kyj, il comandante del Battaglione Azov, si sono distinti in ferocia nella battaglia di Mariupol del ’14 e per l’esibizione della loro simbologia nazista; se sono vere le loro successive efferate imprese ai danni della popolazione del Donbass; se tutto questo è vero, non si può certo dire che Putin si sia circondato di bolscevichi dediti agli interessi del proletariato. La Legione Imperiale, col suo progetto di Nuova Russia, addestra militanti stranieri di estrema destra più o meno come il Gruppo Wagner, altra formazione di aperta vocazione nazifascista. Anche le “amicizie” nazionali ed internazionali di Putin si distinguono per le loro dichiarate idee ed iniziative apertamente reazionarie. Due per tutte: il Patriarca Kirill e il premier ungherese Orban le cui rispettive idee ed imprese di governo non lasciano dubbi.

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Cose non dette. Provocazioni e piani per una guerra nucleare

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Nel momento in cui l’Amministrazione Trump vara un colossale aumento della spesa militare  e per la repressione interna (+54 miliardi di dollari per il 2018, pari ad un incremento annuo poco sotto il 10%), e in parallelo un taglio brutale delle spese direttamente o indirettamente sociali, ci sembra utile far conoscere questo intervento di J. Deutsch, una psicoanalista canadese che è stata presidente di Science for Peace.

Le informazioni che dà sono di grande interesse perché fanno vedere quanto sia andata avanti, sotto l’amministrazione Obama, la ‘banalizzazione’ della guerra nucleare, anche – aggiungiamo noi – attraverso l’intensificazione della produzione delle mini-atomiche B-61-12 (4 volte più devastanti delle bombe scagliate su Hiroshima e Nagasaki), già dislocate anche in Italia. E quanto siano andati avanti i piani USA/NATO/Israele di accerchiamento militare di Russia, Cina e Iran.

Con la decisione di Trump la corsa agli armamenti, che aveva già coinvolto negli scorsi anni le monarchie del Golfo, la Cina, l’India e il Giappone, accelera decisamente. Unione Europea e Italia seguono a ruota con aumenti di spesa più o meno camuffati, ma reali e in prospettiva molto più marcati, e con il progetto di un vero e proprio esercito integrato europeo – sponsor, tra gli altri, proprio Gentiloni e Pinotti, oltre che, si capisce, Finmeccanica, Fincantieri, etc.

[source: Unspoken Words, The Bullet, Feb. 2017, nr. 1369]

 

La campagna elettorale americana è stata percorsa da un brivido d’angoscia davanti alla prospettiva che Clinton o Trump avrebbero presto avuto il codice nucleare e con esso il potere d’annientare l’umanità pigiando qualche bottone. Ma, tolto qualche accenno, dov’è andato a finire il dibattito sugli armamenti nucleari? Fa eccezione il breve articolo di Robert Dodge su CounterPunch, in cui si dice come il Bollettino degli scienziati atomici abbia spostato avanti il suo Orologio dell’apocalisse portandolo a 2 minuti e mezzo dalla “mezzanotte” che segnerà, con lo scoppio d’una guerra nucleare o a causa del cambiamento climatico, l’estinzione dell’umanità: “il congresso non è neanche lontanamente sfiorato dal tema degli armamenti nucleari, non si stanno certo facendo in quattro”.

In un’intervista rilasciata a Sonali Kolhatkar lo scorso 30 gennaio, George Lakoff ragiona sul ballon d’essai che Trump ha lanciato riguardo agli armamenti nucleari, quando ha detto che se li abbiamo allora dobbiamo usarli. Lakoff ha notato che le reazioni sono state scarse e presto sono del tutto venute meno; all’opinione pubblica, ha sottolineato Lakoff, non interessa il tema. Non gli interessa o non lo conosce? Il professore di Harvard Elaine Scarry ha dichiarato che alcuni dei suoi studenti non hanno mai sentito parlare di Hiroshima e Nagasaki.

E’ rischioso non sapere nulla di armamenti nucleari di questi tempi. Trump ha ereditato da Obama l’escalation militare e l’azione di accerchiamento condotta da Stati Uniti, NATO ed Israele contro Iran, Cina e Russia, nonché un programma da un miliardo di dollari per modernizzare gli armamenti nucleari. Continua a leggere Cose non dette. Provocazioni e piani per una guerra nucleare