Il favoloso mondo della Brexit, 3. Abbassamento dei salari, allungamento degli orari

Londra, 18 giugno – manifestazione indetta dal TUC per chiedere aumenti salariali

In questo disastro sociale, che viene da lontano e la Brexit ha aggravato, emerge qualche segno di reazione: “tagliamo la guerra, non il welfare”, era il messaggio di molti cartelli e dichiarazioni di manifestanti sabato 18.

Non abbiamo mai avuto dubbi sul fatto che la Brexit sarebbe stata una solenne fregatura per i proletari britannici. Ancora più amara per chi se ne era fatto illudere. Ma, abituati ai “tempi lunghi”, in questi decenni di disordinatissimo arretramento del movimento di classe, non contavamo di avere ragione così in breve. E di vedere, in così breve tempo, i lavoratori reagire e portare in piazza le proprie impellenti necessità.

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Il favoloso mondo della Brexit, 2. Militarismo, militarismo, folle e sanguinario militarismo

Il succo del discorso della Truss è nell’attacco alla politica di Merkel e UE verso la Russia, da gettare alle ortiche subito per imbracciare una politica “assertiva” fatta di attacchi senza tregua al “barbaro” nemico, puntando al suo annientamento.

Uno degli argomenti forti dei piazzisti britannici della Brexit (e dei loro replicanti di destra e di sinistra italiani) è stato e rimane il recupero di sovranità economica e politica. Liberata dai vincoli di Bruxelles, Londra avrebbe, più o meno in breve, riconquistato il vecchio statuto di “regina degli oceani e intraprendente conquistatrice di mercati lontani”.

Noi formulammo, invece, tutt’altra previsione. Data l’asprezza del livello di scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico esistente, a crisi irrisolta, sul mercato mondiale, non poteva esserci alle viste, per la Gran Bretagna, nessun “recupero di sovranità nazionale”, semmai il contrario. E così è stato.

Dopo la Brexit, la pretesa dei gangster statunitensi di dettare legge nella loro riserva britannica si è fatta più arrogante che mai in tutti i campi, fino al punto da spingere “The Guardian” a ridicolizzare Johnson come “il barboncino di Trump”. Né le cose sono cambiate con Biden. La Gran Bretagna attende ancora segnali di fumo per quel trattato commerciale speciale con gli Usa a cui aspira, e che è assai difficile che arrivi, almeno fino al “giorno in cui l’Inghilterra busserà ancora una volta alla porta dell’Europa” (questa la pungente considerazione di Sergio Romano).

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Il favoloso mondo della Brexit, 1. Crescono povertà e fame

Se la retorica europeista è completamente falsa, non per questo diventa vera la promessa dei promotori di Brexit o Italexit: rompiamo la gabbia dell’UE e dell’euro e ci si spalancherà dinanzi l’Eden attraverso il recupero della “sovranità nazionale”. Questo per una semplice ragione: uscire dall’UE e dall’euro non significa in alcun modo uscire dal mercato mondiale, sottrarsi alla dittatura spietata del capitale globale e dei suoi centri di potere.

Ricordate? No? Dai, non vi dice proprio nulla la parola Brexit? Possibile? Eppure non accadde un secolo fa. Non è trascorso neppure un decennio. Solo una spicciolata di anni. Diciamo 2017-2018. Allora la Brexit venne assunta a modello, da destra e da sinistra, come soluzione di tutti problemi creati dalla “dittatura dell’euro” (non era ancora subentrata la “dittatura sanitaria”). Gli Italexit, dai più sfacciati mascalzoni ai più pensosi e presentabili, inclusi un discreto numero di compagni, erano accomunati da un certezza: riconquistiamo la sovranità nazionale, ovvero la sovranità popolare, ovvero ancora la sovranità democratica (vattelappesca cosa volessero dire realmente, sembravano suonare bene), e si schiuderanno davanti a noi sentieri di rinascita. Per la nazione e anche per la classe lavoratrice. Ma la precondizione assoluta era uscire dall’euro e dalla UE, come con coraggio, sostenuto da settori di classe operaia, ha fatto il Regno Unito della May (e poi di Johnson).

Dopo la Brexit, si gridava e argomentava, urge l’Italexit. E si comincerà a ragionare. Di più: a sognare.

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Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

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In Italia, in Europa (e nel mondo) cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Nel ventunesimo secolo e nei paesi di vecchia democrazia le elezioni decidono ben poco. Un peso ancora minore hanno le elezioni per un parlamento come quello europeo che non decide quasi nulla. L’Unione europea, infatti, è governata da tre istituzioni non elettive: Banca centrale europea, Commissione europea (quella presieduta oggi da Juncker) e Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo). Tuttavia anche le elezioni per il parlamento europeo rimangono un termometro che misura la temperatura del “corpo sociale”, delle diverse classi sociali, un test su cui riflettere.

Il responso delle ultime elezioni europee è, nell’insieme (che rimane comunque piuttosto variegato), chiaro: cresce il caos e cresce il nazionalismo di marca trumpista, in un contesto in cui una metà del “corpo elettorale”, composto in larga parte da lavoratori salariati e giovani, rimane indifferente, se non ostile, al carnevale delle schede – ma non trova in campo alcuna vera alternativa di classe a cui fare riferimento. Veniamo dopo all’astensionismo di massa. Ci occupiamo prima del caos e del nazionalismo montanti.

Cresce il caos

Il caos politico è già totale in Gran Bretagna, dove vince le elezioni un “partito” del tutto virtuale fondato appena 40 giorni prima delle elezioni dall’avventuriero Farage, protesi di Steve Bannon e amico dei grillini, mentre i due partiti storici (conservatori e laburisti) tracollano, e – a differenza di tre anni fa – le posizioni contro la Brexit sembra siano diventate maggioritarie. Continua a leggere Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

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Chediamo scusa a Sergio Endrigo per aver rubato un verso di una sua dolcissima canzone d’amore adattandolo a una storiaccia che è invece limacciosa, e ha per protagonisti dei brutti ceffi, britannici e non, specializzati nella diffusione dei veleni nazionalisti e sovranisti in particolare nelle fila dei lavoratori. Avendo nutrito una passione politica simile alla nostra, egli sapeva bene che le parole e i concetti non hanno proprietari. Ci comprenderà. Anche perché lo facciamo per festeggiare la fine dell’ebbrezza nazionalista-sovranista diffusasi stoltamente anche a sinistra per l’esito del referendum britannico di un anno fa, che immaginiamo anch’egli avrebbe festeggiato con noi, avendo in odio il nazionalismo.

È bastato un anno, un solo anno, è incredibile la velocità che stanno prendendo le cose, perché la sbornia della Brexit, specie tra i proletari e i giovani precarizzati (i nostri riferimenti sociali), lasciasse il passo a un primo ritorno alla realtà. I promotori della Brexit, l’ultra-nazionalista Ukip e i conservatori intorno a Boris Johnson, avevano promesso sfracelli. Il solo annuncio della Brexit avrebbe fatto volare economia e finanza e risollevato le sorti degli autoctoni più poveri iniziando a “ripulire” l’isola dagli immigrati, la fonte di tutti i mali sociali. La May pensò bene di cavalcare la vittoria di questa colossale truffa, spingendosi a proporre la rifondazione del partito conservatore della Thatcher, ferocemente anti-operaio, come “partito dei lavoratori della Gran Bretagna”, e ad indire le elezioni anticipate pregustando uno scontato trionfo, portata addirittura a spalle dai british workers a Downing Street.

Un anno dopo si registra quanto segue. Continua a leggere Brexit: la festa appena cominciata è già finita …