1° Maggio. I lavoratori in lotta in tutto il mondo sfidano Covid-19 e repressione

Riprendiamo qui il Comunicato del SI Cobas sul 1° maggio nel mondo. Ci sarebbe molto da ragionare sulla polarizzazione sociale e politica in atto in particolare negli Stati Uniti che a noi sembra anticipare gli sviluppi prevedibili anche in altri paesi dell’Occidente. E, per altro verso, sullo svolgimento dello scontro di classe nei paesi arabi e in Medio Oriente , là dove i fatti libanesi sembrano anticipare l’inevitabile ripresa dello scontro di classe in Algeria, in Iraq, in Iran, in Sudan e a seguire. Torneremo su questi temi, perché anche se domina tuttora il disinteresse verso gli svolgimenti internazionali della lotta di classe, anche se va di moda l’insipida ‘sapienza’ geo-politica ‘di sinistra’, da questi svolgimenti dipende molto della nostra sorte.

Photos: Workers Across The World Mark May Day, Even During Coronavirus

La doppia crisi, sanitaria ed economico-sociale causata dalla pandemia da COVID-19, ha sottoposto i lavoratori e le lavoratrici di tutto il mondo agli stessi problemi: difendersi dal contagio e rischio della vita per sé e i propri familiari mentre si è costretti a lavorare, difendersi da impoverimento e fame per chi è rimasto disoccupato a causa della chiusura di attività.

Il Primo Maggio, la giornata internazionale di lotta dei lavoratori, ha colto i lavoratori di ogni paese e le organizzazioni sindacali nella condizione di non poter tenere le tradizionali manifestazioni; in gran parte dei paesi i governi, prendendo a pretesto la prevenzione del contagio, non hanno permesso di tenere neppure piccole manifestazioni nel rispetto delle misure di distanziamento sociale e con le mascherine.

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Fermiamo la corsa alla guerra

Quando i lavoratori di una azienda tessile del Veneto hanno ricevuto l’ordine di sostituire con urgenza le etichette “Made in Turkey” ai jeans da esportare in Russia, nessuno aveva pensato all’aereo russo abbattuto pochi giorni prima nei cieli siriani dall’esercito turco, o alla tensione crescente tra gli eserciti di mezzo mondo per accaparrarsi un pezzo della Siria.

Nessuno aveva pensato alla guerra, alle quotidiane stragi meccaniche, alle bombe lanciate sulle case e sui luoghi di lavoro, alle carneficine di milioni di uomini, donne e bambini in Medio Oriente. Così come non molti hanno pensato alle decennali guerre scatenate dall’Occidente nei quattro angoli del globo quando hanno visto arrivare nelle loro città centinaia e migliaia di profughi. Alla guerra non si riesce a pensare neanche quando si sentono rombare i motori dei caccia, carichi di morte, partiti dalle basi militari dietro casa.

Alla guerra si è pensato solo quando a Parigi si è sparato nel mucchio. “Siamo in guerra”, ci hanno urlato i governanti – mandanti ed esecutori di altre decine di guerre. L’epica di Stato e la retorica degli alzabandiere vogliono coprire il sangue, lo sporco, la dinamite, le montagne di corpi smembrati, le vite spezzate, con la celebrazione delle bombe democratiche e la cancellazione della sanguinosa catena di orrori del passato, per arruolarci in nuove guerre.
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La resa di Syriza non chiude la “questione greca”

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La Grecia è scomparsa, o quasi, dalle prime pagine. È prevedibile ci tornerà dopo le elezioni del 20 settembre. Ma non saranno certo le imminenti elezioni, quale che sia il loro esito, a risolvere la “questione greca”. Le sue coordinate, infatti, sono extra-parlamentari. Attengono alla crisi del capitalismo e ai rapporti di forza tra le classi. E sono già chiare da anni. Le vicende del referendum e del dopo-referendum, con la resa di Tsipras e di Syriza ai diktat della Troika e dei capitalisti greci, le hanno ulteriormente confermate. Perché dicono che nonostante la catena di lotte degli scorsi anni, e nonostante il rifiuto dei memorandum sia stato ribadito dalla vittoria del No al referendum del 5 luglio, per i lavoratori e i giovani deprivilegiati della Grecia la strada è ancora tutta in salita. Come lo è, del resto, per i proletari dell’intera Europa (e del mondo).

Qui in Italia diversi esponenti della extra-sinistra hanno tratto spunto dalle grandi difficoltà attuali del movimento di massa anti-memorandum, per spargere a piene mani disfattismo nei confronti della lotta dei lavoratori, in Grecia e ovunque, e per rilanciare un nazionalismo ‘sociale’, un social-nazionalismo, funesto per le sorti del proletariato. Abbiamo scritto queste note in polemica con loro, ma non certo per convincere loro. Il nostro intento è, invece, quello di promuovere il confronto, finora deficitario, tra quanti ricercano una via d’uscita dalla profonda crisi ideologica, politica e organizzativa in cui versa il movimento proletario su scala europea e internazionale senza nulla concedere al riformismo e al nazionalismo.

Il ‘caso greco’ e la resa di Syriza hanno dimostrato una volta di più che l’illusione di poter uscire da questa crisi a mezzo di elezioni e con il rilancio di politiche riformistiche, produce solo nuovi disastri, con l’effetto di rafforzare i sentimenti di sfiducia e rassegnazione già così largamente presenti tra i lavoratori. Discutere di questa resa può e deve servire a schizzare un percorso per la rinascita del movimento di classe (nel suo insieme) che non sia fondato sulle sabbie mobili. Lo scontro di classe in Grecia, infatti, non è qualcosa di a sé stante: è parte integrante dello scontro di classe in corso in Italia e a scala internazionale, e anticipa per molti versi ciò che sta per avvenire qui e in altri paesi dell’Europa. Tanto più ora che la crisi globale irrisolta sta tornando a riacutizzarsi con nuovo epicentro in Cina. Nell’attuale stato di nullità politica della classe lavoratrice, in cui la prospettiva rivoluzionaria del comunismo vive solo in piccoli aggregati di compagni scarsamente comunicanti tra loro, tracciare un cammino e formulare alcune indicazioni di lotta coerenti con l’obiettivo finale della rivoluzione sociale, è compito maledettamente difficile.

Ma proviamo comunque a porre qualche interrogativo relativo agli avvenimenti greci degli ultimi mesi: per ragionare di Grecia, ma anche della situazione italiana e di tutto il resto.

Procederemo formulando, appunto, tre domande:
1) Perché, dopo il referendum, Troika e capitalisti greci hanno stretto ulteriormente il nodo intorno alla gola dei proletari greci?
2) Perché Tsipras e Syriza hanno ceduto di schianto?
3) Cosa ne seguirà per Syriza e il conflitto di classe in Grecia, e qui da noi?
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Grecia. Facciamo arrivare la nostra solidarietà ai lavoratori e ai compagni della Grecia, contro l’internazionale del capitale, dell’usura e del terrore

Greece 2.7.2015
 
E dunque: i molti passi indietro fatti dal governo Tsipras rispetto alle posizioni di partenza non sono bastati a raggiungere un compromesso, fosse pure un compromesso al ribasso, con la Trojka. La gang FMI-BCE-Commissione europea non voleva il compromesso, bensì la resa totale con la sottoscrizione di un diktat perfino più pesante, se possibile, dei vecchi memorandum.

Poiché non ci piace la demagogia (neppure quella di estrema sinistra), dobbiamo dire che, a suo modo, il governo Tsipras – pur accettando la clausola capestro fondamentale dell’attivo di bilancio crescente (dall’1,5% al 3,5%) per gli anni fino al 2022 – aveva cercato di ridistribuire un po’ i pesantissimi sacrifici messi in preventivo, con un incremento di tasse sulle grandi imprese, sulla pubblicità, sulle licenze televisive e i beni di lusso. Le “istituzioni”, ovvero le istituzioni del capitale globale, dell’usura e del terrore, precisiamo noi, non ne hanno voluto sapere. Niente incremento delle tasse sui capitalisti e su quelli che possono vivere nel lusso; bisogna colpire solo e soltanto dall’altra parte: pensionati, lavoratori, disoccupati, giovani nati senza camicia, poveri, così imparano che lottare contro i comandi dei “mercati” e affidarsi ad un governo, in qualche modo, di sinistra non paga, anzi è controproducente.

Le ragioni per cui la Trojka è stata così inflessibile con Atene da alzare di continuo la posta e costringere Tsipras a “rompere” sono diverse e concatenate, e rispondono anche ad interessi discordanti tra loro, perché nella Trojka non c’è solo l’Europa, c’è anche – e quanto pesa! – il grande fratello/nemico che agisce da Wall Street e dal Pentagono.
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Il debito di stato è un debito di classe. Va disconosciuto e annullato

PDebtRiavvolgiamo un momento la pellicola degli ultimi anni. Roma 17 dicembre 2011, manifestazione per “dire no al debito e al governo Monti”. Un corteo non proprio immenso, come quello del 15 ottobre, ma egualmente significativo per il suo obiettivo politico: la denuncia del debito statale come arma padronale contro i lavoratori. L’appello del Comitato No debito aveva molti punti deboli, ne parleremo dopo. Ma aveva il pregio di opporre al governo Monti, gelido esattore dei “mercati globali”, una parola d’ordine forte: “non pagare il debito, far pagare la crisi alle banche, alla finanza internazionale e ai ricchi”.

A tre anni di distanza il nodo scorsoio del debito di stato (arrivato al 135% del pil) è più stretto che mai intorno al nostro collo, ma il rifiuto totale del suo pagamento è pressoché scomparso dalle manifestazioni. Anche da quelle della “sinistra alternativa”, e perfino dal dibattito pubblico. Qualche accenno qua e là al Fiscal Compact (nel caso dei Cinquestelle in chiave puramente demagogica), e poco altro. Per noi questo silenzio è uno dei tanti sintomi dell’arretramento del movimento di classe: normalizza l’espropriazione, l’oppressione del lavoro che avviene attraverso il pagamento del debito di stato. Per questo va infranto. Bisogna tornare a discuterne, ad indicarne le cause di fondo e gli effetti devastanti, a denunciarlo, a porre l’annullamento di esso come una fondamentale rivendicazione di classe.

Con questo testo intendiamo dare un contributo in tal senso, mettendo in chiaro: 1) quali sono le reali cause dell’attuale generale, esponenzialmente crescente, indebitamento degli stati europei e occidentali, a cominciare dallo stato italiano; 2) quali conseguenze politiche e sociali ha avuto questo processo, e a vantaggio di chi è andato e andrà il pagamento del debito di stato; 3) come né la moratoria, né la ristrutturazione, né il rifiuto parziale di esso, ma solo l’annullamento integrale del debito di stato corrisponde agli interessi degli operai e dei proletari.

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