E qui, cosa aspettiamo a dare battaglia al padronato e al governo Renzi?

Lavoratori, lavoratrici,

mentre in Francia i lavoratori di tutte le categorie e la gioventù combattiva preparano lo sciopero generale per il 14 giugno, qui siamo fermi o, al massimo, andiamo avanti come le lumache.

Eppure Confindustria, Federmeccanica e Fincantieri ci hanno dichiarato guerra. Non vogliono aumentare i salari. Pretendono di allungare gli orari. Puntano ad aumentare produttività e profitti a spese dell’occupazione e della salute dei lavoratori. Non vogliono limiti agli appalti. Hanno già assicurata dal Jobs Act la libertà di licenziare – la banda di Bono l’ha usata per licenziare Giuseppe Muzio, 41 anni, magazziniere, da 11 in Fincantieri a Palermo, reduce da un infarto e assegnato a un turno di notte in cui si è sentito male… Hanno il sostegno incondizionato del governo Renzi e dello stato, per questo non si spostano dalle loro pretese, e minacciano di non fare i nuovi contratti.

Anche i burocrati-culi di pietra di CGIL-CISL-UIL e FIOM-FIM-UILM hanno capito che tira una brutta aria. Di mala voglia hanno deciso di bloccare gli straordinari nel comparto metalmeccanico e indire qualche ora di sciopero. Ma il tutto fatto senza molta convinzione, male organizzato, senza trasmettere ai lavoratori nessuna intenzione di dare realmente battaglia. Però con scioperi annunciati con settimane o mesi di anticipo, che non mordono gli interessi e l’organizzazione aziendali, invece di accumulare forze, si consumano forze.

Per piegare l’aggressività dei padroni e del governo serve ben altro! Continua a leggere E qui, cosa aspettiamo a dare battaglia al padronato e al governo Renzi?

Contratto dei metalmeccanici: tutto fermo, salvo i padroni e la repressione anti-operaia.

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[fonte immagine: http://www.lettera43.it/economia/aziende/45078/alcoa-passera-pessimista.htm]

A che punto è la vertenza sul contratto dei metalmeccanici? Ad un punto morto, per ora. Perché la Federmeccanica ha messo sul tavolo condizioni pesantissime, e dichiarato apertamente che non ha alcuna fretta di concludere un nuovo contratto. O il contratto si fa alle loro condizioni, o i padroni della metalmeccanica ne faranno volentieri a meno, facendo valere i rapporti di forza che gli sono, al momento, favorevoli anche per l’appoggio incondizionato che gli assicura il governo Renzi.

Le condizioni padronali sono note, perciò le richiamiamo in breve: 1) svuotamento pressoché totale del contratto nazionale, che da ora in poi servirà solo a definire un ‘quadro’ di principi, comunque tutti derogabili a livello aziendale, e i minimi salariali; 2) niente aumenti salariali per il 2016, e dal 2017 in avanti aumenti salariali subordinati agli incrementi di produttività, alla redditività delle imprese, al tasso di inflazione, alla accettazione delle ‘flessibilità’, e riservati solo a una parte dei lavoratori; 3) fine di ogni forma di automatismo, e cancellazione degli scatti di anzianità; 4) totale flessibilità nell’impiego della forza-lavoro in fatto di orari e straordinari; 5) integrale subordinazione dei PAR (permessi retribuiti) alla ‘prestazione effettiva’ e possibilità di monetizzarli; 6) nessun ruolo delle RSU in materia di ‘flessibilità’ e applicazione del Job’s Act; 7) massimo sviluppo del cosiddetto ‘welfare aziendale’. Con questa loro contro-piattaforma d’attacco i padroni puntano a ridurre salari e diritti, e mirano al contempo alla aziendalizzazione e ‘fidelizzazione’ integrale dei propri dipendenti e delle loro famiglie sul modello statunitense e giapponese. È altrettanto chiara la valenza politica di tutto ciò: approfondire la concorrenza e le divisioni nella classe lavoratrice, ostacolare il più possibile la sua ricomposizione unitaria in un comparto-chiave di essa, i metalmeccanici. Continua a leggere Contratto dei metalmeccanici: tutto fermo, salvo i padroni e la repressione anti-operaia.

Coordinamento nazionale di lotta tra i lavoratori metalmeccanici

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Cari compagni,

quello che segue è un documento frutto della prima assemblea nazionale dei metalmeccanici svoltasi presso la sede nazionale del SI Cobas lo scorso 4 ottobre.

Tra l’altro si è con questa assemblea deciso di redigere una proposta di piattaforma unitaria per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici, sulla cui base sviluppare iniziative e costruire relazioni stabili tra tutti quei settori operai che intendono opporsi agli indirizzi di FIM-UILM-UGL e dello stesso gruppo dirigente FIOM.

Trovate qui seguito questo documento. In questo blog trovate anche un testo di agitazione che riassume quello distribuito alla Fincantieri di Marghera il 10 novembre.

Sulla base del documento uscito dall’assemblea del 4 ottobre vi proponiamo inoltre di costruire assieme una giornata nazionale di confronto sul rinnovo del CCNL e sul tema dei licenziamenti politici per il prossimo 5 dicembre (il luogo è ancora da definire).
SPAZIO
Chiunque intenda aderire all’appello e/o al volantino può farlo sia a titolo collettivo (sindacato, area sindacale, comitato, ecc.) che individuale (specificando il luogo di lavoro ed eventualmente la struttura sindacale/comitato d’appartenenza), inviando una e-mail al nostro Comitato (comitatosostegno@gmail.com) e all’indirizzo del compagno del SI-Cobas nazionale, Peppe D’Alesio.
SPAZIO
Buona lettura e cari saluti a tutti voi
Comitato di sostegno ai lavoratori della Fincantieri

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Contratto nazionale: all’arroganza dei padroni rispondiamo con la lotta e l’affermazione dei bisogni dei lavoratori!

Lavoratori, lavoratrici,

Federmeccanica ha scoperto le sue carte: ci vuole togliere salario (75 euro mensili da restituire), aumentare l’orario, imporre la massima produttività, impedire di organizzarci e difenderci sui luoghi di lavoro. E ricatta: o si fa il contratto che vogliamo noi, o niente contratto.

È una dichiarazione di guerra. I padroni si sentono forti per l’appoggio totale del governo Renzi e la complicità dei burocrati sindacali. Fim e Uilm, si sa, sono da tempo disposti ad accettare tutto. Ma anche la Fiom sostiene che il contratto deve rafforzare “la capacità competitiva delle imprese”, ed è pronta a cedere sulla flessibilità degli orari, a subordinare gli aumenti salariali ai profitti delle aziende, a subìre la limitazione del diritto di sciopero e di organizzazione sindacale, etc.

Ancora una volta, è la politica dei ‘sacrifici necessari’ per ‘salvare l’economia nazionale’. Ma negli ultimi venti-trent’anni, accettando di fare sacrifici, che risultato abbiamo raggiunto? Sono aumentati solo sfruttamento, disoccupazione, precarietà, arroganza padronale.

È venuto il momento di dire basta e affermare con la lotta le nostre necessità:
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