Valle della gomma: il lavoro delle donne (immigrate) vale 150 euro al mese, di A. Mangano e S. Prandi

Inchiesta di Antonello Mangano e Stefania Prandi (*)

Dettaglio di scarti di sbavatura a domicilio. © Stefania Prandi

Riprendiamo dalla Bottega del Barbieri, che l’ha segnalata, questa bella inchiesta di Antonello Mangano e Stefania Prandi sul super-sfruttamento del lavoro a domicilio che avviene tra Bergamo e Brescia, una tra le zone più industrializzate e ricche d’Italia, nella “valle della gomma”.

L’inchiesta aggiunge un tassello di verità al catalogo-mostra/i delle “eccellenze italiane”, a cui la valle della gomma appartiene di diritto.

Eccellenza italiana e, manco a dirlo, lombarda, ritratto dal vivo di quella “grande camorra lombarda” imprenditoriale/istituzionale che ha riconquistato con Bonomi la guida della Confindustria, e che a suo tempo ha proiettato prima Forza Italia, poi la Lega, ai vertici della politica di stato.

Un sistema di imprese che, dopo aver prodotto migliaia di morti per la sua illimitata sete di profitto, fa sempre più fatica a nascondere sotto la superficie luccicante dell’industria della moda e del design e la Milano da bere tanto care al Pd-Sala, gli orrori su cui si fondano il suo primato nel capitalismo nazionale e i suoi record di competitività e di export.

Un sistema di imprese libero di fare quel che vuole dal momento che, come afferma una delle persone intervistate, i sindacalisti (di Cgil-Cisl-Uil) “sono là nel loro ufficio, se vuoi vai e li trovi, non è che vengano da te” (a meno che non si tratti di proporti una bella polizza, ma non è il caso di farlo casa per casa).

Non si tratta, però, del ‘semplice’ super-sfruttamento del lavoro in nero, su cui i professionisti del sindacalismo di stato e di mercato chiudono tutti e due gli occhi, salvi i lamenti periodici per lucidarsi un’immagine sempre più grigia. Qui si tratta di donne, di operaie immigrate a cui il combinato disposto stato/mercato impone di “lavorare in condizioni estreme con retribuzioni che vanno dai 100 ai 500 euro al mese per una media – badate bene! – tra i 10mila e i 12mila pezzi da sbavare al giorno” (per l’industria dell’auto europea, tedesca-francese).

Ebbene, questo piccolo, doppio “particolare” meriterebbe una denuncia e un’organizzazione che finora sono assenti, nonostante questi casi di estremo super-sfruttamento e di doppia, tripla oppressione, vissuti da migliaia di donne, immigrate e non, in questo e in altri settori produttivi, non siano poi così “estremi”. La vita di queste donne proletarie condensa la quintessenza della condizione femminile nel mondo, e merita un’attenzione sistematica da parte del sindacalismo militante, dei movimenti anti-capitalisti e dal movimento femminista, che invece nella sua maggioranza spesso privilegia l’obiettivo del “reddito universale” alle tematiche legate al “diritto al lavoro” e alle condizioni di lavoro. Questa attenzione stenta a decollare: ben pochi si occupano delle “donne nella tempesta della crisi“; ben pochi colgono quale immensa riserva di energia anti-capitalistica si sprigionerebbe con la scesa in campo della componente femminile del proletariato e della massa delle donne; ben pochi si interrogano sul come favorirla. Non c’è da meravigliarsi più di tanto: l’Italia è (o è stata) il paese del Vaticano, del fascismo, del più potente e radicato dei partiti stalinisti europei (non esattamente immuni dal maschilismo borghese), di Mediaset e di tutto il resto…

***

«Per la sbavatura, per staccare la guarnizione dallo stampo, bisogna essere veloci. Andavo a farmi dare le scatole dal nostro vicino, ma poi mio marito non ha più voluto. C’era il rischio che i bambini ingoiassero i pezzetti. E i mucchi degli scarti in casa, in mezzo al salotto, facevano un odore terribile. Ho dovuto smettere. Ho anche avuto problemi di salute, mi si infiammava la gola, sono andata dal medico, ho preso delle medicine». N. sospira, versando il tè alla menta e apparecchiando la tavola con arachidi e datteri. Ha 26 anni, 3 figli piccoli e un quarto in arrivo. Viene dal Marocco, come il marito K., che dice: «Non voglio più la gomma in casa. Abbiamo fatto quel lavoro quando eravamo disperati. Con la crisi, avevo perso il posto in fabbrica e non trovavo altro, per forza dovevamo fare la sbavatura. Lavoravamo tutta la giornata e non arrivavamo nemmeno a 100 euro al mese. Mi davano 27mila strappi per volta e mi dicevano: mi servono per domani pomeriggio. Dovevamo stare svegli di notte per finirli». La grande sala, in uno dei paesi del Distretto della gomma, tra Bergamo e Brescia, dove si producono guarnizioni per le automobili, è scaldata con una stufa a pellet. I bimbi di N. e K. (i nomi puntati sono necessari per la tutela delle lavoratrici e i lavoratori incontrati. Per lo stesso motivo non viene indicato il comune di residenza) giocano sul divano in stile marocchino che occupa tre pareti. È molto difficile trovare qualcuno disponibile a parlare, tra le lavoratrici e i lavoratori c’è paura.

Continua a leggere Valle della gomma: il lavoro delle donne (immigrate) vale 150 euro al mese, di A. Mangano e S. Prandi

Neocolonialismo, Razzismo di stato, lotte. Materiali dal Cuneo rosso, n. 3

dfw

Relazioni sul neocolonialismo come causa delle emigrazioni internazionali, sulla guerra permanente contro donne e uomini immigrati, scatenata dai governi e dalle istituzioni italiane ed europee, e sulla resistenza e le forme di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati in Italia e nel mondo – Presentazione del n. 3 del Cuneo rosso, 11 maggio 2019, Mestre.

Cuneo rosso, n. 3: Neocolonialismo e guerra agli immigrati

Non c’è due senza tre. Dopo l’intifada araba ed il numero dedicato a Crisi globale e scontro di classe in Europa, esce il n. 3. Il tema è Neo-colonialismo e guerra agli immigrati – un tema di enorme rilievo sociale e politico, ben al di là dei confini italiani, e una questione chiave per la formazione di un nuovo movimento proletario.

Il n. 3 inquadra le cause delle migrazioni verso Italia e Europa analizzando il fenomeno nella sua complessità; considera le politiche padronali e di stato contro emigranti e immigrati, ed anche le risposte di lotta che queste politiche stanno ricevendo. Critichiamo a 360 gradi le menzogne a sfondo razzista spacciate dai mass media su lavoro, salute, infortuni, welfare, scuola, criminalità e, ancora, sulla violenza (chi fa violenza a chi?), sulla cosiddetta “identità”, sui kampi di detenzione etc. Infatti, già pericolosa prima del governo Lega&Cinquestelle, questa propaganda è oggi lievitata, avvelenando mente e cuore dei lavoratori, e scavando un solco di diffidenza e odio tra proletari autoctoni e immigrati. Potete trovare l’indice completo a questo link.

Criticando la propaganda e, per converso, osservando e spiegando fatti su fatti, il n. 3 vorrebbe dunque essere una piccola “enciclopedia” per la lotta: per l’unità nella lotta tra proletari autoctoni e immigrati, in una prospettiva anti-capitalista e internazionalista.

A breve iniziano le presentazioni, in giro per lo stivale. Questi i primi appuntamenti: sabato 27 aprile a Milano, alla Calusca; giovedì 9 maggio a Pisa presso la sala ARCI; sabato 11 maggio a Lucca, nella sala riunioni di p.zza Aldo Moro Capannor. Per ricevere una copia del n. 3, o magari per presentarlo nella vostra città, scrivete a com.internazionalista@gmail.com

Qui sotto l’editoriale, clicca qui per la versione in arabo , inglese e francese.

La redazione del Cuneo rosso

***

Una questione-chiave, per un nuovo movimento proletario

Da almeno due decenni non passa giorno senza che gli emigranti/immigrati siano sbattuti in prima pagina. Sui giornali, le tv, i social media. Una masnada di “esperti” (metà analfabeti, metà falsari, e spesso analfabeti e falsari), di giornalisti, di deputati, etc., li accusa di ogni malefatta. Importano criminalità, droga, prostituzione, malattie, costumi primitivi. Attentano alla nostra identità, alla nostra cultura, ai nostri valori, alle nostre donne, ai nostri anziani, alla nostra razza. Sono dei concorrenti sleali sul mercato del lavoro che rubano il lavoro ai “nostri”. Sono scrocconi venuti qui per campare alla grande sul nostro generoso welfare. Violano sistematicamente le nostre sacre leggi scritte e non scritte. Sono quindi un gravissimo pericolo, una gravissima minaccia da respingere con ogni mezzo a nostra disposizione, con una vera e propria mobilitazione di guerra. E già si trovano emarginati, sbandati, relitti umani o bande organizzate di aguzzini pronti a regolare i conti con loro qui, sul territorio nazionale, armi alla mano, a Macerata, a Firenze, a Rosarno, se non bastano i nostri amici in Libia, i malavitosi al soldo di Minniti e Salvini, a torturarli/e e violentarle/i sul suolo libico, e a inabissarli/le a frotte nel Mediterraneo, dopo averli rapinati dei loro miseri risparmi. Continua a leggere Cuneo rosso, n. 3: Neocolonialismo e guerra agli immigrati

Riparte il movimento delle donne, internazionale e di massa. Evviva!

Image result for women strike

E’ davvero difficile sopravvalutare l’importanza della giornata mondiale di lotta dell’8 marzo 2017 proclamata dal movimento delle donne dell’Argentina e degli Stati Uniti e la sua evidente valenza internazionalista – specie in tempi come questi di crescenti intossicazioni nazionaliste di destra e di funesto nazionalismo di sinistra.

È altrettanto importante che questo magnifico appello a scioperare, manifestare, protestare, venga sull’onda di mobilitazioni di massa, talvolta molto imponenti, con centinaia di migliaia di manifestanti (non solo donne), avvenute nei mesi scorsi nel Nord e nel Sud America, in Polonia e in Sud Corea, in Irlanda, in Italia e altrove. I documenti che hanno promosso questo evento internazionale, inoltre, anche questo è notevole, hanno preso nettamente le distanze in modo polemico dal ‘femminismo delle donne in carriera’, in nome di un “femminismo del 99%” delle donne, che fa riferimento alle lavoratrici del mercato formale, alle donne che lavorano nella sfera della riproduzione sociale e della cura, alle donne disoccupate, alle donne precarie. E hanno annunciato un nuovo movimento femminista internazionale caratterizzato da “un’agenda inclusiva allo stesso tempo anti-razzista, anti-imperialista, anti-eterosessista, anti-liberista”.

In questo modo l’8 marzo, da giorno istituzionale dei rametti di mimosa avvolti nel cellophane, dei rituali inchini alle ‘regine di un solo giorno’, è ricondotto al suo autentico significato storico: giornata di lotta, di sciopero, di auto-attivazione delle donne contro tutti i meccanismi, i contesti, i poteri che pesano sul loro lavoro domestico ed extra-domestico e sulla vita della grandissima maggioranza di loro.

Negli Stati Uniti, una forte spinta alla mobilitazione l’ha data l’elezione di quel bel campione del suprematismo maschile, bianco e miliardario che è Trump, e l’ha ingrandita anche la necessità degli sconfitti democratici e delle galoppine di Killary Clinton e del suo ‘femminismo’ imperialista, di cavalcare furbamente e cercare di capitalizzare il diffuso sentimento anti-Trump.

Ma si farebbe un grave torto alle piazze statunitensi del 21 gennaio se non si cogliesse che il loro messaggio è andato molto al di là di questo. Pur in un quadro eterogeneo e non privo di aspetti e presenze respingenti, da quelle piazze è arrivata la denuncia di una stretta in atto sulle donne di tipo patriarcale (sia del patriarcalismo individuale che di quello collettivo) insieme con il chiaro invito alla lotta al razzismo e all’islamofobìa (qui da noi praticamente assente ovunque, specie all’estrema sinistra), e con la denuncia, nelle frange più radicali, del sistema capitalistico in quanto tale.

Vi sembra poco che le promotrici dell’8 marzo negli Stati Uniti dichiarino di “prendere ispirazione dalla coalizione argentina Ni Una Menos” e dalla sua vibrante denuncia delle molte facce della violenza contro le donne: “violenza domestica, ma anche violenza del mercato, del debito, dei rapporti di proprietà capitalistici e dello stato”, e delle molte forme delle politiche discriminatorie e repressive contro le differenti figure di donne? Continua a leggere Riparte il movimento delle donne, internazionale e di massa. Evviva!