Ultime dalla nostra America: il movimento prende forma

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo nuovo aggiornamento sull’evoluzione della situazione negli Stati Uniti dalla seguente pagina Facebook, il cui autore è impegnato a seguire gli avvenimenti con un’ottica e un sentimento internazionalista militante.

Già durante le prime proteste spontanee degli afroamericani, che stanno pagando a doppio i costi delle conseguenze della crisi causata dal virus e le stesse conseguenze sanitarie del virus (in termini di numeri di ammalati e morti), si è vista schierarsi a loro sostegno incondizionato tantissima gioventù proletaria bianca, di quella parte della gioventù che anche essa è senza riserve in questa crisi sistemica e globale del capitalismo.

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NYC Protesters March to Tweed Courthouse today, June 6, headquarters of NYC Department of Education; Class Struggle Education Workers demand: Police Out of the Schools and the Union! (FB MS)

Il movimento degli afroamericani prende atto del fatto che, forse per la prima volta con questa ampiezza, settori di sfruttati bianchi si schierano con loro senza chiedere nulla in cambio, senza chiedere su che cosa, come e dove organizzare ed orientare la lotta.

Già giovedì 4 giugno a Manhattan la manifestazione partecipata da decine di migliaia di ragazzi, ragazze, giovani precari, lavoratori degli ospedali ed essential workers, neri, bianchi e nocciola esprimeva questa consapevolezza.

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Stati Uniti. La lotta di classe ai tempi del coronavirus è già cominciata, di J. Heer

Riprendiamo da The Nation del 1 aprile un articolo molto interessante di Jeet Heer sui conflitti che si stanno aprendo in diversi luoghi di lavoro. Siamo tra quelli che hanno sempre visto due Americhe, e puntato le nostre fiches tutte su un solo numero: quello della inevitabile ripresa in grande dello scontro di classe in questo paese, l’esempio perfetto della smisurata brutalità del capitalismo. Verranno belle sorprese, belle per noi, da oltre Atlantico…

Workers walking out of an automobile factory
Workers leave the Warren Truck Assembly, a Chrysler automobile factory, during a shift change in Warren, Michigan. (Carlos Osorio / AP Photo)

Le catastrofi generano nazionalismo. Una costante storica vuole che ci si raduni [come nazione] di fronte a un nemico comune, si tratti di una potenza straniera o di un disastro naturale. Nell’attuale crisi del coronavirus, i leader politici di tutto il mondo stanno assistendo ad un picco di popolarità. Questo accade anche al polarizzante e impopolare Donald Trump. Il desiderio di un leader forte in un momento di difficoltà sta producendo ogni sorta di strani effetti collaterali, che vanno dal nuovo entusiasmo mediatico per Andrew Cuomo [governatore dello stato di New York] ai complimenti dei giornalisti a Trump per il suo “nuovo messaggio e nuovo tono”, dopo che il presidente ha riconosciuto, in una conferenza stampa, che i decessi per la pandemia potrebbero essere tra 100.000 e 240.000.

La combinazione di salvataggi plutocratici, da un lato, e la crescente precarietà e il crescente pericolo fisico per la classe operaia è esplosiva. È difficile vedere come questo possa durare a lungo senza provocare una rottura dell’ordine sociale.

Tuttavia, l’unità nazionale prodotta dalla crisi può anche essere un’apparenza che inganna. Anche durante il fervore patriottico nella seconda guerra mondiale, non vennero meno le divisioni sociali dei tempi normali. Durante il periodo di guerra Detroit fu teatro sia di scioperi selvaggi (da parte di lavoratori del settore auto che sentivano di essere stati spinti a fare sacrifici senza un equo compenso) sia di scontri razziali (da parte di bianchi che usavano la violenza contro la immigrazione dei neri provenienti dal Sud).

La crisi del coronavirus sta mostrando una simile intensificazione della lotta sociale. Aumentano gli attacchi razzisti contro gli americani di origine asiatica, grazie in gran parte al fatto che Donald Trump ha chiamato il virus “China virus”. Continua a leggere Stati Uniti. La lotta di classe ai tempi del coronavirus è già cominciata, di J. Heer