Contro l’offensiva reazionaria: fronte di lotta anticapitalista!

  • SABATO 7 LUGLIO ORE MANIFESTAZIONE A MILANO, CONCENTRAMENTO PIAZZALE LORETO ORE 17,00
  • DOMENICA 8 LUGLIO ASSEMBLEA NAZIONALE, SEDE SI COBAS VIA AURELIO SAFFI, ORE 10,30

36603199_10212055636682293_5177603261674291200_n

Decenni di macelleria sociale, di attacco ai salari e di smantellamento di ogni forma di tutela sociale dentro e fuori i luoghi di lavoro hanno prodotto il collasso elettorale del PD, della sinistra di Stato e di tutti coloro che si sono resi complici di una stagione di austerity ordinata dai padroni per uscire dalla loro crisi generale, e pagata sulla pelle e col sangue di milioni di proletari.

Guerre, licenziamenti, precarietà, morti sul lavoro, tagli drastici alla spesa sociale, misure antisindacali, attacco al diritto alla casa, militarizzazione dei territori, dei confini e delle coste: utilizzo degli immigrati come manodopera supersfruttata messa alla mercè di padroni schiavisti in nome di una retorica ipocrita dell'”accoglienza” dietro cui si cela il business delle braccia ad opera di Onlus e sistema delle Cooperative; devastazioni ambientali, arresti e repressione nei confronti di chiunque si oppone a tutto ciò con gli scioperi e la lotta: questo il cumulo di macerie lasciato in eredità dai padroni e dai governi della “seconda Repubblica”.

Su queste rovine la destra di Salvini e il qualunquismo dei 5 Stelle hanno costruito la loro fortuna, speculando sulla disperazione e sulla paura di milioni di operai e disoccupati e indirizzando il malessere sociale verso la barbarie del razzismo e della guerra tra poveri.
Non sappiamo quanto durerà la “luna di miele” tra il governo Conte e i milioni di disperati e “disillusi” che ad esso si sono affidati; sappiamo però con certezza che chi soffia sul fuoco delle divisioni su base etnica e sull’odio xenofobo non potrà mai offrire nulla di buono ai lavoratori. Continua a leggere Contro l’offensiva reazionaria: fronte di lotta anticapitalista!

Le elezioni del 4 marzo. Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni

In un contesto internazionale, europeo e medio-orientale carico di tensioni e di incognite, effetto di una grande crisi irrisolta, l’Italia va verso l’ennesima giostra elettorale. Il “popolo sovrano” è stato convocato alle urne: ha facoltà di scegliere tra la bellezza di 75 simboli. Le elezioni democratiche non hanno mai detto bene ai lavoratori anche quando, rarissimamente, i loro partiti le hanno vinte, o non le hanno perse. Restano, tuttavia, un indicatore degli umori e degli orientamenti dei diversi strati e classi sociali, e della capacità delle forze politiche di determinarli, indirizzarli, interpretarli. Perciò è il caso di chiedersi se in vista del 4 marzo c’è qualcosa di nuovo sotto il sole. Dal nostro osservatorio tre sembrano le cose interessanti, anche se non sono nuove, o del tutto nuove. Una sola sarebbe sorprendente davvero, ma è al semplice stato di ipotesi …

Un forte astensionismo

La prima è un forte astensionismo, destinato forse a allargarsi. I sondaggi lo danno oltre il 30%, con punte del 45% (almeno) tra i 18-24enni. Non è però un semplice fatto generazionale. La tendenza a non votare è particolarmente accentuata tra gli operai (vedi l’inchiesta di Griseri a Mirafiori) e negli strati sociali più precari ed emarginati, come accade da decenni negli Stati Uniti e in tempi recenti in molti paesi europei. In un’intervista al quotidiano on line Popoff (8 novembre 2017), un operaio della Marcegaglia di Milano ha descritto in modo lucido come stanno le cose tra gli operai di fabbrica:

«C’è un abisso enorme tra la percezione dei lavoratori e delle lavoratrici e la politica in generale. Intanto spesso identificano la sinistra, o addirittura il comunismo, nel Partito democratico, ma fondamentalmente covano una rabbia che non riesce a trovare sbocco e prospettiva in nessuna proposta in campo. Molta di questa rabbia nell’urna trova sbocco nel ‘voto di protesta’ al movimento di Grillo, altrettanto spesso la croce finisce per supportare la xenofobia leghista o peggio. Almeno il 50% non vota più perché non crede più a nessuno. A causa delle politiche sindacali degli ultimi anni, della frammentazione profonda dei sindacati di base, è diventata una rarità tra gli operai la consapevolezza della lotta quale strumento di emancipazione sociale, e nonostante ciò sono decine, centinaia e forse migliaia le vertenze che scoppiano in aziende di tutta Italia. Vertenze che non hanno né eco né rappresentanza né organizzazione. Tutto questo produce rabbia e senso di frustrazione che spinge verso una radicalità che la cosiddetta “sinistra” né paventa né organizza, ma anzi spesso rifugge [trattandosi di un compagno di Rifondazione, sa quello che dice – n.n.]. È in questo modo che il razzismo e il fascismo riattecchiscono nel tessuto proletario del nostro paeseContinua a leggere Le elezioni del 4 marzo. Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni

Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

In Tunisia il 2018 si è aperto con una nuova ondata di proteste che ha coinvolto almeno 20 città, compresa Sidi Bouzid, la città da cui a fine dicembre 2010 partirono le mobilitazioni di massa che diedero il “la” all’intifada araba del 2011-2012. Sono tornati in piazza migliaia di lavoratori, studenti, disoccupati, attivisti politici e sindacali. In molte città ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, e sono state assaltate anche banche e stazioni della polizia. La risposta del governo non si è fatta attendere: tra il 9 e il 12 gennaio sono stati arrestati più di 1.000 manifestanti in tutto il paese. L’acme della repressione è stato a Tebourba, città dell’entroterra a 30 km da Tunisi, dove nel corso di una manifestazione la polizia ha ucciso Khomsi el-Yerfeni.

I motivi immediati che hanno riempito ancora una volta le piazze tunisine sono la disoccupazione dilagante, la crescita del costo della vita e, in particolare, gli aumenti della tassazione su carburanti, tessere telefoniche, internet, frutta e verdura imposti con la nuova legge di bilancio entrata in vigore il 1° gennaio. Misure adottate per sanare il debito con il Fondo monetario internazionale – che nel 2016 ha concesso a Tunisi un prestito di 2,9 miliardi di dollari – e con l’Unione Europea, che hanno imposto la diminuzione graduale del debito pubblico al 50% del PIL attraverso la riduzione delle spese pubbliche, degli impiegati statali, dei sussidi per l’energia, oltre alla ristrutturazione delle banche pubbliche a favore dell’intermediazione finanziaria privata e all’introduzione di una serie di misure a favore delle imprese. Insomma, una ricetta che differisce poco o nulla dai “piani di aggiustamento strutturale” che l’Occidente imponeva ai tempi di Ben Ali! E che si guarda bene dal toccare il pagamento degli interessi sui prestiti del FMI e dell’Unione Europea, che equivalgono al 18% del bilancio statale! A proposito di usura imperialista sui paesi dipendenti… Continua a leggere Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

U.S.A. Detassazione del capitale, oppressione mondiale del lavoro

L’articolo di Hart-Landsberg che pubblichiamo qui sotto mostra che negli Stati Uniti i repubblicani stanno per lanciare un profondo taglio delle tasse in favore del grande capitale e con conseguenze drammatiche per i lavoratori.

Forti sconti fiscali per agenzie immobiliari, grandi studi legali e fondi di investimento, e una drastica riduzione delle tasse anche per corporations e multinazionali, che non dovranno più contribuire al fisco per i profitti macinati all’estero. Questi i punti chiave della riforma già approvata nella sostanza dal partito repubblicano alla Camera e al Senato.

Risultati. Primo, una potente spinta ai profitti. Secondo, un altrettanto forte impennata, per 1,5 miliardi di dollari, del già mostruoso debito pubblico statunitense. Terzo, per pagare il debito pubblico in espansione ed i relativi interessi verrà sferrato un violentissimo attacco ai servizi sociali con pesanti conseguenze sulla vita delle masse, e in particolare delle comunità degli afro-americani e degli immigrati. Le ingenti risorse che verranno succhiate allo stato sociale per sanare il debito verranno di fatto sottratte al salario indiretto dei lavoratori, dal momento che, con un sistema fiscale ormai così platealmente regressivo, sono i lavoratori a finanziare le varie forme di protezione sociale.

Insomma, più che mai la massimizzazione dei profitti si staglierà su un panorama di degradazione umana prodotto dalla rapina del salario indiretto dei lavoratori. Questa degradazione comporterà un ulteriore indebolimento della classe lavoratrice statunitense nel suo complesso, e quindi una vulnerabilità crescente davanti agli attacchi dello Stato e del capitale a stelle e strisce. Quanto sostengono i promotori della riforma fiscale, che grossi profitti equivalgono a lavoro e più alti salari, è dunque falso; è, come dimostra tra l’altro uno studio dello stesso dipartimento del Tesoro, una menzogna.

L’autore dell’articolo,Hart-Landsberg, lascia intendere che l’alta finanza e le grandi aziende, col chiedere a gran voce la riforma fiscale, tradiscano l’impegno preso solo pochi anni fa per la riduzione del debito di Stato. Si potrebbe pensare che questi “business leaders” stiano gettando la maschera rivelando la meschina avidità che in realtà li guida, a tutto svantaggio della più opportuna visione ‘di sistema’ che avrebbero tradito. Non è così. Questa riforma fiscale è voluta dal partito repubblicano tutto, non solo dall’esagerato Trump, e questo perché, come dice lo stesso CEO di J. P. Morgan Chase&Co., questa riforma ha a che fare col capitalismo in generale, it’s all about capitalism”; è il ‘sistema’ che la vuole, o meglio, la necessita, nel tentativo sempre più aggressivo di rilanciare l’accumulazione negli Stati Uniti. Detassare il capitale quindi, e far schizzare verso l’alto il debito pubblico – debito su cui speculerà più che mai la finanza, innescando nuovi, violenti attacchi allo stato sociale e al mondo del lavoro. Certo, ciò è destabilizzante, contraddittorio, e alimenterà in particolare delle bolle finanziare di dimensioni mostruose. Ma questo è il capitalismo: “it’s all about capitalism”.

In Italia sembra purtroppo essersi spenta ogni voce critica rispetto a quella devastante arma anti-sociale che è il meccanismo del debito pubblico – prodotto dalla detassazione del capitale, o direttamente dall’elusione ed evasione fiscale, occasione di ghiotti investimenti dello stesso capitale nella sua veste finanziaria e vero strumento di tortura contro i lavoratori, sulla cui schiena viene scaricato il deficit attribuendone loro, per giunta, la responsabilità. Quest’indifferenza verso l’arma del debito è pericolosa, in particolare, perché la riforma fiscale statunitense avrà una tale portata, darà un tale slancio al capitale yankee, che tutti, a cominciare dall’UE, dovranno adeguarsi per competere con analoghe misure spremi-lavoratori. Del resto si può già sentire un Pietro Ichino dire che è giusto che l’eta’ pensionabile in Italia sia la più alta d’Europa, perché anche il debito pubblico italiano è il più alto nell’Unione, laddove la causa di questo debito sarebbe il sistema pensionistico e sociale in genere: menzogne odiose.

E’ importante – lo sarà sempre più – essere consapevoli della folle logica del capitalismo, e quanto sta succedendo oltreoceano è un grave monito per l’immediato futuro.

dd

Tax Cuts: Its All About Capitalism, by Marty Hart-Landsberg

Powerful corporations and the rich in the United States continue their winning ways. By narrow margins, both the House of Representatives and Senate have agreed on a budget proposal that calls for an increase in the federal deficit of $1.5-trillion in order to fund a major reform of the U.S. tax system that will make the rich and powerful even more so.

Republicans in each house of Congress still need to work out the specifics of their desired tax reform and then negotiate any differences before they can send the budget to President Trump for his signature. But, there seems to be general consensus on the following business tax changes:

  • slash the top tax rate on pass-through business income from partnerships and limited liability companies or sole proprietorships from 39.6 per cent to 25 per cent; most law firms, hedge fund and real-estate companies are pass-through companies in which profits are counted and taxed as the owner’s personal income
  • reduce the corporate income tax from 35 per cent down to 20 per cent
  • repealing the corporate alternative minimum tax
  • replace the current global profit tax on business with a territorial tax, which means corporations will no longer be required to pay taxes on their foreign earnings.
  • institute a one-time lower tax rate on repatriated corporate profits currently held outside the country.

Tax Cuts for the 1%

The Tax Policy Center estimates that these and other less significant changes would give corporate America a $2.6-trillion tax cut over the next decade. Continua a leggere U.S.A. Detassazione del capitale, oppressione mondiale del lavoro

Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

Image result for monty python

Chediamo scusa a Sergio Endrigo per aver rubato un verso di una sua dolcissima canzone d’amore adattandolo a una storiaccia che è invece limacciosa, e ha per protagonisti dei brutti ceffi, britannici e non, specializzati nella diffusione dei veleni nazionalisti e sovranisti in particolare nelle fila dei lavoratori. Avendo nutrito una passione politica simile alla nostra, egli sapeva bene che le parole e i concetti non hanno proprietari. Ci comprenderà. Anche perché lo facciamo per festeggiare la fine dell’ebbrezza nazionalista-sovranista diffusasi stoltamente anche a sinistra per l’esito del referendum britannico di un anno fa, che immaginiamo anch’egli avrebbe festeggiato con noi, avendo in odio il nazionalismo.

È bastato un anno, un solo anno, è incredibile la velocità che stanno prendendo le cose, perché la sbornia della Brexit, specie tra i proletari e i giovani precarizzati (i nostri riferimenti sociali), lasciasse il passo a un primo ritorno alla realtà. I promotori della Brexit, l’ultra-nazionalista Ukip e i conservatori intorno a Boris Johnson, avevano promesso sfracelli. Il solo annuncio della Brexit avrebbe fatto volare economia e finanza e risollevato le sorti degli autoctoni più poveri iniziando a “ripulire” l’isola dagli immigrati, la fonte di tutti i mali sociali. La May pensò bene di cavalcare la vittoria di questa colossale truffa, spingendosi a proporre la rifondazione del partito conservatore della Thatcher, ferocemente anti-operaio, come “partito dei lavoratori della Gran Bretagna”, e ad indire le elezioni anticipate pregustando uno scontato trionfo, portata addirittura a spalle dai british workers a Downing Street.

Un anno dopo si registra quanto segue. Continua a leggere Brexit: la festa appena cominciata è già finita …