Né Brexit, né Remain

 

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Opposizione intransigente ai promotori dell’una e dell’altra truffa!
Diversi compagni e compagne ci hanno chiesto: nel referendum in Gran Bretagna avreste appoggiato la Brexit oppure il Remain? Abbiamo risposto implicitamente a questa domanda due anni fa nel n. 2 del “Cuneo rosso” in un articolo che si può leggere qui: Uscire dall’euro (def.) Lo facciamo ora in maniera esplicita, molto in breve.

La campagna referendaria in Gran Bretagna è stata su entrambi i fronti, Brexit e Remain, voluta e saldamente diretta dalle destre, in difesa, su entrambi i fronti, di evidenti, anche se parzialmente contraddittori, interessi capitalisti e imperialisti. I promotori del Brexit puntavano e puntano ad un recupero di ‘sovranità’ e di libertà di manovra (specie in Asia e nel mondo arabo) di una Gran Bretagna dalla rinnovata potenza imperiale. I promotori del Remain sostengono, invece, che gli interessi finanziari, diplomatici e militari del capitalismo britannico, il suo ruolo di primo piano nel mondo, si possono meglio promuovere all’interno della UE, tenendo dentro di essa la posizione defilata e ricattatoria assunta fin dall’inizio. Non a caso i capofila dell’uno e dell’altro schieramento sono boss del partito conservatore, o fuoriusciti (a destra) dei conservatori, quali l’amico di Grillo e dei 5S Farage.

Ecco perché bisognava, e bisogna, attaccare come anti-proletarie l’una e l’altra ‘soluzione’, rivolgendosi ai lavoratori abbagliati dalle une e dalle altre sirene, tutte e due ingannevoli e funeste, affinché aprissero gli occhi, e non si lasciassero portare allo sbando e al macello né dall’abbinata Cameron/UE, né da quella non certo preferibile Farage/Johnson [o Michael Gose, o Theresa May ecc.]. Continua a leggere Né Brexit, né Remain

Europa. Competizione globale e lavoratori poveri, di L. Pradella

[English Version]

La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.

La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.

La crisi sta minando il “modello sociale europeo”, e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri – lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà – è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.

Alcuni critici sostengono che l’austerità è assurda e contro-producente, ma i leader europei non sono d’accordo. Durante l’ultima tornata di negoziati con la Grecia l’estate scorsa, Angela Merkel ha dichiarato: “Il punto non sono alcuni miliardi di euro – la questione di fondo è come l’Europa può restare competitiva nel mondo.” C’è del vero in tutto questo. Quello che la Merkel non dice è che i lavoratori in Europa, nel Sud dell’Europa in particolare, competono sempre di più con i lavoratori del Sud del mondo. L’impoverimento e l’austerità in Europa sono le due facce della stessa medaglia, e riflettono una tendenza strutturale all’impoverimento e profondi cambiamenti dell’economia globale.

In una società capitalista i profitti provengono dal lavoro-vivo. L’aumento della produttività non è finalizzato a migliorare i livelli di vita, ma ad abbassare il salario relativo, ossia la differenza tra il valore prodotto e il valore appropriato dai lavoratori. L’accumulazione di capitale tende perciò a una crescente polarizzazione tra povertà e ricchezza, una polarizzazione che può coesistere con un aumento dei livelli di vita per alcune sezioni della classe lavoratrice.

Questa dinamica e il rapporto sociale tra lavoratori e capitalisti su cui essa si basa, però, non sono confinati all’interno dei confini nazionali. Per Marx l’impoverimento non è solo una questione di salari reali della classe lavoratrice nel Nord del mondo: l’impoverimento riguarda aspetti quantitativi e qualitativi delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori alla scala globale piuttosto che nazionale.

L’espansionismo economico e militare è parte integrante dell’accumulazione capitalistica. Mediante gli investimenti esteri e le migrazioni esso permette di espandere a livello globale l’esercito industriale di riserva e la forza-lavoro sfruttabile. L’espansione dell’esercito industriale di riserva permette al capitale di abbassare i salari e di prolungare la giornata lavorativa, riducendo così la domanda di forza-lavoro ed ingrossando ulteriormente la riserva di forza-lavoro, in un circolo vizioso di super-sfruttamento e disoccupazione/sotto-occupazione dispiegato alla scala globale.

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I cittadini del mondo contro i muri del capitale

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo:
 
Si crepano i fili spinati e le mura del sistema sotto la spinta dei popoli.

L’esodo, da terre distrutte dall’egoismo del sistema capitalistico, dalle sue guerre e dai suoi governi, è inarrestabile, travolge gli steccati dell’ipocrisia, della bugia e della violenza di chi fa profitto su morte e povertà, su sfruttamento dell’uomo ed avvelenamento del territorio.

Polizie armate, lager, che ora chiamiamo centri accoglienza, barconi fatiscenti, fortini a difesa di confini inventati e di differenze criminalizzate, non fermano quella marea umana, molto più umana dei vari Merkel, Renzi, Schauble, Tsipras, Rajoy, Hollande, Lagarde, che fa delle parole libertà, pace, fratellanza, amicizia, sacrificio il viaggio di una speranza utile al mondo intero.
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من السخرية إعلان الحرب .. الحروب. لبيترو باسو

[Fonte: http://almothaqaf.com/index.php/books/895772.html – Versione ITA, Una pagliacciata che annuncia guerra, anzi guerre – P. Basso]

EuImperialism

مهزلة دق طبول الحرب، الحروب. تحت لواء ما يمكن تسميته بـ”العمل الجماعي الجاد” الذي تمت المصادقة على إنجازه من طرف حكومات الاتحاد الاوروبي أواخر الشهرالمنصرم، للإجابة على سؤال مأساة المهاجرين الافارقة الذين لقو حتفهم في 19 أبريل بقناة اشبيلية، ليس سوى أحجية ساخرة، لأن مسلسل الاجتماعات “الرفيعة المستوى” المنعقدة بشكل مكثف ما هو إلا صفقة بين مختلف دول الاتحاد الاوروبي على مكان “إيواء” 20.000 (!!!) من طالبي اللجوء، الذين تمت ضيافتهم في مخيمات اللاجئين خارج الاتحاد الاوروبي، وعلى كيفية “إعادة تشغيل”طالبي اللجوء المتواجدين قبلا على الأراضي الاوروبية. 20.000 هو رقم سخيف، لأن عامة اللاجئين الفارين من ويلات الحروب والحروب الأهلية يعد بالملايين مقارنة مع تلك المجموعات الضخمة التي انزاحت في اتجاه اوروبا والقادمة من الأراضي الافريقية و الشرق متوسطية،) حيث يصل عددهم في ليبيا لوحدها إلى 500.000 لاجئ، حسب مبعوث الأمم المتحدة، Leon B.ب . ليون (فلماذا يكون عدد طالبي اللجوء مقتصرا فقط على 321.800 طلب كمجموع يتوزع بين كل من المانيا والسويد وايطاليا لسنة 2014.”القرار الانساني” بإيواء 20.000 طالب لجوء “مع الحاجة الماسة للحماية الدولية” تضم في جوهرها قرار تكثيف جهود الحرب على اللاجئين والمهاجرين التي تتسع أكثر، كما يبدو، على النطاق الاقليمي. مثل سخيف ومقرف أمر التفاوض على معايير حصص طالبي اللجوء النازحين من مختلف البلدان. المفاوضات المفروضة، منتشرة في فنون الرأي العام الذي يعتبر اللاجئ تكلفة على دول الاتحاد تحمّلها، حيث أنهم يشكلون :

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Sassi nello stagno. Il n. 2 del Cuneo rosso

no future new future

Lo scorso novembre è uscito il n. 2 del Cuneo rosso, Crisi globale e scontro di classe in Europa. La redazione del Cuneo in queste settimane sta presentando il n. 2 in giro per l’Italia, in assemblee che saranno di volta in volta segnalate in questo blog. Qui potete trovare una presentazione sintetica della rivista, e di seguito la Prefazione al n. 2.

Qualche sasso nello stagno
In questo secondo numero de “ilcuneorosso” ci occupiamo di Europa e di Italia, del capitalismo europeo e italiano, e soprattutto dei proletari europei e italiani, delle loro condizioni, delle loro lotte (o non lotte), delle sfide che hanno, che abbiamo davanti.

Il dato obbligato da cui partire è la grande crisi in cui Europa e Italia sono precipitate. Proviamo qui a comprenderne le radici, le caratteristiche, le prospettive. E a fare i conti con la fine di un’epoca, l’epoca del “compromesso sociale” del secondo dopoguerra.
In Europa e in Italia, giorno dopo giorno, si sta intensificando la guerra di classe.
Guerra di classe, non la “normale” lotta di classe, perché il progressivo inasprimento del conflitto sociale in atto è già arrivato in una serie di paesi e di aspetti, a livelli di durezza sconosciuti da decenni, e promette di superarli. Per ora questa guerra è condotta prevalentemente dall’alto: dai capitalisti, dai loro governi, dai loro stati contro i proletari. Davanti all’asprezza dello scontro, i proletari più “stabili” recalcitrano a scendere in campo per l’illusione, non ancora morta, di poter limitare i danni con qualche amaro sacrificio, per poi tornare a stare meglio. I più giovani e precari, invece, sono per ora troppo assorbiti dalla fatica di sopravvivere e troppo atomizzati per riuscire ad occuparsi collettivamente della risposta di lotta da dare. Sul ring sembra esserci al momento un solo pugile, libero di pestare il remissivo avversario, ad un passo dal k.o. per manifesta inferiorità.

È davvero così?

Sfidando l’evidenza immediata che ci dà sicuri perdenti, crediamo di no. Continua a leggere Sassi nello stagno. Il n. 2 del Cuneo rosso