Se lo dicono loro. Sull’intervista al CEO di Intesa Sanpaolo

The Rise of the Inequality Industry | The Nation

I giornali sono quello che sono: disinformazione a go-go più che informazione. Le tv, anche peggio. Qualcosa di assai vicino alla spazzatura, senza offesa per la spazzatura. Però, spigolando, qualcosa di utile si riesce a trovarla.

Su la Repubblica di mercoledì 7 aprile, ad esempio, Carlo Messina, il capo di Intesa San Paolo, la prima banca italiana, afferma una cosa stuzzicante. Evidentemente assediato dai padroni delle massime industrie perché gli conceda nuovi maxi-prestiti, altrettanto preoccupato delle sorti del tessuto imprenditoriale minore ai fini della stabilità sociale, si lascia andare ad una stoccata velenosa contro alcuni suoi compari: “questi 200 miliardi [per le imprese, garantiti dal governo alle banche – n.] devono servire per pagare affitti, fornitori e preservare l’occupazione. E non a rafforzare imprese che finora si sono mosse egregiamente sui mercati. I proprietari di queste imprese – attenti, arriva il colpo – spesso imprenditori con notevole ricchezza accumulata in Italia o all’estero, dovrebbero lasciare le garanzie di Stato ai settori deboli e rispondere ad un altro imperativo morale. È l’ora di far tornare i loro soldi nelle aziende, ricapitalizzarle per contribuire ad accelerare il recupero del Paese”.

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La resa di Syriza non chiude la “questione greca”

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La Grecia è scomparsa, o quasi, dalle prime pagine. È prevedibile ci tornerà dopo le elezioni del 20 settembre. Ma non saranno certo le imminenti elezioni, quale che sia il loro esito, a risolvere la “questione greca”. Le sue coordinate, infatti, sono extra-parlamentari. Attengono alla crisi del capitalismo e ai rapporti di forza tra le classi. E sono già chiare da anni. Le vicende del referendum e del dopo-referendum, con la resa di Tsipras e di Syriza ai diktat della Troika e dei capitalisti greci, le hanno ulteriormente confermate. Perché dicono che nonostante la catena di lotte degli scorsi anni, e nonostante il rifiuto dei memorandum sia stato ribadito dalla vittoria del No al referendum del 5 luglio, per i lavoratori e i giovani deprivilegiati della Grecia la strada è ancora tutta in salita. Come lo è, del resto, per i proletari dell’intera Europa (e del mondo).

Qui in Italia diversi esponenti della extra-sinistra hanno tratto spunto dalle grandi difficoltà attuali del movimento di massa anti-memorandum, per spargere a piene mani disfattismo nei confronti della lotta dei lavoratori, in Grecia e ovunque, e per rilanciare un nazionalismo ‘sociale’, un social-nazionalismo, funesto per le sorti del proletariato. Abbiamo scritto queste note in polemica con loro, ma non certo per convincere loro. Il nostro intento è, invece, quello di promuovere il confronto, finora deficitario, tra quanti ricercano una via d’uscita dalla profonda crisi ideologica, politica e organizzativa in cui versa il movimento proletario su scala europea e internazionale senza nulla concedere al riformismo e al nazionalismo.

Il ‘caso greco’ e la resa di Syriza hanno dimostrato una volta di più che l’illusione di poter uscire da questa crisi a mezzo di elezioni e con il rilancio di politiche riformistiche, produce solo nuovi disastri, con l’effetto di rafforzare i sentimenti di sfiducia e rassegnazione già così largamente presenti tra i lavoratori. Discutere di questa resa può e deve servire a schizzare un percorso per la rinascita del movimento di classe (nel suo insieme) che non sia fondato sulle sabbie mobili. Lo scontro di classe in Grecia, infatti, non è qualcosa di a sé stante: è parte integrante dello scontro di classe in corso in Italia e a scala internazionale, e anticipa per molti versi ciò che sta per avvenire qui e in altri paesi dell’Europa. Tanto più ora che la crisi globale irrisolta sta tornando a riacutizzarsi con nuovo epicentro in Cina. Nell’attuale stato di nullità politica della classe lavoratrice, in cui la prospettiva rivoluzionaria del comunismo vive solo in piccoli aggregati di compagni scarsamente comunicanti tra loro, tracciare un cammino e formulare alcune indicazioni di lotta coerenti con l’obiettivo finale della rivoluzione sociale, è compito maledettamente difficile.

Ma proviamo comunque a porre qualche interrogativo relativo agli avvenimenti greci degli ultimi mesi: per ragionare di Grecia, ma anche della situazione italiana e di tutto il resto.

Procederemo formulando, appunto, tre domande:
1) Perché, dopo il referendum, Troika e capitalisti greci hanno stretto ulteriormente il nodo intorno alla gola dei proletari greci?
2) Perché Tsipras e Syriza hanno ceduto di schianto?
3) Cosa ne seguirà per Syriza e il conflitto di classe in Grecia, e qui da noi?
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