Che fine ha fatto la “questione catalana”?

Oltre la Brexit, e il crescente caos che sta producendo nel Regno Unito, senza ovviamente che i lavoratori ne traggano il minimissimo beneficio, un altro tema è pressoché scomparso dai siti “sovranisti” di sinistra, ed è la questione catalana. E anche in questo caso, ci sono ottime ragioni perché coloro che vollero caricare l’opzione indipendentista di significati progressisti, antifascisti, anticapitalisti o addirittura socialisti, per non dire rivoluzionari, stiano in rigoroso silenzio. Infatti a quasi un anno dal referendum, alla confusione dominante a Madrid dove è nato un governo di minoranza in sostituzione del defunto governo Rajoy, fa da corrispettivo altrettanta confusione dentro il Junts per Cat, il partito di Puigdemont, dove si fronteggiano gli indipendentisti a tutti i costi e coloro che pensano invece a soluzioni di compromesso (per lo stesso Puigdemont l’indipendenza “non è l’unica soluzione”) con Madrid e il nuovo, fragilissimo premier Sanchez, già sconfitto sulla legge di bilancio (redatta in sostanziale continuità con la politica anti-operaia di Rajoy). In tanta impressionante confusione, la sola cosa certa è che alla guida delle istituzioni catalane si è insediato Joachim Torra, esponente della componente più conservatrice e razzista dell’indipendentismo, colui che è arrivato a definire i castellanohablantes – quelli che parlano spagnolo – “bestie in forma umana”; sulla scia, del resto, del suo ben più famoso predecessore Jordi Pujol che gratificò gli andalusi, che spesso sono proletari immigrati in Catalogna, come “individui anarchici che vivono in uno stato di ignoranza e miseria culturale”. Insomma: sciovinismo catalano a tutto campo!

Lo stesso “miracolo economico” spagnolo degli ultimissimi anni (questi sono tempi in cui basta un +2% o +3% del pil per far gridare ai miracoli…), costruito sui tagli alla spesa statale, la depressione dei salari e la precarietà, sta cominciando a perdere colpi, a cominciare proprio dalla Catalogna che già a fine 2017 doveva registrare una prima fuga di oltre 3.000 imprese e un calo del turismo. Esattamente come nel Regno Unito, dove comincia a risultare evidente, anche in Spagna e Catalogna la prospettiva “sovranista” non porta nella sua cesta doni e prosperità per i lavoratori, ma solo veleni e funeste divisioni, a esclusivo vantaggio della classe sfruttatrice di Spagna, di Catalogna e degli altri paesi europei, che di una classe lavoratrice divisa per linee nazionaliste ed “etniciste” può disporre a proprio piacimento.

Nel n. 2 del “Cuneo rosso”, quando cominciava appena a montare il chiasso indipendendista, prevedevamo che la sua ulteriore crescita non avrebbe facilitato in nulla, avrebbe invece complicato e ostacolato “la creazione delle premesse di una risposta proletaria adeguata alla durezza della lotta di classe dall’alto”. Il corso successivo dei rapporti tra le classi ha confermato in pieno questa nostra previsione. Negli ultimi anni, in parallelo con l’esplosione della “questione catalana”, vi è stato un impressionante calo degli scioperi e dei conflitti tra proletari e padroni, e solo il provvisorio rinculo dello scontro Madrid-Barcellona ha consentito alla protesta dei pensionati e delle donne, in primavera, di avere un po’ di respiro come proteste che hanno attraversato l’insieme del paese senza inquinamenti nazionalistici. Gli stessi tassisti che si sono mossi di recente contro Uber e l’arrendevolezza di Sanchez verso la multinazionale statunitense, hanno dato vita a proteste che hanno riunito Madrid, Barcellona, Siviglia, Bilbao …

Ecco perché pubblichiamo con piacere questa riflessione “a freddo” sulla questione catalana, che ci è pervenuta da un compagno che ha una conoscenza diretta della situazione spagnola e catalana, e ha fatto esperienza politica in organizzazioni di matrice trotskista. Possiamo non concordare con lui su questo o quel passaggio della sua analisi e delle sue proposte, ma sta di fatto che tutta questa vicenda ha avuto l’effetto pernicioso di rafforzare l’influenza delle ideologie nazionaliste dentro la classe proletaria. Chi si aggrappa alla “alternativa” Colau e alla sua ipotetica rete delle “città senza paura”, si aggrappa al nulla.

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Qualche dato sulla Catalogna

La densità di popolazione (n° di abitanti per ogni km2 di superficie del territorio) indica la capacità “attrattiva” di un territorio, naturalmente con le dovute cautele ed eccezioni. Continua a leggere Che fine ha fatto la “questione catalana”?

Grecia, Italia, Europa … morire per il debito di stato?

strike debt

Dall’inizio della crisi, in Grecia, in Italia e in tutta l’Europa i lavoratori, i giovani, i pensionati, i disoccupati sono bombardati dalle politiche di “austerità”, cioè di impoverimento di massa, per far fronte alla “necessità assoluta” di ripianare il debito di stato.

Ma chi sono i responsabili dell’enorme aumento di questo debito? Chi ne ha usufruito? I sacrifici richiesti che effetti produrranno sulle nostre vite? A che condizioni e con quali forze è possibile non pagare il debito di stato?

Giovedì 5 marzo ne abbiamo discusso con François Chesnais, autore di Debiti illegittimi e diritto all’insolvenza, e con la redazione del Cuneo rosso.

Intervento di F. Chesnais
Nel suo intervento introduttivo F. Chesnais si è soffermato sull’ultimo quarantennio e ha messo in luce la genesi del processo di finanziarizzazione dell’economia mondiale a partire dalla creazione a Londra del mercato dei petrodollari.

Ha spiegato che questo processo ha anzitutto preso alla gola i paesi dell’America Latina, il Messico per primo, e i paesi del “Terzo mondo”. In seguito il meccanismo della produzione del debito di stato e della produzione del debito privato (delle famiglie) si è esteso all’intera economia mondiale, un passo dopo l’altro e senza eccezioni. La creazione di veri e propri trusts dei creditori, a cominciare dal Club di Parigi, ha reso palese che a fronte di un debito che si accresce, e che ha continuato ad accrescersi ancor più rapidamente dopo lo scoppio della crisi, si è costituito un potere crescente delle istituzioni finanziarie e delle classi sociali che questo debito hanno monopolizzato. F. Chesnais si è soffermato anche, nel successivo dibattito, sulla “questione greca”. Continua a leggere Grecia, Italia, Europa … morire per il debito di stato?