Le alternative esplosive al gas russo

Lo scontro fra paesi europei sulle sanzioni è legato al loro grado di dipendenza dai rifornimenti russi di combustibili fossili. In Italia è molto alto e pone problemi economici e politici non indifferenti, che si traducono in prese di posizione e iniziative in cui si intrecciano propaganda e pragmatismo. Certi che qualsiasi esito lo pagheremo noi lavoratori, questa non è partita da lasciare agli “esperti”.

Questo articolo, che riprendiamo dal blog Combat-Coc.org, documenta i tentativi che governo e stato italiano, d’intesa con l’ENI, stanno compiendo in più direzioni per affrancare l’economia e la società italiana dalla dipendenza energetica dalla Russia. Questi tentativi fanno parte della mobilitazione di guerra della NATO e dell’Unione europea contro la Russia, e – a loro volta – contengono in sé le premesse di nuove contese belliche nell’Africa del Nord araba e nell’Africa nera sub-sahariana, con l’imperialismo italiano e gli altri imperialismi europei pronti a tornare in forze sui luoghi dei passati delitti coloniali. Anzi: cosa diciamo? Pronti ad intensificare i maneggi, le manomissioni, le corruzioni, la semina di contese inter-etniche e inter-statali già in corso, utili a rilanciare una nuova forsennata rapina coloniale: Algeria, Libia, Azerbaijan, Angola, Congo, Mozambico, etc., vi dicono nulla questi nomi? Di qui il contenuto “esplosivo” di una tale ricerca che, naturalmente, non è solo italiana, ma anche tedesca, britannica, francese, etc., in una lotta a coltello tra i “fratelli coltelli” europei, e tutti gli altri. Ecco perché, come si afferma nelle conclusioni, non si tratta di “questioni geopolitiche da lasciare agli esperti. Sono questioni che sconvolgeranno la vita quotidiana dei lavoratori europei, africani, medio orientali e altri. E occorre occuparsene per tempo. La guerra in Ucraina è già una guerra mondiale per le sue conseguenze a lunga scadenza.Altro che “fuori l’Italia dalla guerra”, come si sente dire da chi spera che il “nostro paese” (nostro? Tolto il debito di stato, cosa c’è di nostro in Italia??) si tenga alla larga dalla guerra. Sveglia, gente! Non solo l’Italia è già in guerra contro la Russia (e contro gli interessi dei lavoratori ucraini), è anche alacremente all’opera per l’allargamento e il prolungamento della guerra, e per nuove guerre coloniali, implicite in questa affannosa ricerca di nuove fonti di energia. (Red.)

La dipendenza energetica italiana dall’estero

Valutare quanto alta è questa dipendenza è complesso, perché non c’è una fonte univoca dei dati. In particolare l’energia da fonti rinnovabili è valutata con cifre estremamente variabili, pur essendo noto che dal 2018 ad oggi il suo contributo è notevolmente calato e che la spinta prevista da parte del PNRR è oggi in discussione.

Il sito Italy for climate calcola che un quarto di tutti i consumi energetici dell’Italia, facendo la somma di gas, petrolio e carbone, sarebbe coperto dall’importazione dalla Russia (il condizionale, come spiegato all’inizio, è d’obbligo).

Il fabbisogno energetico italiano (sommando produzione di elettricità, consumi industriali e civili) sarebbe stato garantito nel 2021 per il 38% dal gas, per il 35% dal petrolio, per il 10% dal carbone. Il resto da energia elettrica già prodotta e importata (da Svizzera, Francia, Slovenia e Austria) o da energia da fonti rinnovabili (dati che variano in modo molto forte di anno in anno).

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Chi ha paura della rivolta in Kazakistan? (Combat COC)

[Fonte: Combat COC.org, 7 gennaio 2022]

Mentre i carri armati russi marciano nelle città kazake, per schiacciare la rivolta in corso, a Washington come a Mosca, a Pechino come a Roma i custodi delle banche e delle borse sono in ansia.

Preoccupati per la sorte di centinaia di lavoratori esposti alla feroce repressione? Ansiosi di difendere i diritti umani?

Certo che no. Sono preoccupati per i listini del petrolio, per il prezzo del grano, per i loro affari miliardari in Kazakistan, che possono andare a buon fine solo grazie allo sfruttamento sistematico della forza lavoro kazaka (nota 1).

Con ipocrita stupore si scrive sui giornali e si dice nei telegiornali che è una rivolta inaspettata, che il paese è sempre stato pacifico. Un malcelato rimprovero al governo di turno di non aver saputo garantire l’ordine con il consueto pugno di ferro.

Il Kazakistan è in paese di 18 milioni di abitanti, con un PIL pro capite di 26.000 dollari (al 54 esimo posto sui 174 paesi censiti dall’FMI nel 2020), come il Cile e la Turchia, il doppio del Sudafrica e del Perù.

Un paese dove tutti potrebbero “vivere come a Dubai” dice un operaio. Peccato che i salari migliori siano di circa 500 € mensili, mentre la maggior parte dei lavoratori percepiscono da 100 a 150 € al mese. Il 18% degli occupati lavora ancora in agricoltura con redditi anche più bassi e molte comunità, in particolare quelle dedite alla pastorizia, sono minacciate dal land grabbing, cioè l’acquisto massiccio di terre “comuni” da parte delle multinazionali dell’agroalimentare e del legno.

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