Sulla manifestazione di sabato 19 giugno a Roma – SI Cobas

19 GIUGNO: ABBIAMO INVASO LE VIE DI ROMA CON LA NOSTRA RABBIA.

LE VIOLENZE E GLI OMICIDI PADRONALI NON FERMERANNO LA NOSTRA LOTTA.

IL SACRIFICIO DI ADIL NON SARÀ VANO!

Sabato pomeriggio in migliaia abbiamo attraversato le vie di Roma.

Una manifestazione che era stata convocata per dar seguito allo sciopero nazionale della logistica e come un primo segnale di piazza per verificare la fattibilità del tentativo che stiamo compiendo per costruire uno sciopero generale con le forze di opposizione e contrasto al governo, e che invece si è tramutata in un corteo di sdegno e di dolore per il barbaro e inaccettabile omicidio del nostro coordinatore di Novara Adil, travolto nella mattina di venerdì dalla folle e criminale corsa di un camion crumiro fuori ai cancelli di Lidl.

Siamo giunti a Roma ancora sconvolti, confusi, increduli e atterriti di fronte al più grave, al più irreparabile tra gli innumerevoli atti di violenza che hanno colpito il SI Cobas nella sua breve ma intensa storia.

Man mano che la piazza ha iniziato a riempirsi, lo sconforto ha lasciato il posto alla convinzione di dover riaffermare con forza le ragioni che hanno portato alla morte di Adil, e il silenzio si è trasformato in un solo, gigantesco urlo di rabbia, cadenzato dagli slogan delle nostre lotte.

Abbiamo così deciso che di fronte all’assassinio di un nostro compagno non potevamo accettare passivamente il canovaccio di un corteo di poche centinaia di metri così come ci era stato imposto dalla questura di Roma, e abbiamo con forza preteso che la manifestazione marciasse in direzione di quei ministeri (Lavoro e Mise) che riteniamo a tutti gli effetti complici e corresponsabili del clima di intimidazioni e di violenze padronali che ha portato alla morte di Adil.

Dopo alcuni minuti di confronto ravvicinato con le forze dell’ordine, queste ultime sono state costrette a retrocedere e a consentire la variazione del percorso in direzione Barberini.

Pur avendo chiarito fin dal primo momento alla Questura che in una simile giornata di lutto non eravamo di certo interessati ad avere incontri istituzionali, la determinazione della piazza ha strappato una nuova convocazione del ministero del lavoro entro la prossima settimana, a seguito della quale il corteo ha ripreso il suo percorso iniziale in direzione di piazza Vittorio. Nel mentre si svolgeva la manifestazione, siamo venuti a conoscenza della disponibilità del viceministro dello sviluppo economico Alessandra Todde a prendere parte al suddetto tavolo: staremo a vedere nelle prossime ore se l’esponente pentastellata sarà coerente con i buoni propositi che in passato sono stati ripetutamente enunciati dal suo movimento rispetto alla volontà di frenare le illegalità e le bellicose intenzioni dei padroni della logistica, o se invece le logiche di potere, la “ragion di stato” e le strategie repressive avranno ancora una volta la meglio, favorendo il licenziamento dei 275 lavoratori che lavoravano nel magazzino Fedex-Tnt di Piacenza.

Per quanto ci riguarda, siamo pronti, come abbiamo già fatto per 3 volte negli ultimi mesi, a tornare a Roma sotto ai ministeri con la forza e la determinazione dei lavoratori, e senza chiedere il permesso.

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Sciopero nazionale della logistica – venerdì 18 giugno, indetto da SI Cobas, USB e Adl, con il sostegno di Slai Cobas, CUB Trasporti e Opposizione CGIL / I testi

E’ con soddisfazione che pubblichiamo questo testo di indizione dello sciopero nazionale della logistica fatta congiuntamente da SI Cobas, USB e Adl, a cui si è aggiunto il sostegno (auguriamoci fattivo) di Cub trasporti.

Inizialmente, è noto, lo sciopero era stato indetto dal solo SI Cobas. Se la scena è cambiata, si deve da un lato alla brutalità dell’attacco di Tavazzano organizzato dall’abbinata mafiosa FedEx-Zampieri, di una violenza tale per cui non è stato possibile limitarsi ai comunicati di solidarietà; e si deve dall’altro alla speciale forza di resistenza dei facchini di Piacenza e dell’intera massa di proletari della filiera FedEx organizzati nel SI Cobas. Incuranti degli scettici e degli specialisti in pure declamazioni, abbiamo definito questa lotta esemplare e anticipatrice – e tale è. E come tale, ha smosso le acque anche al di là del perimetro del SI Cobas.

Vedremo se lo sciopero del 18 giugno resterà semplicemente un episodio a sé, o se sarà l’inizio di un processo capace di portare non solo gli aderenti al sindacalismo “di base”, ma anche significativi settori dei lavoratori e delle lavoratrici aderenti alla CGIL e dei giovani proletari non sindacalizzati a realizzare insieme, nei tempi necessari, uno sciopero generale, ancora di minoranza certo, ma forte, contro l’asse capitalisti/governo Draghi che giorno dopo giorno si va cementando.

Per intanto registriamo due cose: il potenziale di ricomposizione di classe che ogni vera lotta ha in sé; e l’estrema futilità della separazione tra sindacale e politico. Nessuno dica: si è potuto raggiungere l’unità nell’indire lo sciopero perché si è tenuta la politica al di fuori della vicenda. Lo scontro con la FedEx è in modo inscindibile sindacale e politico, perché dietro e accanto alla FedEx c’è il governo Draghi, ci sono le istituzioni statali, e lo sciopero del 18 giugno è in modo inscindibile sindacale e politico, come lo è la manifestazione del 19 giugno a Roma.

Il resto si vedrà.

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Solidarietà agli operai TNT-FedEx e al SI Cobas (Operai Stellantis, CUB, Adl e Sial-Cobas)

Presa di posizione della CUB nazionale.

Presa di posizione dell’ADL-Cobas e del Sial-Cobas

Il commento di un operaio SDA di Pavia

Buongiorno, compagni miei, questo messaggio ai compagni della Tnt portati in questura a Piacenza e’ stato inviato dal governo per intimidire i lavoratori sulle rivendicazioni per i loro legittimi diritti, ma tutti devono essere pronti a sostenere i nostri compagni se gli viene chiesto di farlo. Per quanto riguarda il treno della lotta, non si fermerà e noi continuiamo a salire numerosi sulle carrozze del SI Cobas!

Razzismo istituzionale: due denunce del Comitato lavoratori delle campagne e della CUB

Pubblichiamo qui di seguito due denunce (che ci sono giunte oggi, 20 gennaio) di altrettanti casi di razzismo istituzionale (o di stato), l’uno riguardante i braccianti immigrati di Rosarno, l’altro un rider di Milano. In entrambi i casi le politiche discriminatorie, la negazione dei diritti più elementari, come il diritto alla casa e al permesso di soggiorno slegato da ogni altra condizione, o il diritto allo svolgimento dell’attività sindacale, tutto sono salvo che confinate ai soli lavoratori immigrati direttamente coinvolti. Abbiamo dedicato il n. 3 della nostra rivista “Il Cuneo rosso” alla guerra contro gli immigrati, perché consideriamo l’azione di contrasto ad essa e la più stretta unità tra lavoratori autoctoni e immigrati una questione-chiave del nuovo movimento proletario. E non ci stancheremo di riproporre questo impegno come caratterizzante, più di quanto sia ora, sia del Patto d’azione anti-capitalista che dell’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Al di là della condivisione o meno di questo o quell’aspetto delle denunce che ci arrivano, riteniamo prioritario dare ad esse ospitalità. E se funzionassimo un po’ meglio, avremmo dovuto dare risalto ai molti articoli di denuncia delle infami condizioni in cui l’Italia del governo Conte e l’Unione europea della von der Leyen tengono migliaia e migliaia di immigrati in Bosnia e in tutta l’area balcanica, per non parlare di Lesbo, della Libia e di tutto il resto.

Razzismo istituzionale in salsa rosarnese

Ora basta, dateci le case!

La notizia, per i media, è quella dell’arresto del sindaco di Rosarno per collusione mafiosa. Non è una notizia che chi raccoglie gli agrumi nella Piana di Gioia Tauro vive ancora in campi di lavoro – fatti di tende e container che somigliano sempre di più ad una baraccopoli, provvisti di servizi minimi ma sottoposti a sorveglianza costante – quando non in case fatiscenti senza nemmeno quei servizi. Non è una notizia nemmeno il fatto che negli ultimi mesi, dopo l’individuazione di alcuni soggetti positivi al COVID all’interno di queste quasi-carceri, tutti gli abitanti siano stati sottoposti a misure restrittive abnormi ed insensate, che poco o nulla hanno a che fare con la tutela della salute e molto con il razzismo istituzionale. Né è una notizia quello stesso razzismo istituzionale, nemmeno quando emerge in modo conclamato da un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha portato tra gli altri all’arresto del sindaco e di un consigliere comunale di Rosarno. Giuseppe Idà, intercettato, non ha avuto peli sulla lingua nell’ammettere quello che è sempre stato sotto gli occhi di chi voleva vedere, e cioè che la politica rosarnese ed i suoi padrini non potevano accettare di assegnare delle case popolari ai ‘niri’. Certo, gli africani non votano – ed anche questo è un aspetto del razzismo istituzionale.

Ma ora che la verità è stata messa nero su bianco, che cosa cambierà per chi lavora senza tutele, nella precarietà più estrema, rischiando ogni giorno un’aggressione che potrebbe costargli la vita? Da prima dello sgombero in grande stile di una delle precedenti incarnazioni della Tendopoli di San Ferdinando, nel marzo 2019, i lavoratori africani chiedono che vengano loro assegnate quelle case, finanziate da fondi europei espressamente per alloggiare gli stagionali stranieri.

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Lusso e sfruttamento sfrenato all’Hotel Gallia. La risposta di lotta delle lavoratrici

L’hotel Gallia di Milano, l’emblema dell’accoglienza di super lusso a quanti possono permettersi una stanza da 1.000 euro a notte (ma anche 20.000, se si sceglie la suite di 1.000 metri quadri a disposizione di clienti “speciali”), prospera sulla fatica delle lavoratrici delle pulizie delle ditte d’appalto, lavoro pagato a cottimo, un tot per stanza, in un clima di ricatto continuo e vessazioni, in cui ogni scusa è buona per sottrarre denaro dalla già misera busta paga. Alla fatica e alla precarietà di questo lavoro si è aggiunto, con le limitazioni di movimento e la diminuzione degli ospiti dovute al Covid, il licenziamento per 80 di loro. I diritti delle donne lavoratrici sono finiti negli oscuri meandri degli appalti e dei subappalti, che dilagano in Italia grazie a 25 anni di demolizione sistematica, da parte dei governi di ogni colore e del parlamento, di ogni vincolo alla precarietà, e nelle promesse ingannevoli di riassunzione del nuovo padrone. Dopo ripetuti presidi davanti alla prefettura e davanti all’hotel, organizzati dal SI Cobas e dalla CUB, si è aperta una trattativa per il pieno reintegro delle lavoratrici nei loro posti di lavoro. Nel frattempo, in attesa di questo esito della vertenza, molte stanno cercando di arrangiarsi. Ma non si illudano i padroni: non molleranno la presa finché non vedranno riconosciuto il loro diritto al posto di lavoro, riconquistato con la lotta!

Milano, hotel Gallia: chi c’è dietro gli appalti?

Di Alessandro Rettori, 25 Novembre 2020

[Fonte: https://www.rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti/%5D

Lavoro a cottimo, titolari di imprese che spariscono e prestanome che compaiono, lavoratori lasciati nel nulla

Questa storia nasce tra i corridoi dello storico Excelsior Gallia di Milano, hotel extra lusso che si affaccia su piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale. Il listino prezzi dell’albergo – base d’appoggio privilegiata da molte celebrities – parte dai 330 euro a camera fino ad arrivare a 1.000, per non parlare della Katara Royal Suite, 1.000 metri quadrati di sfarzo a 20.000 euro a notte. Ebbene: il Gallia appalta la pulizia delle 235 camere a un’impresa esterna, la Ho Group srl, pagando i lavoratori, di fatto, a cottimo. A marzo, con la prima ondata di Covid-19 e il successivo lockdown, l’hotel chiude e gli 80 lavoratori rimangono a casa. L’appalto salta, i proprietari di Ho Group – al centro di un intricato giro di società srl, che vedremo – spariscono (forse…), lasciando gli 80 lavoratori nel nulla, e il 26 ottobre il Gallia riapre affidando l’appalto a un’altra impresa. Ma qui, la vicenda si fa ancora più incredibile …

Il lusso del cottimo

Maria (nome di fantasia, a garanzia dell’anonimato) è nata in un paesino del Sudamerica, e da qualche anno lavora come cameriera ai piani tra le stanze del Gallia. Il suo datore di lavoro, però, tuttora è Ho Group, con cui ha un contratto a tempo indeterminato. “Abbiamo un normale contratto a ore”, spiega Maria, “ma è risaputo che negli hotel non ti pagano mai a ore, ti pagano a stanze.

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