25 novembre: si accendono per un giorno i riflettori sul femminicidio – Comitato 23 settembre

25 Novembre. Si accendono per un giorno i riflettori sul femminicidio.

Si danno numeri e dati. Diminuiscono gli omicidi, cresce il numero delle donne uccise, per lo più da mariti e compagni, donne uccise da uomini. Molta attenzione viene data anche alla “rieducazione” degli uomini maltrattanti. Tutto si riduce alla contrapposizione all’interno della famiglia e della coppia.

Si tace o si trascurano le mille violenze quotidiane che colpiscono le donne e le bambine nei paesi occidentali e in tutto il resto del pianeta. Esse sono il terreno di coltura che produce gli atti estremi, di cui si occupa la cronaca, insistendo spesso sugli aspetti più truci. Ma è violenza una educazione sbagliata, compressa sugli stereotipi e sulle aspettative caricate sulle bambine. Sui modelli che fin da piccole devono imitare. Sulle tensioni familiari cui devono assistere, che sfociano in comportamenti aggressivi, e spesso silenziose sottomissioni. Si impara così come essere madri e mogli.

Le difficoltà e le frustrazioni, la precarietà e la competizione dei maschi si scarica in richieste di “risarcimento” materiale e affettivo sulle donne che vivono con loro. C’è sempre qualcosa che potrebbero fare, e non fanno. C’è sempre un servizio in più che dovrebbero rendere, e poi un altro e un altro ancora.

Una somma di infelicità, che sfocia spesso in maltrattamenti e vessazioni. E in reazioni estreme davanti al tentativo di sottrarsi.

Periodicamente si passano in rassegna le violenze subite dalle donne nei paesi “arretrati”, (possibilmente islamici), che secoli di colonialismo non hanno contribuito ad eliminare, anzi! Giusto per lanciare il messaggio: “voi che volete, qui in occidente? Siete fortunate al confronto…”.

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La lotta delle donne africane contro il saccheggio neo-coloniale dei loro territori è la nostra lotta – Comitato 23 settembre

Potrebbe essere un'immagine raffigurante 5 persone e persone in piedi

A febbraio scorso, l’uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo divenne per la comunicazione mainstream l’occasione per beatificare la politica neocoloniale italiana in Africa tutta sorrisi e amore per i piccoli. Rispondemmo a questo battage con un compatto dossier di analisi e denuncia del nuovo assalto alle risorse naturali e alla popolazione lavoratrice del continente, in cui le imprese e lo stato italiano sono profondamente implicati. Riprendiamo quindi tanto più volentieri un articolo del Comitato 23 settembre che presenta la resistenza organizzata delle donne africane contro la spoliazione in particolare delle risorse minerari e le relative devastanti conseguenze umane ed ambientali. Per conoscere meglio questa realtà’, sul fronte sia della spoliazione neocoloniale che delle lotte, è una utile fonte di informazione il sito dell’associazione Wo/min; lo sono in particolare le analisi critiche ivi proposte.

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La lotta delle donne africane contro il saccheggio dei loro territori e’ la nostra lotta

L’impatto devastante dell’espansione delle società minerarie di mezzo mondo sulla vita delle donne africane è denunciato dall’associazione Wo/min.

L’indipendenza formale degli stati, conquistata con dure lotte, non ha posto fine alla aggressione colonialista e alla rapina dei tesori custoditi dalle terre africane, indispensabili al nuovo e vecchio sviluppo dell’economica capitalistica e alla sua incessante ricerca di profitti. Così anche stati nati dalla lotta di liberazione popolare, come il Mozambico, hanno ceduto alle pressioni internazionali e accettato di destinare metà del loro territorio allo sfruttamento delle società minerarie sudafricane, brasiliane, indiane, australiane, inglesi, dedite all’estrazione di carbone, gas naturale, gemme e minerali vari.

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Vittime del profitto. Luana D’Orazio, le altre e gli altri – Comitato 23 Settembre

Pubblichiamo di seguito un testo comparso sulla pagina Facebook del Comitato 23 settembre, nel quale – a partire dal tristemente celebre caso di Luana d’Orazio e da una descrizione del comparto tessile pratese – si richiama la disastrosa condizione della sicurezza sui posti di lavoro – un vero e proprio “bollettino di guerra”. Alla denuncia della gravità di questo stato di fatto (denuncia che va di pari passo con quella della campagna di distrazione di massa di natura morbosa e voyeuristica messa in atto dai mass media proprio intorno alla morte sul lavoro di Luana d’Orazio) segue la necessaria conseguenza: la lotta per la difesa della salute e della sicurezza dei lavoratori non va assolutamente separata dalla lotta al sistema capitalistico.

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L’inferno di Prato

L’esperienza del Covid 19 ha posto al centro dell’attenzione il rapporto tra salute dei lavoratori e profitto dei padroni e del capitale, un rapporto che si manifesta in molti modi, ma che ha tra le sue costanti gli incidenti e le morti sul lavoro che si susseguono con cadenza implacabile. Ad esse si riservano poche righe delle cronache locali, o al massimo uno o due giorni di interesse, come è successo per Luana d’Orazio.

Questa contraddizione di enorme portata richiede una consapevolezza e una mobilitazione che vada ben al di là dell’indignazione o dell’emozione momentanea e passeggera. Richiede una battaglia, che sarà al centro della manifestazione del 19 Giugno a Roma assieme alla lotta contro i licenziamenti alla FedexTnt e alla denuncia della repressione.

Come comitato 23 settembre abbiamo pensato di affrontare la questione della sicurezza sul lavoro a partire dalla orribile morte di Luana D’Orazio che è avvenuta il 3 maggio scorso, poco più di un mese fa.

Chiediamoci innanzitutto perchè è morta questa lavoratrice e in quali condizioni lavorava. Era addetta ad un orditoio, un macchinario complesso e pericoloso formato da rulli di acciaio in veloce movimento, nel quale vengono avvolti i fili dell’ordito del tessuto da realizzare. Luana era stata assunta con un contratto da apprendista, il che avrebbe richiesto la presenza di una persona al suo fianco che potesse guidarla e insegnarle tutti i passaggi del lavoro. Alcuni lavoratori del settore, con molta esperienza sulle spalle, hanno dichiarato, dopo la sua morte, che ci volevano anni per padroneggiare un macchinario di quel tipo, e una lunga formazione che a Luana non era stata concessa, visto che aveva fatto solo 4 ore di formazione prima di essere assegnata a questo incarico. Dalle indagini emerge poi che indubbiamente le regole di sicurezza meticolosamente previste per l’uso di questo macchinario non erano state rispettate, poiché se così fosse stato, sarebbe stato materialmente impossibile qualunque contatto fisico tra la lavoratrice e la macchina. L’azione di una apposita fotocellula avrebbe infatti abbassato una grata di divisione e avrebbe bloccato il movimento dei rulli dell’orditoio. Dai rapporti su altri incidenti simili, anche se non mortali, avvenuti in precedenza, si vede come sia stato sufficiente un movimento troppo ravvicinato ai fili per essere risucchiati e perdere una mano o subire altre gravissime lesioni. Quindi nessuna “tragica fatalità” in quanto è accaduto, tutto ampiamente prevedibile, se non si vuole essere ciechi di fronte alla realtà.

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Il 1° Maggio delle donne: contro oppressione, razzismo e sfruttamento (Comitato 23 settembre)

Milano, 1° maggio

Il 1° Maggio 2021 può e deve segnare un momento di mobilitazione sociale e di classe contro la violenza distruttrice del sistema in cui viviamo. La pandemia è solo l’ultimo degli esempi di questa violenza che solo la nostra lotta organizzata e di massa potrà fermare.

Milioni di lavoratrici e lavoratori ne sono colpiti in tutto il mondo, perché è stata affrontata da stati e governi con l’unico obiettivo di salvaguardare i profitti, continuare la rapina delle ricchezze dei popoli del sud del mondo, sfruttare donne e uomini nei quattro angoli del pianeta.

Invece di andare alla radice dell’attuale catastrofe, le borghesie usano questa crisi per organizzare in modo più efficiente lo sfruttamento del lavoro.

Ne pagheranno le spese i lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici, precarie e costrette a scegliere tra lavoro e cura dei figli e dei membri deboli della famiglia. Mai come in questo momento si moltiplicano gli auto-licenziamenti, i contratti non vengono rinnovati e, con lo sblocco dei licenziamenti, le donne saranno le prime a essere buttate fuori. Per non parlare delle donne che per portare a casa qualche euro erano costrette a lavorare in nero, e rimangono ora senza mezzi di sussistenza.

Non possiamo accettare di essere costrette alla povertà, alla dipendenza dal marito, a correre il rischio della violenza domestica, condizioni che con la pandemia non potranno che aggravarsi. Non ci rassegneremo alla polverizzazione e all’isolamento, continueremo a lottare nonostante le intimidazioni e la crescente repressione delle lotte, per difendere i nostri diritti!

Lottiamo per il lavoro e il salario garantito e per i servizi legati alla riproduzione sociale!

Le donne hanno pagato sulla loro pelle le conseguenze della cattiva gestione della pandemia, perché sono a maggiore rischio di contagio essendo lavoratrici addette alla cura e della scuola, per la mancanza di consultori e presìdi della loro salute riproduttiva, che le ha costrette a gravidanze indesiderate, o a rinunciare alla maternità per mancanza di cure e controlli necessari. Ciò si somma all’attacco repressivo e reazionario in atto contro il diritto di aborto e l’uso della pillola Ru486 nelle regioni amministrate da Lega e Fdi e sostenute dalle associazioni “pro vita”. La salute delle donne rischia di essere compromessa anche per la mancata possibilità di fare le terapie necessarie alle malattie croniche e controlli preventivi per i tumori più diffusi, per lo stress e l’affaticamento che ha messo a rischio o aggravato il loro disagio psichico e la loro salute mentale. Questo perché la vocazione instillata nelle donne, da quando vengono al mondo, è stata ed è quella di anteporre la cura degli altri alla cura di sé.

Noi rivendichiamo il diritto alla salute per tutte e tutti!

Prevenzione e medicina territoriale sono le vere armi contro il diffondersi della pandemia e contro lo strapotere delle grandi ditte farmaceutiche che producono farmaci e vaccini solo se il loro profitto è garantito. E al servizio di questi profitti si piegano i governi e le azioni degli stati. Questi sono i nostri nemici, che dobbiamo combattere!

Niente ci possiamo aspettare, come donne, dalla valanga di miliardi in arrivo, destinati a sostenere ceti sociali e settori di imprese (il digitale, il verde) da cui siamo per lo più escluse.

Quello che ci dobbiamo aspettare è un peggioramento della nostre condizioni generali di vita e un futuro del tutto incerto per chi verrà dopo di noi.

Con l’unità e la lotta possiamo costruire una barriera contro questo attacco globale, siamo milioni nel mondo, e il 1° Maggio, giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, ce lo ricorda!

L’unica scelta che abbiamo è quella di superare isolamento e divisioni e costruire un percorso di lotta dura, unitaria e convergente con tutti i movimenti espressione della nostra classe che si battono per farla finita con questo sistema sociale portatore di morte!

30 aprile 2021

Comitato 23 settembre

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1 May – Women against oppression, exploitation and racism – Comitato 23 settembre (english)

1 May 2021 can and must mark a moment of social and class mobilisation against the destructive violence of the system in which we live. The pandemic is just the latest example of this violence that only our organised and mass struggle can stop.

Millions of workers are affected all over the world, because it has been addressed by states and governments with the sole aim of safeguarding profits, continuing the robbery of the wealth of the peoples of the global south, exploiting women and men in the four corners of the planet.

Instead of going to the root of the current catastrophe, the bourgeoisies are using this crisis to organise the exploitation of labour more efficiently.

Workers will pay the price, but especially women workers, who are precarious and forced to choose between work and caring for children and weak family members. Never before have there been so many self-layoffs, contracts are not being renewed and, with the release of redundancies, women will be the first to be thrown out. Not to mention the women who, in order to bring home a few euros, were forced to work illegally, and are now left with no means of subsistence.

We cannot accept being forced into poverty, into dependence on their husbands, into running the risk of domestic violence, conditions that will only get worse with the pandemic. We will not resign ourselves to pulverisation and isolation, we will continue to fight despite intimidation and increasing repression of struggles, to defend our rights!

We will fight for guaranteed work and wages and for services related to social reproduction!

Women have paid the consequences of the mismanagement of the pandemic on their own skin, because they are at greater risk of contagion as care and school workers, because of the lack of counselling and reproductive health services, which has forced them into unwanted pregnancies, or to renounce motherhood due to the lack of necessary treatment and checks. This is in addition to the repressive and reactionary attack underway against the right to abortion and the use of the Ru486 pill in the regions administered by the Lega and Fdi and supported by ‘pro-life’ associations. Women’s health is also in danger of being compromised by the lack of opportunity to have the necessary treatment for chronic illnesses and preventive checks for the most common cancers, by stress and fatigue that has put at risk or aggravated their psychological distress and mental health. This is because the vocation instilled in women, from the moment they are born, has been and still is to put caring for others before caring for themselves.

We claim the right to health for everyone!

Prevention and territorial medicine are the real weapons against the spread of the pandemic and against the excessive power of the big pharmaceutical companies that produce drugs and vaccines only if their profit is guaranteed. And at the service of these profits, governments and the actions of states are bent. These are our enemies, whom we must fight!

As women, we can expect nothing from the large amounts of billions coming in, destined to support social classes and business sectors (digital, green) from which we are mostly excluded.

What we have to expect is a worsening of our general living conditions and a completely uncertain future for those who will come after us.

With unity and struggle we can build a barrier against this global attack, there are millions of us in the world, and 1 May, International Workers’ Day, reminds us of this!

The only choice we have is to overcome isolation and divisions and build a path of tough, united and convergent struggle with all the movements that are the expression of our class and are fighting to put an end to this social system that brings death!

Comitato 23 settembre

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