Per il fronte unico proletario anticapitalista e internazionalista

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L’iniziativa del SI Cobas di indire per il 24 febbraio una manifestazione nazionale a Roma Contro sfruttamento, razzismo e repressione. Per un fronte di lotta anticapitalista è un’iniziativa coraggiosa che irrompe positivamente in una campagna elettorale tra le più schifose di sempre.

Il 4 marzo il “popolo sovrano” è chiamato semplicemente a scegliere chi attuerà il programma che già è stato deciso dai poteri forti europei e italiani: la guerra di classe dall’alto contro i lavoratori “stabili”, i precari e i futuri sfruttati oggi in formazione, deve continuare a tempo indeterminato. Essa ha prodotto negli ultimi vent’anni con la Bossi-Fini, la Fornero, il Fiscal Compact, il Jobs Act, la Buona scuola, i decreti-Minniti, etc., un generale peggioramento delle condizioni di lavoro, dei livelli di occupazione, dei salari, dell’accesso al welfare, dei diritti dei lavoratori, che è arrivato fino al traguardo del lavoro interamente gratuito e ai braccialetti di controllo. Ma ancora non basta. Ognuno dei tre schieramenti in campo si è impegnato infatti a tagliare di netto il debito di stato per centinaia di miliardi, anche se, per motivare al voto gli elettori, hanno sbandierato promesse farlocche sull’aumento delle pensioni, il reddito garantito, l’art.18 e quant’altro, che non vedranno mai la luce.

I fatti di Macerata, con un giovane fascioleghista che cerca di fare una strage di immigrati africani, esprimono l’altro aspetto-clou di questa schifosa campagna elettorale: il violentissimo spaccio di veleni anti-immigrati. La Lega di Salvini e il M5S ne sono le punte di lancia. Ma chi ha aperto la strada alla caccia all’immigrato africano come fosse la fonte di tutto il malessere sociale, è stato il governo Gentiloni-Minniti con la decisione di portare la guerra agli emigranti dall’Africa e dal Medio Oriente fin dentro il territorio africano, in Libia, in Niger e altrove. Nella gara allo scavalco, ora Berlusconi, re indiscusso degli intrecci politici tra poteri di stato e grande malavita organizzata, arriva a invocare, per ripulire le città dalla malavita, l’espulsione di 600.000 lavoratori immigrati e richiedenti asilo che proprio la legge Bossi-Fini, varata da un suo governo, costringe all’irregolarità.

In un contesto del genere, mentre i picchetti operai continuano ad essere attaccati dalla polizia (da ultimo a Stradella), quanto debole appare il tentativo di Potere al popolo di contrastare queste nuove aggressioni dei padroni e delle istituzioni sul terreno elettorale! Gli orfani del M5S (incredibilmente ritenuto per anni un’utile sponda per la sinistra e i proletari), di Rivoluzione civile di Ingroia e della assemblea del Brancaccio, si sono uniti con alcuni settori giovanili per prospettare una riscossa “popolare” in nome dell’attuazione della Costituzione e di una ritrovata “sovranità nazionale”. Ma la loro proposta politica non fa i conti né con la crisi e il suo carattere sistemico, né con la necessità di centrare la risposta all’asse padronato/UE/governo (quale che sia dopo il 4 marzo) su una chiara prospettiva di lotta anti-capitalista.

L’appello lanciato dal SICobas su impulso delle forti lotte dei facchini della logistica accetta la sfida del momento indicando la via maestra: la lotta nei luoghi di lavoro e nelle piazze allo sfruttamento, al razzismo, alla repressione. E dà come obiettivo da perseguire nei prossimi anni la costituzione di quel fronte unico di classe anti-capitalista che oggi manca, come mancano ancora le lotte su larga scala che sole possono dargli vita. Ecco perché questo appello va accolto da quanti sono convinti che i rapporti di forza tra un fronte padronale scatenato all’attacco e il campo dei proletari, all’oggi diviso e disorganizzato, potranno essere modificati solo ed unicamente sul terreno della lotta. Continua a leggere Per il fronte unico proletario anticapitalista e internazionalista

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Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

In Tunisia il 2018 si è aperto con una nuova ondata di proteste che ha coinvolto almeno 20 città, compresa Sidi Bouzid, la città da cui a fine dicembre 2010 partirono le mobilitazioni di massa che diedero il “la” all’intifada araba del 2011-2012. Sono tornati in piazza migliaia di lavoratori, studenti, disoccupati, attivisti politici e sindacali. In molte città ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, e sono state assaltate anche banche e stazioni della polizia. La risposta del governo non si è fatta attendere: tra il 9 e il 12 gennaio sono stati arrestati più di 1.000 manifestanti in tutto il paese. L’acme della repressione è stato a Tebourba, città dell’entroterra a 30 km da Tunisi, dove nel corso di una manifestazione la polizia ha ucciso Khomsi el-Yerfeni.

I motivi immediati che hanno riempito ancora una volta le piazze tunisine sono la disoccupazione dilagante, la crescita del costo della vita e, in particolare, gli aumenti della tassazione su carburanti, tessere telefoniche, internet, frutta e verdura imposti con la nuova legge di bilancio entrata in vigore il 1° gennaio. Misure adottate per sanare il debito con il Fondo monetario internazionale – che nel 2016 ha concesso a Tunisi un prestito di 2,9 miliardi di dollari – e con l’Unione Europea, che hanno imposto la diminuzione graduale del debito pubblico al 50% del PIL attraverso la riduzione delle spese pubbliche, degli impiegati statali, dei sussidi per l’energia, oltre alla ristrutturazione delle banche pubbliche a favore dell’intermediazione finanziaria privata e all’introduzione di una serie di misure a favore delle imprese. Insomma, una ricetta che differisce poco o nulla dai “piani di aggiustamento strutturale” che l’Occidente imponeva ai tempi di Ben Ali! E che si guarda bene dal toccare il pagamento degli interessi sui prestiti del FMI e dell’Unione Europea, che equivalgono al 18% del bilancio statale! A proposito di usura imperialista sui paesi dipendenti… Continua a leggere Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

U.S.A. Detassazione del capitale, oppressione mondiale del lavoro

L’articolo di Hart-Landsberg che pubblichiamo qui sotto mostra che negli Stati Uniti i repubblicani stanno per lanciare un profondo taglio delle tasse in favore del grande capitale e con conseguenze drammatiche per i lavoratori.

Forti sconti fiscali per agenzie immobiliari, grandi studi legali e fondi di investimento, e una drastica riduzione delle tasse anche per corporations e multinazionali, che non dovranno più contribuire al fisco per i profitti macinati all’estero. Questi i punti chiave della riforma già approvata nella sostanza dal partito repubblicano alla Camera e al Senato.

Risultati. Primo, una potente spinta ai profitti. Secondo, un altrettanto forte impennata, per 1,5 miliardi di dollari, del già mostruoso debito pubblico statunitense. Terzo, per pagare il debito pubblico in espansione ed i relativi interessi verrà sferrato un violentissimo attacco ai servizi sociali con pesanti conseguenze sulla vita delle masse, e in particolare delle comunità degli afro-americani e degli immigrati. Le ingenti risorse che verranno succhiate allo stato sociale per sanare il debito verranno di fatto sottratte al salario indiretto dei lavoratori, dal momento che, con un sistema fiscale ormai così platealmente regressivo, sono i lavoratori a finanziare le varie forme di protezione sociale.

Insomma, più che mai la massimizzazione dei profitti si staglierà su un panorama di degradazione umana prodotto dalla rapina del salario indiretto dei lavoratori. Questa degradazione comporterà un ulteriore indebolimento della classe lavoratrice statunitense nel suo complesso, e quindi una vulnerabilità crescente davanti agli attacchi dello Stato e del capitale a stelle e strisce. Quanto sostengono i promotori della riforma fiscale, che grossi profitti equivalgono a lavoro e più alti salari, è dunque falso; è, come dimostra tra l’altro uno studio dello stesso dipartimento del Tesoro, una menzogna.

L’autore dell’articolo,Hart-Landsberg, lascia intendere che l’alta finanza e le grandi aziende, col chiedere a gran voce la riforma fiscale, tradiscano l’impegno preso solo pochi anni fa per la riduzione del debito di Stato. Si potrebbe pensare che questi “business leaders” stiano gettando la maschera rivelando la meschina avidità che in realtà li guida, a tutto svantaggio della più opportuna visione ‘di sistema’ che avrebbero tradito. Non è così. Questa riforma fiscale è voluta dal partito repubblicano tutto, non solo dall’esagerato Trump, e questo perché, come dice lo stesso CEO di J. P. Morgan Chase&Co., questa riforma ha a che fare col capitalismo in generale, it’s all about capitalism”; è il ‘sistema’ che la vuole, o meglio, la necessita, nel tentativo sempre più aggressivo di rilanciare l’accumulazione negli Stati Uniti. Detassare il capitale quindi, e far schizzare verso l’alto il debito pubblico – debito su cui speculerà più che mai la finanza, innescando nuovi, violenti attacchi allo stato sociale e al mondo del lavoro. Certo, ciò è destabilizzante, contraddittorio, e alimenterà in particolare delle bolle finanziare di dimensioni mostruose. Ma questo è il capitalismo: “it’s all about capitalism”.

In Italia sembra purtroppo essersi spenta ogni voce critica rispetto a quella devastante arma anti-sociale che è il meccanismo del debito pubblico – prodotto dalla detassazione del capitale, o direttamente dall’elusione ed evasione fiscale, occasione di ghiotti investimenti dello stesso capitale nella sua veste finanziaria e vero strumento di tortura contro i lavoratori, sulla cui schiena viene scaricato il deficit attribuendone loro, per giunta, la responsabilità. Quest’indifferenza verso l’arma del debito è pericolosa, in particolare, perché la riforma fiscale statunitense avrà una tale portata, darà un tale slancio al capitale yankee, che tutti, a cominciare dall’UE, dovranno adeguarsi per competere con analoghe misure spremi-lavoratori. Del resto si può già sentire un Pietro Ichino dire che è giusto che l’eta’ pensionabile in Italia sia la più alta d’Europa, perché anche il debito pubblico italiano è il più alto nell’Unione, laddove la causa di questo debito sarebbe il sistema pensionistico e sociale in genere: menzogne odiose.

E’ importante – lo sarà sempre più – essere consapevoli della folle logica del capitalismo, e quanto sta succedendo oltreoceano è un grave monito per l’immediato futuro.

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Tax Cuts: Its All About Capitalism, by Marty Hart-Landsberg

Powerful corporations and the rich in the United States continue their winning ways. By narrow margins, both the House of Representatives and Senate have agreed on a budget proposal that calls for an increase in the federal deficit of $1.5-trillion in order to fund a major reform of the U.S. tax system that will make the rich and powerful even more so.

Republicans in each house of Congress still need to work out the specifics of their desired tax reform and then negotiate any differences before they can send the budget to President Trump for his signature. But, there seems to be general consensus on the following business tax changes:

  • slash the top tax rate on pass-through business income from partnerships and limited liability companies or sole proprietorships from 39.6 per cent to 25 per cent; most law firms, hedge fund and real-estate companies are pass-through companies in which profits are counted and taxed as the owner’s personal income
  • reduce the corporate income tax from 35 per cent down to 20 per cent
  • repealing the corporate alternative minimum tax
  • replace the current global profit tax on business with a territorial tax, which means corporations will no longer be required to pay taxes on their foreign earnings.
  • institute a one-time lower tax rate on repatriated corporate profits currently held outside the country.

Tax Cuts for the 1%

The Tax Policy Center estimates that these and other less significant changes would give corporate America a $2.6-trillion tax cut over the next decade. Continua a leggere U.S.A. Detassazione del capitale, oppressione mondiale del lavoro

Rafforzare, estendere, organizzare le lotte [عربى]

Di seguito un volantone distribuito a Milano il 1° maggio al corteo “Per un primo maggio internazionalista” indetto dal Si Cobas e da altri organismi sindacali e politici.

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Contro la crisi e le guerre del capitale!
Solidarietà e unità con le lotte degli sfruttati di tutto il mondo[عربى]!

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Lavoratori/lavoratrici, compagni/e,

partiamo da un dato di fatto fondamentale: la crisi finanziaria e produttiva scoppiata 10 anni fa non è risolta. Anzi, nel frattempo si è allargata a paesi che fino a ieri ne erano fuori (Brasile, Sud-Africa, Russia, Turchia). Anche la Cina ha molto rallentato la sua corsa. Governi e banche centrali hanno tamponato la situazione, aumentando il debito statale e quello privato, e scatenando guerre a catena in Medio Oriente e Africa. Eppure la crisi continua a mordere sulla carne viva dei proletari. Insomma, pur con le sue asimmetrie, è una crisi generale del sistema sociale capitalistico, che coinvolge tutto: l’economia, l’ordine politico internazionale, l’ecosistema, i rapporti tra gli stati e le popolazioni, quelli tra individui e generi, la cultura, i putridi ‘valori’ di questa società della mercificazione totale. Continua a leggere Rafforzare, estendere, organizzare le lotte [عربى]

Default totale, di G. Palermo

StrikeDebt0
 
[fonte immagine: http://www.nationofchange.org/september-17-rolling-jubilee-will-buy-back-and-abolish-student-debt-1408280503]
 
Abbiamo ricevuto dal compagno Giulio Palermo, docente all’università di Brescia, questo testo sul debito di stato che volentieri facciamo circolare con l’obiettivo di aprire una utile e franca discussione politica sul tema.

Di questo scritto, informato, lucido, corrosivo condividiamo prima di tutto l’invito ad assumere la questione politica del debito di stato, della denuncia, del disconoscimento, della lotta per l’azzeramento del debito di stato in quanto debito di classe, come una questione di importanza primaria. Purtroppo in Italia neppure l’esplosione del “caso greco” è servita a imporla all’attenzione delle “realtà di movimento” e dei raggruppamenti che si vogliono anti-capitalisti – anzi, quel tanto che qualche anno fa aveva cominciato a muoversi, in qualche modo, su questo terreno, si è prima impantanato e poi è del tutto scomparso. Ben venga, quindi, ogni sollecitazione, ogni contributo a comprendere come il debito di stato è una morsa strangolatoria del binomio capitale-stato che soffoca l’esistenza e le libertà di movimento e di lotta dei lavoratori (nei giorni scorsi ne abbiamo letto un altro, anch’esso molto interessante, dell’Associazione culturale PonSinMor).

Così come è perfettamente vero che (anche e) “proprio nella inesigibilità del debito che si manifestano le contraddizioni del capitale”, e che attaccare il debito di stato, che è un debito contratto dallo stato a favore dei “privati”, della classe sociale dei proprietari dei mezzi di produzione, una forma di alienazione del potere politico dello stato, significa anche “cominciare a parlare più in generale della sacralità della proprietà”, della proprietà privata capitalistica dei mezzi e dei risultati della produzione sociale, mettendola finalmente di nuovo in questione.

Ciò che non risulta chiaro in questo testo, però, è il soggetto sociale e politico che dovrebbe assumersi il compito di disconoscere e cancellare i debiti di stato, e la dinamica attraverso cui questo obiettivo può passare dalle enunciazioni di pochi all’essere una forza materiale agente in quanto è divenuto un obiettivo perseguito convintamente da masse di sfruttati. C’è chi pensa che possa esserlo un governo “di sinistra”, come quello di Syriza (che, tuttavia, è un governo di sinistra-destra, per essere precisi). Noi lo escludevamo già prima che Syriza andasse al governo (sarebbe esagerato dire: andasse al potere, perché tuttora le leve fondamentali del potere, in Grecia, non sono nelle mani di Syriza). Lo escludiamo a maggior ragione per un governo di Podemos, e tanto più – ove dovesse mai esserci – per un governo Vendola/Landini/Fassina. Siamo convinti che solo un’acutizzazione esplosiva dello scontro di classe che porti alla rinascita del movimento proletario e ad una sua nuova organizzazione politica potrà assumersi in pieno un compito del genere. Ma, a differenza di altri compagni, crediamo che non si debba aspettare il compimento di questa rinascita per avanzare, propagandare, agitare tra i lavoratori la necessità vitale di annullare il debito di stato. E, quanto alla dinamica di questo processo, non pensiamo ad un movimento tematico a sé, ma all’inserimento organico, all’incorporazione di questo obiettivo di lotta dentro la ripresa dell’iniziativa di classe. Ciò detto, buona lettura.
 
 
DEFAULT TOTALE
di Giulio Palermo

In questo articolo, propongo una riflessione ad ampio raggio sulla possibilità che il movimento contro il debito si sviluppi attivamente in ogni paese d’Europa, connotandosi in senso anticapitalista. Invece di tifare Grecia e sperare che il governo Tsipras strappi condizioni dignitose nelle trattative con i creditori che strangolano il paese, l’idea è di aprire fronti di lotta al debito pubblico in tutti i paesi. Non ovviamente nell’intento di stabilizzare il sistema finanziario — come vorrebbero alcune forze favorevoli a un default negoziato e parziale — ma per far saltare l’attuale assetto politico-finanziario e avviare un processo verso il socialismo.

Gli effetti moltiplicativi di un simile coordinamento anticapitalista europeo sono ovvi. Sul piano politico, il rafforzamento del governo Tsipras in Grecia sarebbe immediato. Se ne tocchi uno, ci ribelliamo tutti! Questo è il migliore messaggio che sfruttati e oppressi d’Europa possono inviare ai signori dell’euro e della finanza. Ma non mi interessano i ragionamenti politici senza copertura, le proposte irrealizzabili, giusto per fare dibattito. Non proverò quindi a sviluppare nei dettagli cosa accadrebbe nell’ipotesi, alquanto improbabile, di un ripudio del debito simultaneo e coordinato, da parte di un movimento internazionalista forte e consapevole. Sarebbe come costruire una strategia di lotta basandola sull’ipotesi di aver già vinto.

Mi concentro invece sull’Italia. Non perché in questo paese l’anticapitalismo sia politicamente più avanzato. Ma perché — per quanto possa apparire in contrasto con il bombardamento mediatico — l’Italia è il paese con i “migliori” conti pubblici dell’Unione europea e, in caso di voltafaccia delle banche, è meno esposta alle rappresaglie finanziarie che colpiscono chi si ribella al capitale. Senza aspettare la maturazione del movimento internazionale e internazionalista, l’anticapitalismo italiano può quindi assumere un ruolo trainante nella trasformazione istituzionale dell’Europa.

La mia tesi è che in Italia ci siano le condizioni economiche e finanziarie per ripudiare in toto il debito, qui e ora. La dimostro dati alla mano, analizzando i conti pubblici italiani e sviluppando alcune considerazioni sugli equilibri internazionali in cui una simile scelta andrebbe a collocarsi.
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