Genova: l’ospedale S. Martino alza bandiera bianca per carenza di personale – SI Cobas Sanità

GENOVA: L’OSPEDALE S. MARTINO ALZA BANDIERA BIANCA! POCO PERSONALE E GLI INTERVENTI CHIRURGICI “MENO URGENTI”SARANNO RINVIATI DI TRE MESI!

E’ un fatto gravissimo, una vera Caporetto sanitaria che incide sulla qualità della vita di tutti quei cittadini che pagano le tasse e si aspettano, in ritorno, di essere curati dal Sistema Sanitario Nazionale.

Poiché siamo in campagna elettorale subito partono le accuse a Toti, che, in quanto Presidente della Giunta Regionale, è il più ovvio responsabile di questa Caporetto sanitaria. L’accusa più tagliente che gli viene rivolta è quella di incapacità, dalla quale il rubicondo Presidente si difende con la supercazzola del “tranquilli: stiamo solo riorganizzando, ottimizzando, ecc.”.

Al nostro sindacato di far campagne propagandistiche per tirare la volata a qualche “partito amico” importa zero: la carenza di personale la denunciamo da anni, senza preoccuparci del colore politico di questa o quella giunta. E sappiamo che non è per “incapacità” che non si assume: è una scelta! Una scelta politica trasversale, che riguarda tutta la Sanità pubblica italiana e tutti coloro che la governano!

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31 MARZO: CON LA LOTTA DEI PORTUALI! NO ALLA GUERRA DEL CAPITALE! NO AI TRAFFICI D’ARMI! – SI Cobas Genova

La nave Bahri fa di nuovo scalo a Genova, portando nelle sue stive armamenti micidiali che alimenteranno il genocidio delle popolazioni sottoposte a bombardamenti devastanti, come avvenuto in Yemen, con migliaia di morti, distruzioni massicce delle infrastrutture di base (fognature, acquedotti, ospedali), sviluppo di epidemie (il colera in Yemen ha già fatto stragi di massa).

A foraggiare questo traffico infame sono tutti gli Stati, con in testa gli USA e i paesi europei, fra i quali uno dei primi posti è occupato dall’Italia, che ipocritamente “ripudia la guerra”… ma esporta armi alla grande e alimenta robustamente i conflitti quando servono gli interessi delle sue multinazionali, delle sue banche, dei suoi “oligarchi” (eh si, gli “oligarchi” ci sono anche qui…).

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Lo sciopero dei riders di Just Eat a Genova, Monza, Bologna e Torino – SI Cobas

RIDERS JUST EAT IN SCIOPERO: BASTA SALARI DA FAME E SFRUTTAMENTO, LOTTIAMO IN OGNI CITTÀ PER DIRITTI, SALUTE E DIGNITÀ

Una prima e importante giornata di sciopero interregionale si è svolta ieri, 22 Gennaio, nelle principali città del Nord Italia. I riders di Just Eat, organizzati con il SI Cobas, hanno deciso di condurre una prima giornata di mobilitazione unitaria a seguito degli scioperi di dicembre che, partiti da Torino e poi raccolti da Genova e Roma, avevano lanciato l’appello per una mobilitazione congiunta in più città possibili.

Appello che sorge, innanzitutto, dalla necessità di combattere l’accordo integrativo-truffa firmato da CGIL-CISL-UIL con cui si peggiora il contratto della Logistica: oltre che ai mezzi aziendali, allo stop con garanzia del salario in caso di maltempo, la divisione della città in zone di lavoro, è emersa in maniera preponderante la necessità di applicazione integrale del CCNL della Logistica e di essere inquadrati come drivers al livello G1 (9,64), e non con l’attuale inquadramento con cui si guadagna 7,50 lordi.

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La lotta sindacale dei riders Just Eat

Proponiamo qui sotto un pezzo del Si-Cobas in cui si descrivono le lotte dei riders attualmente in corso, la piattaforma di queste lotte, e l’obiettivo di una mobiltazione di carattere nazionale.

Ieri sera, per tutto il turno serale, diverse centinaia di riders organizzati con il SI Cobas, hanno scioperato a Roma e a Genova, paralizzando il servizio di consegna di Just Eat. La mobilitazione sorge dopo che i colleghi e le colleghe hanno deciso di raccogliere l’appello lanciato con i due scioperi dai riders di Torino.

Ad oggi, nonostante varie richieste di incontro, tra cui anche quella di un tavolo in Prefettura, l’azienda continua a far finta di nulla. Continua ad ignorare che i ciclofattorini si stanno iniziando ad organizzare e a lottare in tutta Italia per salario, diritti e dignità.

In particolare, nella piattaforma presentata all’azienda dalla nostra organizzazione sindacale e dai lavoratori, tra i vari punti emergevano questi:

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Luglio 2021. Ricordando Carlo e la repressione, ma non solo – Csa Vittoria

A distanza di 20 anni dalle giornate di Genova 2001 e dall’assassinio di Carlo Giuliani notiamo un “risveglio giornalistico” in alcuni esempi basato su una “sensibilità democratica” ma che ripropone, nella stragrande maggioranza dei casi, una narrazione falsata della realtà quasi a giustificare la barbarie e la disumanità della repressione, nelle modalità omicida e “sudamericana” di quei giorni, come contraltare alla “violenza” dei manifestanti.

La verità è però un’altra, e vogliamo solo ricordare, oltre all’assassinio di Carlo Giuliani e ai danni permanenti riportati dai feriti della Diaz sgomberata manu militari da una squadraccia fascista in divisa, ci sono state condanne a più di 10 anni per numerosi compagni e compagne incappati nella vendetta di stato, mentre invece la direzione dei massacratori ha fatto carriera sul sangue di centinaia manifestanti.

Nel 2001, insieme a decine di realtà territoriali e ad un pezzo del sindacalismo di base, avevamo contribuito a fondare il “Network dei diritti globali” anche aggregando strutture politiche, sindacali e antifasciste europee su posizioni di critica alla globalizzazione da un punto di vista di classe.

Questo aggregato ha rappresentato a Genova le opzioni anticapitaliste più coerenti e certamente non proiettate alla ricerca smodata di forme di rappresentanza istituzionale, come altri pezzi dell’allora movimento.

Quell’opzione politica però, con il suo concentramento in Piazza Da Novi, fu la prima piazza tematica spazzata via della trappola ben orchestrata ma, insieme alla denuncia della mattanza e della scientifica repressione applicata per fermare quel generico ma evidentemente pericoloso immaginario collettivo, non viene mai accoppiata una riflessione, un fare i conti noi tutti, con quelle giornate per evitare errori da non più ripetere. Per chi vorrà farlo.

In molti, parlando solo di repressione e di “Black block”, si sono dimenticati di analizzare quelle giornate da un punto di vista politico, nel sondare le speranze eterogenee espresse da quelle centinaia di migliaia di manifestanti che hanno continuato a marciare sotto i candelotti, nel verificare le ipotesi costitutive, qualora ce ne fossero state in senso compiuto e condiviso, o se fosse il mettere insieme una generica protesta.

Riproponiamo a questo proposito delle brevi riflessioni del 2019 su quelle giornate perché ci sembrano ben calzanti e precise. Proprio in quell’anno incominciava a sedimentare il percorso del Patto d’Azione Anticapitalista che ha dato vita, in seguito, all’ Assemblea dei Lavoratori Combattivi e crediamo quindi che gli “anticorpi” di Genova abbiano generato qualcosa di positivo.

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