Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

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In Italia, in Europa (e nel mondo) cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Nel ventunesimo secolo e nei paesi di vecchia democrazia le elezioni decidono ben poco. Un peso ancora minore hanno le elezioni per un parlamento come quello europeo che non decide quasi nulla. L’Unione europea, infatti, è governata da tre istituzioni non elettive: Banca centrale europea, Commissione europea (quella presieduta oggi da Juncker) e Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo). Tuttavia anche le elezioni per il parlamento europeo rimangono un termometro che misura la temperatura del “corpo sociale”, delle diverse classi sociali, un test su cui riflettere.

Il responso delle ultime elezioni europee è, nell’insieme (che rimane comunque piuttosto variegato), chiaro: cresce il caos e cresce il nazionalismo di marca trumpista, in un contesto in cui una metà del “corpo elettorale”, composto in larga parte da lavoratori salariati e giovani, rimane indifferente, se non ostile, al carnevale delle schede – ma non trova in campo alcuna vera alternativa di classe a cui fare riferimento. Veniamo dopo all’astensionismo di massa. Ci occupiamo prima del caos e del nazionalismo montanti.

Cresce il caos

Il caos politico è già totale in Gran Bretagna, dove vince le elezioni un “partito” del tutto virtuale fondato appena 40 giorni prima delle elezioni dall’avventuriero Farage, protesi di Steve Bannon e amico dei grillini, mentre i due partiti storici (conservatori e laburisti) tracollano, e – a differenza di tre anni fa – le posizioni contro la Brexit sembra siano diventate maggioritarie. Continua a leggere Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Le elezioni del 4 marzo. Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni

In un contesto internazionale, europeo e medio-orientale carico di tensioni e di incognite, effetto di una grande crisi irrisolta, l’Italia va verso l’ennesima giostra elettorale. Il “popolo sovrano” è stato convocato alle urne: ha facoltà di scegliere tra la bellezza di 75 simboli. Le elezioni democratiche non hanno mai detto bene ai lavoratori anche quando, rarissimamente, i loro partiti le hanno vinte, o non le hanno perse. Restano, tuttavia, un indicatore degli umori e degli orientamenti dei diversi strati e classi sociali, e della capacità delle forze politiche di determinarli, indirizzarli, interpretarli. Perciò è il caso di chiedersi se in vista del 4 marzo c’è qualcosa di nuovo sotto il sole. Dal nostro osservatorio tre sembrano le cose interessanti, anche se non sono nuove, o del tutto nuove. Una sola sarebbe sorprendente davvero, ma è al semplice stato di ipotesi …

Un forte astensionismo

La prima è un forte astensionismo, destinato forse a allargarsi. I sondaggi lo danno oltre il 30%, con punte del 45% (almeno) tra i 18-24enni. Non è però un semplice fatto generazionale. La tendenza a non votare è particolarmente accentuata tra gli operai (vedi l’inchiesta di Griseri a Mirafiori) e negli strati sociali più precari ed emarginati, come accade da decenni negli Stati Uniti e in tempi recenti in molti paesi europei. In un’intervista al quotidiano on line Popoff (8 novembre 2017), un operaio della Marcegaglia di Milano ha descritto in modo lucido come stanno le cose tra gli operai di fabbrica:

«C’è un abisso enorme tra la percezione dei lavoratori e delle lavoratrici e la politica in generale. Intanto spesso identificano la sinistra, o addirittura il comunismo, nel Partito democratico, ma fondamentalmente covano una rabbia che non riesce a trovare sbocco e prospettiva in nessuna proposta in campo. Molta di questa rabbia nell’urna trova sbocco nel ‘voto di protesta’ al movimento di Grillo, altrettanto spesso la croce finisce per supportare la xenofobia leghista o peggio. Almeno il 50% non vota più perché non crede più a nessuno. A causa delle politiche sindacali degli ultimi anni, della frammentazione profonda dei sindacati di base, è diventata una rarità tra gli operai la consapevolezza della lotta quale strumento di emancipazione sociale, e nonostante ciò sono decine, centinaia e forse migliaia le vertenze che scoppiano in aziende di tutta Italia. Vertenze che non hanno né eco né rappresentanza né organizzazione. Tutto questo produce rabbia e senso di frustrazione che spinge verso una radicalità che la cosiddetta “sinistra” né paventa né organizza, ma anzi spesso rifugge [trattandosi di un compagno di Rifondazione, sa quello che dice – n.n.]. È in questo modo che il razzismo e il fascismo riattecchiscono nel tessuto proletario del nostro paeseContinua a leggere Le elezioni del 4 marzo. Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni