Paolo Savona, l’usura legale/illegale e i “sovranisti”

paolo-savona-poses-for-a-picture-during-a-meeting-in-rome-1

E dunque la procura di Campobasso ha iscritto nel registro degli indagati il ministro Paolo Savona, assieme ad altri 22 soggetti del suo rango, per la imposizione di tassi usurari superiori a quelli previsti dalla legge quando era ai vertici del Banco di Roma, poi diventato Unicredit.

Una nuova macchia sull’eroe dei sovranisti di destra e di sinistra? Chi sa. Lui si difende dicendo che non aveva competenza sui tassi di interesse … La cosa è per noi irrilevante, perché chi come lui ha passato svariati decenni nella cupola del capitale bancario, ha esercitato per altrettanti decenni la funzione di usuraio legale (quasi sempre, in capo). Se a questa nobilissima funzione abbia poi aggiunto, occasionalmente, quella di usuraio illegale conta davvero poco.

Anche l’attuale edificante vicenda, che ricorda ai tantissimi smemorati di sinistra (forse provocando in loro qualche imbarazzo) chi realmente è stato ed è costui, avvalora quanto abbiamo scritto, con altri compagni, su tale figuro assurto di recente a personaggio dell’anno.

Lo riportiamo qui di seguito.

… uno degli spettacolini più grotteschi della lunga crisi istituzionale da cui è nato il governo Conte è stata la chiassosissima scalmana dei filo-grillini e/o sovranisti di sinistra, insorti come tarantolati contro Mattarella per il suo no a Savona ministro dell’economia. Forse hanno dimenticato il CV da autentico “uomo del popolo” di costui: Banca d’Italia, Confindustria, Banca nazionale del lavoro, Credito industriale sardo, Fondo interbancario di tutela dei depositi, Impregilo, RCS-Corriere della sera, Consorzio Venezia Nuova (quello della mega-speculazione sul Mose), Gemina, Capitalia, Banca di Roma, Unicredit, e quasi sempre con ruoli di vertice. Dimenticare questo “particolare”, per dei compagni, è imperdonabile. Hanno dimenticato, poi, che Savona è stato legato a triplo filo per decenni all’ultra-atlantista Cossiga (do you remember Gladio?) su incarico del quale si è occupato anche di servizi segreti. Critico verso la governance dell’UE e dell’euro, mai però verso i super-boss di Washington e New York – dimenticare questo, l’affiliazione di Savona al partito amerikano, per dei sovranisti coerenti, è imperdonabile. Hanno dimenticato, infine, l’avversione radicale di Savona al welfare e l’ossessiva insistenza con cui costui, nel suo libro Come un incubo e come un sogno, martella contro “la costante ricerca e difesa delle rendite” da parte dei lavoratori. E questo per dei keynesiani fanatici è altrettanto imperdonabile.

Squalificati. Come compagni, come sovranisti, come keynesiani*.

*Tratto da È un governo trumpista, piccolo, ma pericoloso]

Il Cuneo rosso – com.internazionalista@gmail.com

Brexit. Caos, sovranismi vari e la vera via d’uscita per i lavoratori

Esattamente un anno fa scrivemmo queste rapide note sulla Brexit un anno dopo:

Brexit: la festa appena cominciata è già finita …

A un anno di distanza tutte le tendenze segnalate si sono spinte ancora più in avanti, e il caos politico è diventato dominante con il governo May appeso ad un filo, dopo le diserzioni di Johnson e Davis, e le seconde possibili elezioni anticipate in un biennio (la Gran Bretagna si sta italianizzando…).

Su questa vicenda paradigmatica, i promotori dell’Ital-exit (di destra) come soluzione dei problemi dell’economia italiana e (di sinistra) come soluzione dei problemi dei lavoratori italiani, opportunamente tacciono. Bisogna capirli: quale truffatore è disposto a portare la prova di avere barato?

Per chi ci leggesse per la prima volta, mettiamo in chiaro che l’Unione Europea e la sua moneta (l’euro) sono, per noi, istituzioni della classe capitalistica, ed esprimono il tentativo di creare un polo imperialista autonomo, proteso a competere per il dominio sul mercato mondiale con gli Stati Uniti e, oggi, con il polo in formazione Cina/Russia. Per questa ragione siamo in totale contrapposizione con le forze europeiste (in Italia anzitutto il Partito democratico e Forza Italia) che vedono queste istituzioni come garanzia di “libertà e di benessere per tutti”. Niente di più falso!

Ma se la retorica europeista è completamente falsa, non per questo diventa vera la promessa dei promotori della Brexit o dell’Ital-exit: rompiamo la gabbia dell’UE o dell’euro e ci si spalancherà dinanzi l’Eden attraverso il recupero della “sovranità nazionale”… per una semplice, elementarissima ragione: uscire dall’UE e dall’euro non significa in alcun modo uscire dal mercato mondiale, sottrarsi alla dittatura spietata del capitale globale e dei suoi centri di potere. La Gran Bretagna – che ha una potenza capitalistica nettamente superiore all’Italia per prodotto interno lordo, e soprattutto per la centralità di Londra nel mercato finanziario internazionale e per il suo armamento nucleare – lo sta sperimentando in questi giorni: Trump la tratta a pesci in faccia da un lato, pretendendo una rottura totale con l’UE per accordare, forse, qualche apertura commerciale, mentre la UE alza la posta dall’altro, e il caos in Gran Bretagna cresce senza limiti…

Se i lavoratori britannici e quelli italiani vogliono uscire dall’attuale condizione di sfruttamento sempre più intenso, salari che si riducono, precarietà strutturale, impotenza politica, etc., hanno una sola via: ritornare alla lotta contro i propri sfruttatori – interni in primo luogo, ed anche “esterni” – tessendo legami di solidarietà e unità d’azione sempre più stretti con i proletari degli altri paesi. Tutte le altre ricette sono trappole mortali.

Lega-5S: Un governo trumpista, piccolo ma pericoloso. Contro cui lottare, senza se e senza ma

Related image

Ha ragione Bannon, lo stratega dell’elezione di Trump alla Casa Bianca: la formazione del governo Lega-Cinquestelle non è solo un fatto italiano, è anche, e forse soprattutto, un evento della politica mondiale perché preannuncia un terremoto in Europa. L’euforia per quello che considera un suo successo personale, lo ha portato a dire: “Avete dato un colpo al cuore della bestia dell’Europa” (si riferisce alla Germania) e ai “fascisti di Bruxelles” (la Commissione Juncker). Fatta la tara, rimane un dato di fatto che è sfuggito a tanti: intorno alla formazione del nuovo governo italiano Lega-Cinquestelle si è combattuto un furioso scontro internazionale, che dice molto sul nostro futuro.

Il furioso scontro tra Stati Uniti e Germania/UE

Del resto, nei giorni convulsi della crisi politico-istituzionale, Mattarella l’ha ammesso apertamente quando ha dichiarato: “io sono tenuto a tutelare gli interessi degli investitori italiani e stranieri, degli operatori economici e finanziari che hanno in mano i titoli del debito di stato e le azioni delle aziende”. Ovvero: il potere politico nazionale, e quindi la formazione del governo, è subordinato al potere dei mercati finanziari e dei capitali globali, che mi (a me-Mattarella) hanno imposto il veto a Savona come ministro dell’economia. Attenzione: i capitali globali, e non soltanto europei. La borsa di Milano è in mano a 4 potenze finanziarie, tre delle quali non sono né tedesche né francesi, bensì statunitensi – il fondo Elliot, la Berkshire Hathaway di Buffet e Blackrock, la più grande società di investimenti del mondo, che gestisce 6.000 miliardi di dollari -, mentre la quarta è il fondo sovrano della Norvegia, uno stato che non fa parte dell’UE, né ha l’euro come moneta. Continua a leggere Lega-5S: Un governo trumpista, piccolo ma pericoloso. Contro cui lottare, senza se e senza ma

Le elezioni del 4 marzo. Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni

In un contesto internazionale, europeo e medio-orientale carico di tensioni e di incognite, effetto di una grande crisi irrisolta, l’Italia va verso l’ennesima giostra elettorale. Il “popolo sovrano” è stato convocato alle urne: ha facoltà di scegliere tra la bellezza di 75 simboli. Le elezioni democratiche non hanno mai detto bene ai lavoratori anche quando, rarissimamente, i loro partiti le hanno vinte, o non le hanno perse. Restano, tuttavia, un indicatore degli umori e degli orientamenti dei diversi strati e classi sociali, e della capacità delle forze politiche di determinarli, indirizzarli, interpretarli. Perciò è il caso di chiedersi se in vista del 4 marzo c’è qualcosa di nuovo sotto il sole. Dal nostro osservatorio tre sembrano le cose interessanti, anche se non sono nuove, o del tutto nuove. Una sola sarebbe sorprendente davvero, ma è al semplice stato di ipotesi …

Un forte astensionismo

La prima è un forte astensionismo, destinato forse a allargarsi. I sondaggi lo danno oltre il 30%, con punte del 45% (almeno) tra i 18-24enni. Non è però un semplice fatto generazionale. La tendenza a non votare è particolarmente accentuata tra gli operai (vedi l’inchiesta di Griseri a Mirafiori) e negli strati sociali più precari ed emarginati, come accade da decenni negli Stati Uniti e in tempi recenti in molti paesi europei. In un’intervista al quotidiano on line Popoff (8 novembre 2017), un operaio della Marcegaglia di Milano ha descritto in modo lucido come stanno le cose tra gli operai di fabbrica:

«C’è un abisso enorme tra la percezione dei lavoratori e delle lavoratrici e la politica in generale. Intanto spesso identificano la sinistra, o addirittura il comunismo, nel Partito democratico, ma fondamentalmente covano una rabbia che non riesce a trovare sbocco e prospettiva in nessuna proposta in campo. Molta di questa rabbia nell’urna trova sbocco nel ‘voto di protesta’ al movimento di Grillo, altrettanto spesso la croce finisce per supportare la xenofobia leghista o peggio. Almeno il 50% non vota più perché non crede più a nessuno. A causa delle politiche sindacali degli ultimi anni, della frammentazione profonda dei sindacati di base, è diventata una rarità tra gli operai la consapevolezza della lotta quale strumento di emancipazione sociale, e nonostante ciò sono decine, centinaia e forse migliaia le vertenze che scoppiano in aziende di tutta Italia. Vertenze che non hanno né eco né rappresentanza né organizzazione. Tutto questo produce rabbia e senso di frustrazione che spinge verso una radicalità che la cosiddetta “sinistra” né paventa né organizza, ma anzi spesso rifugge [trattandosi di un compagno di Rifondazione, sa quello che dice – n.n.]. È in questo modo che il razzismo e il fascismo riattecchiscono nel tessuto proletario del nostro paeseContinua a leggere Le elezioni del 4 marzo. Arsenico, vecchi merletti e nuove questioni

Chantiers de l’Atlantique/Fincantieri …

Fincantieri: arruolati nella guerra alla Francia, o uniti nella lotta internazionalista ai padroni e ai governi di Roma e Parigi?

Due note sulla vicenda Fincantieri/Chantiers de l’Atlantique, a partire dai fatti.

I fatti sono noti. Macron ha deciso di nazionalizzare “a tempo” i Chantiers de l’Atlantique di Saint-Nazaire: non vuole che Fincantieri, che li ha appena comprati, abbia il controllo su di essi. Pretende che il controllo sia a metà: 50-50, invece che 67-33 a favore des italiens. Altrimenti, minaccia, non se ne fa nulla.

Immediata la reazione del boss di Fincantieri, Bono: “Siamo italiani ed europei, ma non possiamo accettare di essere trattati da meno dei coreani” (stava dicendo: da meno dei musi gialli, ma si è trattenuto per via dei grossissimi affari in ballo con la Cina). Altrettanto secco il ministro Calenda: “Non accettiamo di ridiscutere sulla base del 50-50”. Intorno, il coro della ‘libera stampa’ a suonare la stessa canzone, stesse note, stesse parole, ritornelli, etc., e gonfiare le vene del nazionalismo italiano, dell’orgoglio nazionale italiano contro lo sciovinismo francese e Macron, fino a ieri il bel salvatore dell’Europa, divenuto ora un secondo orrido Marine Le Pen…

Fin qui, niente di particolare, salvo una rettifica di una certa importanza da fare. Certo: è scontro tra stato-capitale francese/stato-capitale italiano, con la posta primaria delle grandi navi di lusso e, soprattutto, delle maxi-commesse belliche – lo chiarisce bene Bono: “I principali programmi militari sono quelli navali. Possiamo pianificare i prossimi 30 anni”. Ma, e di questo si tace accuratamente, è anche uno scontro capitale italiano-capitale italiano (per così dire) in quanto il grande alleato di Macron in questo tentativo di sabotare le intese precedenti è l’MSC di Aponte, un armatore italiano, che aveva tentato di mettere le mani sui Chantiers in cordata con la statunitense Royal Carribean International, senza riuscirci. E l’MSC non è un’azienduccia da nulla, è un gigante del trasporto navale, secondo nel mondo solo a Maersk. Dunque: lo scontro intorno ai Chantiers de l’Atlantique è un doppio scontro incrociato tra grandi pescecani del capitale globale, e le loro protesi politiche, che ha un preciso oggetto: la pelle da conciare dei lavoratori francesi, italiani e delle altre cento nazionalità del lavoro emigrato-immigrato, maggioritario tanto nei cantieri italiani di Fincantieri quanto a Saint-Nazaire (almeno 5.000 lavoratori immigrati e 2.700 lavoratori francesi), in vista di una contesa all’ultimo sangue con le rampanti imprese asiatiche, cinesi anzitutto.

Davanti a questo scontro, cosa avviene qui in Italia, a sinistra?

Calcato l’elmetto in testa, l’elmetto di guerra non quello anti-infortunistico, apre la mitragliata di dichiarazioni patriottiche Potetti, responsabile Fiom Fincantieri. Continua a leggere Chantiers de l’Atlantique/Fincantieri …