Iran. Un dossier sul lungo sciopero dei lavoratori dell’industria petrolifera (italiano, français, english)

In Iran, a partire dal 19 giugno a tutt’oggi, decine di migliaia di operai e tecnici degli appalti dell’industria petrolifera di 70 imprese di appalto e sub-appalto sono in sciopero per le seguenti rivendicazioni:

  • aumento dei salari con l’obiettivo di avvicinarli a quelli della National Iranian Oil Company (dove sono tre volte più alti);
  • pagamento immediato dei salari arretrati;
  • miglioramento delle condizioni di lavoro e rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro;
  • 10 giorni di riposo dopo 20 giorni di lavoro (i lavoratori abitano lontani dalle loro famiglie, e nel Sud del paese la temperatura può toccare anche i 50 gradi);
  • assunzione di tutti i precari con lo stesso contratto di lavoro a tempo indeterminato degli operai alle dirette dipendenze delle imprese petrolifere; fine del ricorso ai sub-appalti;
  • reintegro dei lavoratori licenziati;
  • abolizione di tutte le leggi che riguardano le “zone economiche speciali”;
  • gratuità delle cure mediche, dell’istruzione e di un alloggio decente, in modo da poter ricongiungere a sé le proprie famiglie;
  • diritto all’assemblea, allo sciopero e alla formazione di organismi sindacali indipendenti dai poteri costituiti.

Si sono uniti a loro, nel corso della lotta altre decine di migliaia di lavoratori in 22 raffinerie, tra cui Jahan Pars, Gachsaran Petrochemicals, Teheran Refinery e Abadan Refinery, mentre diverse altre aziende sono state costrette a sospendere la loro attività. Attestati di solidarietà e di sostegno agli scioperanti sono arrivati dai lavoratori di alcuni zuccherifici e da organismi di pensionati, di insegnanti e di studenti, oltre che da organismi sindacali di altri paesi (Iraq, Svezia, Rete sindacale internazionale di solidarietà e di lotta, etc.)

Questa lunga agitazione meriterà un’analisi più ampia e dettagliata ed una messa in prospettiva – nella storia della lotta di classe in Iran i consigli operai hanno avuto un ruolo di grande rilievo (com’è documentato da Assef Bayat, in Workers & Revolution in Iran, Zed Books). Per intanto, però, cominciamo a portare a conoscenza di chi frequenta il blog un paio di comunicati del Consiglio organizzativo degli operai in sciopero. Leggeteli attentamente: c’è abbondante materia per vedere quali sono i meccanismi che strutturano in Iran il rapporto capitale-lavoro: meccanismi interamente e perfettamente capitalistici. Sui quali, certo, ha incidenza anche la politica (infame) delle sanzioni statunitensi e occidentali contro l’Iran; ma questa infamia imperialista non può portare a sconti, e tanto meno a silenzi, sulla natura anti-proletaria della cd. “repubblica islamica”, che sotto il mantello di un uso politico e borghese della religione islamica, ammette e favorisce sul suolo iraniano ogni forma di super-sfruttamento del lavoro.

L’impatto di questa lotta sulla vita sociale e politica iraniana è stato tale da costringere il presidente Rouhani e il ministro del petrolio Bijan Zanganeh a promettere che una soluzione sarà senz’altro trovata (dal governo), mentre l’ex-presidente Ahmadinejad ha colto al volo l’occasione per punzecchiare i suoi avversari al potere, affermando in una lettera a sostegno degli scioperanti che “ignorare le proteste di coloro che hanno adoperato tutte le forme usuali (ammesse) per esprimere le loro rivendicazioni bloccate, non avrà buone conseguenze”. Sta di fatto che i lavoratori in sciopero stanno dando vita ad un vero (molto complicato) processo di auto-organizzazione, e non vogliono saperne dei “consigli islamici” e del “sindacalismo” di stato.

I due comunicati del Consiglio per l’organizzazione degli scioperi li abbiamo ripresi dal sito web Hands Off the People of Iran che, nonostante l’espressione di posizioni campiste che non possiamo fare a meno di respingere nel quadro di una lotta autenticamente internazionalista e proletaria, rimane un ottimo serbatoio di fonti documentali per quanto concerne la regione. Il materiale in in lingua inglese e in lingua francese è invece pubblicato da The Bullet e da Pasado y Presente do marxismo revolucionario (a cura di Luc Thibault).

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Dichiarazione del Consiglio per l’organizzazione delle proteste dei lavoratori a contratto del settore petrolifero

Noi, lavoratori a contratto nelle raffinerie, nell’industria petrolchimica e nelle centrali elettriche, abbiamo scioperato il 20 giugno, come avevamo annunciato. Decine di migliaia di nostri colleghi sono attualmente in sciopero e coloro che sono dipendenti a tempo indeterminato nell’industria petrolifera si riuniranno a noi in luglio. Nel frattempo, nello stesso periodo, abbiamo ottenuto il sostegno dei lavoratori del porto di Assaluyeh. Finora, stiamo andando bene e accogliamo con favore tutto questo sostegno.

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G-7/G-20 in Venice: the great farce of “global fiscal justice”


The male and female bosses of finance and major powers around the world have chosen the stage of Venice to play the farce of “global tax justice”.

We are talking about farce because it is the same powers (IMF, central banks, OECD, G-7 governments) that for 50 years have changed the tax legislation of all countries to reduce the taxation of agricultural, real estate, industrial, commercial, financial capital, and creating the conditions whereby the larger, more global and speculative businesses are, the less taxes they pay. They have allowed also the so-called “tax havens”, allowing multinational corporations to make you “disappear” every year a little thing like 250 billion in profits – and increasing exponentially, everywhere, the state debt.

Now these male and female bosses are playing the part of the “repentant”, setting up – for 2023 or 2024 – a “super tax” on multinationals of 15%. In Italy a worker, a secretary, a bus driver pays at least 23% of their wages in Irpef (tax on personal income), and the average total levy on their wages is around 43%. The “supertax” (?!?) on Amazon, Google, Stellantis, Pfizer, Luxottica, Eni, Benetton, FedEx, etc. instead, it would be 15%… but – beware – only if their profits exceed 10% of turnover. So Amazon has said it is safe, and specialists in tax avoidance and evasion (so as Tremonti, ex-minister of economy) are at work everywhere to minimize the damage, if indeed the tax were to be introduced.

The farce has a target: male and female workers who sweat their lives, and have to face a present and a future that is increasingly full of precariousness, uncertainties and sacrifices. The great powers, who know that they are increasingly delegitimized by repetitive crises, by the criminal management of the pandemic (which has capitalist origins in all its aspects), by the unprecedented polarization of social wealth, are trying to recover ground with this shameless staging: they, the guardians, the servants of the capitalists, disguise themselves today – oh yes! – as passionate lovers of “social justice”.

That it is a farce is also proved by the tax program of the Draghi government made of the abolition of IRAP (in favor of companies), easing the levy on financial income (in favor of the gnomes of finance), no changes to the land registry (great gift to building owners). And if by chance the farce does not succeed in taking the public for a ride, down a beating with the state and private police forces.

Young people, workers, workers of the “tide”,

the story of the global tax authorities that for 50 years has been detaxing parasites of all reams, and burdening those who earn their living with their work with tax burdens, is only one aspect of a social system which is leading us towards a chain of ecological, health, economic, social, war (just think of the 70 years of ruthless war against the Palestinians) disasters, of which we are only seeing the first signs.

We will not be able to stop this course of global capitalism with petitions, appeals, prayers that the G-7 and the G-20 become wise and just, changing their nature and function. The only possibility we have is to organize ourselves, to fight together, without fear, against the great powers responsible for the exploitation of human labor, wars, the plundering of nature, pollution, all forms of social inequality, racism, and taking the fight to the end. Either they win, or we win: there is no third way. And the next appointment here in Italy is the great general strike against the bosses, the Draghi government and the European Union, in the autumn!

Standing Committee against wars and racism
piazza Radaelli 3, Marghera

comitatopermanente@gmail.comhttp://www.ilpungolorosso

18 giugno: sciopero nazionale della logistica – SI Cobas (italiano – english)

IL 18 GIUGNO E’ SCIOPERO NAZIONALE NEL SETTORE TRASPORTO-MERCI E LOGISTICA!

Lo sblocco formale dei licenziamenti è oramai alle porte.

Per volontà del governo Draghi, tra l’estate e l’autunno centinaia di migliaia di proletari verranno buttati per strada, andandosi ad aggiungere ai quasi 950 mila precari e intermittenti che hanno già perso il lavoro durante quest’anno e mezzo di pandemia perchè non coperti dalla moratoria varata da Conte.

A questo massacro sociale già annunciato si aggiunge la totale liberalizzazione dei subappalti contenuta nel DL Semplificazioni.

I lavoratori della logistica in questi anni hanno sperimentato sulla propria pelle che i subappalti servono unicamente ad abbassare al minimo i livelli salariali e le tutele sui luoghi di lavoro, a creare una fitta barriera di intermediari tra i lavoratori e le aziende committenti per aggirare i contratti collettivi nazionali e alimentare i volumi d’affari dei caporali e della criminalità organizzata.

Le dimensioni dell’attacco frontale sferrato alla classe lavoratrice sono ben sintetizzate da ciò che sta avvenendo negli ultimi mesi all’interno della filiera Fedex-TNT, laddove i padroni hanno dapprima chiuso l’hub di Piacenza dalla sera alla mattina buttando per strada 272 famiglie, poi con la complicità di Cgil-Cisl-Uil hanno avviato un processo di internalizzazione che cancella tutte le conquiste ottenute dai lavoratori negli ultimi 10 anni, esclude i lavoratori affetti da patologie fisiche, introduce nei magazzini un clima di terrore ed estromette il sindacalismo di base (in primis il SI Cobas) dai tavoli di trattativa, sebbene questi ultimi rappresentino la maggioranza dei lavoratori.

In questa vertenza è apparsa in maniera chiara la completa subalternità del governo ai diktat padronali: alle innumerevoli richieste del SI Cobas di aprire un tavolo istituzionale col ministro Giorgetti, l’unica risposta è stata quella della repressione, come dimostrano le cariche effettuate all’esterno di Palazzo Chigi lo scorso 21 maggio e la sequela infinita di denunce, multe e fogli di via contro i lavoratori di Piacenza in presidio fuori ai magazzini milanesi.

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Piena solidarietà allo sciopero generale del proletariato palestinese e alla lotta dei palestinesi (italiano – arabo – inglese) – SI Cobas


PIENA SOLIDARIETA’ ALLO SCIOPERO GENERALE DEL PROLETARIATO
PALESTINESE!


Il SI Cobas esprime tutta la propria solidarietà alla lotta del popolo palestinese contro lo stato oppressore di Israele, e con lo sciopero generale indetto nella giornata di oggi 18 maggio, che ci auguriamo abbia un grande successo.


Da parte nostra abbiamo organizzato/partecipato in diverse città d’Italia (da Milano a Bologna, da Venezia a Napoli) a manifestazioni di solidarietà con il popolo palestinese, contro lo stato di Israele e i massacri e le distruzioni su Gaza, contro la pulizia etnica portata avanti in Gerusalemme e nei territori occupati, contro i pogrom anti-arabi da parte delle
squadracce dei coloni, e anzitutto contro la complicità e il supporto che il governo italiano e lo stato italiano danno da decenni al colonialismo israeliano.


Siamo contro ogni forma di oppressione, sia del capitale sulla classe lavoratrice, sia di uno Stato (del capitale) su un intero popolo, come accade in Palestina. Come sindacato multinazionale, che ha tra i suoi membri molti lavoratori arabi, la questione della liberazione del popolo palestinese ci sta particolarmente a cuore.


Siamo impegnati con tutte le nostre forze affinché il movimento operaio internazionale appoggi la lotta del popolo palestinese, perché solo i lavoratori di tutti i paesi possono essere dei vostri veri e sinceri alleati, senza fare quei giochi sulla pelle e sul sangue dei palestinesi, in cui sono specializzati le grandi potenze imperialiste e molti stati arabi e
medio-orientali che opprimono i propri lavoratori, o altri popoli senza nazione.

Sindacato Intercategoriale Cobas


Sede Nazionale e Legale: via Bernardo Celentano, 5 – c.a.p. 20132 Milano (MI) tel. 0236753481 fax 0236753416
sito web: http://www.sicobas.org PEC: sicobas@legalmail.it e-mail: coordinamento@sicobas.org
Sede di Napoli: via Carriera Grande, 32 – c.a.p. 80139, tel. 081.18748436, e-mail: sicobas.napoli@gmail.com

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18 maggio, sciopero generale in Palestina, dal fiume al mare!

Abbiamo postato ieri sera (17 maggio) questo testo che presenta l’annuncio dello sciopero fatto dal Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, con alcune nostre considerazioni che vanno al di là della giornata di oggi.

Possiamo ora aggiornarlo con le notizie che ci stanno arrivando dalla Palestina, e parlano di una riuscita totale – le immagini disponibili riguardano, per ora, al Quds (Gerusalemme), el Khalil (Hebron), Nablus, Ramallah, città deserte per la adesione plebiscitaria allo sciopero, animate solo perché solcate da affollati e arrabbiati cortei, in alcuni casi con folta partecipazione di giovani donne. Diversi dimostranti sono particolarmente contenti perché questo è il primo sciopero generale che ha riunito tutti i lavoratori palestinesi della Palestina storica dopo quello del 1936 contro il colonialismo britannico.

Nella giornata di domani 18 maggio è stato convocato uno sciopero generale dei lavoratori palestinesi dell’industria, dei trasporti, dei servizi, in tutta la Palestina storica, per rispondere con una grande mobilitazione corale di massa alla nuova sanguinaria aggressione dello stato di Israele alla popolazione di Gaza, dove i feriti si contano già a migliaia e i morti, di ogni età, a centinaia, e per rispondere ai nuovi affondi della pulizia etnica messa in atto da anni dai governi Netanyahu e dalle bande dei coloni ultra-sionisti, protagonisti a Jaffa e altrove anche di linciaggi a morte di palestinesi e di distruzione dei loro negozi e abitazioni, in stile paranazista.

Ma questo sciopero generale va molto al di là della drammatica contingenza odierna, perché rivendica a gran voce, con la forza di un’azione di massa quale non se ne vedeva una pari da oltre due decenni (e che dovrebbe coinvolgere dentro i confini formali di Israele oltre un milione e mezzo di palestinesi), la totale liberazione della Palestina dal dominio coloniale di Israele. Un obiettivo rivoluzionario che impatta con tutto l’odierno ordine internazionale del capitale, tant’è che non c’è un solo stato nel mondo, uno di numero!, che faccia eco a questa rivendicazione.

La mossa di Erdogan di dare dell’assassino a Biden perché complice di Israele (ovviamente l’accusa ci sta), è un gioco troppo sporco per essere davvero credibile, dal momento che le mani di Erdogan sono altrettanto sporche del sangue di quella popolazione oppressa del Medio Oriente, la massa dei curdi senza proprietà e senza nazione, che ha una vicenda storica per molti versi rassomigliante a quella palestinese; per non dire, poi, delle relazioni accortamente dissimulate in altre aree che la Turchia di Erdogan ha con lo stato di Israele (e con la Nato), o delle sue “relazioni” con la classe operaia della Turchia.

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