Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

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In Italia, in Europa (e nel mondo) cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Nel ventunesimo secolo e nei paesi di vecchia democrazia le elezioni decidono ben poco. Un peso ancora minore hanno le elezioni per un parlamento come quello europeo che non decide quasi nulla. L’Unione europea, infatti, è governata da tre istituzioni non elettive: Banca centrale europea, Commissione europea (quella presieduta oggi da Juncker) e Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo). Tuttavia anche le elezioni per il parlamento europeo rimangono un termometro che misura la temperatura del “corpo sociale”, delle diverse classi sociali, un test su cui riflettere.

Il responso delle ultime elezioni europee è, nell’insieme (che rimane comunque piuttosto variegato), chiaro: cresce il caos e cresce il nazionalismo di marca trumpista, in un contesto in cui una metà del “corpo elettorale”, composto in larga parte da lavoratori salariati e giovani, rimane indifferente, se non ostile, al carnevale delle schede – ma non trova in campo alcuna vera alternativa di classe a cui fare riferimento. Veniamo dopo all’astensionismo di massa. Ci occupiamo prima del caos e del nazionalismo montanti.

Cresce il caos

Il caos politico è già totale in Gran Bretagna, dove vince le elezioni un “partito” del tutto virtuale fondato appena 40 giorni prima delle elezioni dall’avventuriero Farage, protesi di Steve Bannon e amico dei grillini, mentre i due partiti storici (conservatori e laburisti) tracollano, e – a differenza di tre anni fa – le posizioni contro la Brexit sembra siano diventate maggioritarie. Continua a leggere Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

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Chediamo scusa a Sergio Endrigo per aver rubato un verso di una sua dolcissima canzone d’amore adattandolo a una storiaccia che è invece limacciosa, e ha per protagonisti dei brutti ceffi, britannici e non, specializzati nella diffusione dei veleni nazionalisti e sovranisti in particolare nelle fila dei lavoratori. Avendo nutrito una passione politica simile alla nostra, egli sapeva bene che le parole e i concetti non hanno proprietari. Ci comprenderà. Anche perché lo facciamo per festeggiare la fine dell’ebbrezza nazionalista-sovranista diffusasi stoltamente anche a sinistra per l’esito del referendum britannico di un anno fa, che immaginiamo anch’egli avrebbe festeggiato con noi, avendo in odio il nazionalismo.

È bastato un anno, un solo anno, è incredibile la velocità che stanno prendendo le cose, perché la sbornia della Brexit, specie tra i proletari e i giovani precarizzati (i nostri riferimenti sociali), lasciasse il passo a un primo ritorno alla realtà. I promotori della Brexit, l’ultra-nazionalista Ukip e i conservatori intorno a Boris Johnson, avevano promesso sfracelli. Il solo annuncio della Brexit avrebbe fatto volare economia e finanza e risollevato le sorti degli autoctoni più poveri iniziando a “ripulire” l’isola dagli immigrati, la fonte di tutti i mali sociali. La May pensò bene di cavalcare la vittoria di questa colossale truffa, spingendosi a proporre la rifondazione del partito conservatore della Thatcher, ferocemente anti-operaio, come “partito dei lavoratori della Gran Bretagna”, e ad indire le elezioni anticipate pregustando uno scontato trionfo, portata addirittura a spalle dai british workers a Downing Street.

Un anno dopo si registra quanto segue. Continua a leggere Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

Dopo il referendum

Referendum.
C’è qualcosa di interessante per noi …
Purché si ritorni alla lotta.

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Commentando la Brexit, lo storico britannico Niall Ferguson ha avuto, un paio di mesi fa, una frase felice: “Questo è l’anno orribile delle élite globali”, perché è l’anno che ha messo in luce il crescente distacco tra la ‘gente comune’, ovvero i lavoratori, e le élite capitaliste globali (occidentali). Anzi: la crescente sfiducia di massa nei confronti di queste élite.

La cosa si è puntualmente ripetuta in Italia nel referendum sulle modifiche alla Costituzione del 4 dicembre. Da una parte c’erano, a sostegno della riforma di Renzi&C., Confindustria, Bankitalia, le grandi banche, le borse, le agenzie di rating internazionali, Obama, la Merkel, la Commissione europea, pressoché tutte le televisioni e i giornali a maggiore diffusione. Dall’altra circa 20 milioni di No, nonostante una campagna contraria martellante e ricattatoria, con un’affluenza al voto molto alta, inattesa, per un referendum squisitamente politico. Interessante.

La composizione sociale del No e del Sì
Ancora più interessante è, per noi, l’analisi del voto per classi e posizioni sociali; una analisi che è sostanzialmente univoca. “Il Sole 24 ore” sintetizza così i dati: “a dire no sono stati giovani, disoccupati e meno abbienti”. E questo, aggiunge, riflette nei numeri “tutta la protesta per una crisi economica che non accenna ad esaurirsi”. Nel dettaglio il No ha prevalso sopra la media, fino a oltre il 70%, nelle province con più giovani, con più disoccupati, con un imponibile medio al di sotto dei 14.000 euro. YouTrend ha calcolato che il No è al 65,8% nei 100 comuni con più alta disoccupazione, mentre il Sì vince con il 59% nei 100 comuni con più bassa disoccupazione.

Su “Internazionale” R. Carlini, commentando una ricerca dell’Istituto Cattaneo (vicino al Pd), nota che a Roma le circoscrizioni del centro e dei Parioli, “il baluardo alto-borghese del Pd”, in cui ha prevalso il Sì, sono letteralmente “assediate” dalle sconfinate periferie e dalle zone declinanti, dai quartieri dell’ex-ceto medio, dove ha invece vinto il No. A Milano e a Bologna è accaduta la stessa cosa. Per Renzi, reduce dalla regalìa di 500 euro ai 18enni, il dato più bruciante è che “ovunque i più colpiti dalla inoccupazione o dalla sottoccupazione, ossia i giovani, hanno votato in massa per il no”. In che percentuale? Dal 69 fino all’81%, sembra. In ogni caso molto sopra la media.

“Libero” è più esplicito e lucido: “Stanno tornando le vecchie questioni politiche, le rivendicazioni salariali, le rivendicazioni politiche. Torna la vecchia classe sociale perché l’ascensore sociale che aveva generato crescita e benessere si è bloccato. (…) Dalla Brexit al No, tutto passa dal lavoro. Tutto passa dall’economia reale. Tutto passa dal popolo, che ha sovranità (…). Il popolo è stato messo ai margini dalla politica perché era ed è faticoso ascoltarlo”. Lasciando perdere la barzelletta della ‘sovranità del popolo’, che tuttavia non è quell’ammasso di pecoroni che certi ultra-intelligenti intellettuali (foucaultiani e non) credono, traducendo il termine ‘popolo’ con la massa dei lavoratori, ritorna qui la constatazione di Ferguson: la politica dei partiti e dei governi borghesi, delle élite del potere economico e politico, si è andata sempre più staccando da questa massa, non l’ha ‘ascoltata’, diciamo meglio: negli ultimi tre-quattro decenni, l’ha sempre più calpestata. E non per protervia o distrazione, come sembrerebbe dai rimbrotti che ora riceve dallo stuolo dei suoi baciapiedi. È stata costretta a farlo dalle ferree necessità della accumulazione del capitale in tempi di bassa crescita (in Occidente) e di ricorrenti, piccole e grandi, o grandissime, crisi. Ricordarsi del ‘popolo’ e ‘ascoltarlo’ in congiunture come questa è impossibile, a meno che non sia esso stesso ad afferrare per il collo le élite e fargli sentire la propria forza. Continua a leggere Dopo il referendum

Né Brexit, né Remain

 

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Opposizione intransigente ai promotori dell’una e dell’altra truffa!
Diversi compagni e compagne ci hanno chiesto: nel referendum in Gran Bretagna avreste appoggiato la Brexit oppure il Remain? Abbiamo risposto implicitamente a questa domanda due anni fa nel n. 2 del “Cuneo rosso” in un articolo che si può leggere qui: Uscire dall’euro (def.) Lo facciamo ora in maniera esplicita, molto in breve.

La campagna referendaria in Gran Bretagna è stata su entrambi i fronti, Brexit e Remain, voluta e saldamente diretta dalle destre, in difesa, su entrambi i fronti, di evidenti, anche se parzialmente contraddittori, interessi capitalisti e imperialisti. I promotori del Brexit puntavano e puntano ad un recupero di ‘sovranità’ e di libertà di manovra (specie in Asia e nel mondo arabo) di una Gran Bretagna dalla rinnovata potenza imperiale. I promotori del Remain sostengono, invece, che gli interessi finanziari, diplomatici e militari del capitalismo britannico, il suo ruolo di primo piano nel mondo, si possono meglio promuovere all’interno della UE, tenendo dentro di essa la posizione defilata e ricattatoria assunta fin dall’inizio. Non a caso i capofila dell’uno e dell’altro schieramento sono boss del partito conservatore, o fuoriusciti (a destra) dei conservatori, quali l’amico di Grillo e dei 5S Farage.

Ecco perché bisognava, e bisogna, attaccare come anti-proletarie l’una e l’altra ‘soluzione’, rivolgendosi ai lavoratori abbagliati dalle une e dalle altre sirene, tutte e due ingannevoli e funeste, affinché aprissero gli occhi, e non si lasciassero portare allo sbando e al macello né dall’abbinata Cameron/UE, né da quella non certo preferibile Farage/Johnson [o Michael Gose, o Theresa May ecc.]. Continua a leggere Né Brexit, né Remain