L’Ucraina va alla guerra per noi, perciò va premiata a scuola

Vi ricordate gli esami del marchesino Eufemio che tradusse “esercito distrutto” in “exercitus lardi” ed ebbe il premio? [la filastrocca è di G. Belli]

Ebbene, il Ministero dell’Istruzione, da sempre primo responsabile della selezione di classe e di “razza” che la scuola italiana pratica, ha pensato di emanare un’ordinanza in cui richiede un’attenzione particolare per gli studenti ucraini che, “tenendo conto dell’impatto psicologico” (della guerra), meritano una valutazione comunque favorevole. Ancora meglio il passaggio successivo in cui si chiede agli esaminatori di tener conto “del livello delle competenze linguistico comunicative nella lingua italiana”. Il linguaggio, carico di ambiguità forse perché il funzionario addetto si sarà vergognato di essere più esplicito, il linguaggio, dicevamo, denota il punto di vergogna al quale è arrivata la propaganda bellicista di Stato. La consegna ministeriale, tradotta in chiaro, è questa: quali che siano i risultati effettivi degli studenti ucraini, vanno promossi.

Non metteremo certamente in dubbio – proprio noi!? – l’impatto psicologico terribile delle guerre (al plurale, però) sulle popolazioni, e tanto più sui giovani; né ci addentreremo qui in discorsi sulla selezione, il merito, le discriminazioni, in generale. Ci preme, invece, indicare la coerenza di questa decisione con il razzismo di Stato, che fa due pesi e due misure tra gli immigrati, chiedendo ai giovani delle popolazioni di colore tutte le possibili competenze linguistiche e grammaticali, comprensione del testo, storia italiana, enciclopedia e quant’altro. Coerenti fino in fondo anche nell’accoglienza: lager per i colorati, alberghi, famiglie e residence per le/i meritevoli ucraine e ucraini dai capelli biondi – fin che dura, eh. Fin che serve. Fin che, come Italia, come capitalismo italiano, si possono spendere soldi profittevolmente per questa operazione contando sugli utili a venire.

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Appello per una mobilitazione generale contro guerra e carovita

Un primo passo importante è stato fatto: nella riunione del 9 aprile a Roma le organizzazioni e i movimenti firmatari dell’appello che qui pubblichiamo hanno concordato su tutti gli aspetti principali dell’attuale scontro inter-imperialistico che si svolge sul teatro di guerra ucraino.

Ora è necessario ed urgente perfezionare il lavoro fatto ed innalzare il livello dell’attività in direzione di un coerente internazionalismo. Non è sufficiente disapprovare l’invio di armi all’Ucraina se poi si giustificano, in un modo o nell’altro, presunte difese della patria, o se si cerca di mettere in buona luce e giustificare uno dei due contendenti. Questa guerra non si fa né per difendere l’indipendenza dell’Ucraina, né per denazificarla; si fa solo per gli interessi di dominio e di sfruttamento di entrambi gli schieramenti iper-capitalistici contendenti (NATO/USA/UE/Italia da un lato, Russia e suoi alleati dall’altro) – interessi opposti a quelli dei proletari ucraini, russi, europei e di tutto il mondo (pensiamo alla crisi alimentare già in corso in alcuni paesi), che, a seconda dei casi, stanno pagando e pagheranno prezzi pesanti o terribili, chiunque sarà il vincitore. Ed è per questo che lo sforzo appena avviato deve proiettarsi molto oltre i confini nazionali verso collegamenti e iniziative di carattere internazionale e internazionalista. (Red.)

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PER UNA MOBILITAZIONE GENERALE CONTRO GUERRA E CAROVITA!

La guerra in Ucraina è l’ultimo tassello della crisi storica del modo di produzione capitalistico che sta portando l’umanità su di un piano inclinato fatto di scontri inter-imperialistici, escalation militare ed esplosioni a catena di contraddizioni che si intrecciano a livello globale sul piano economico, ecologico, finanziario, sanitario, politico. L’aggressione da parte della Federazione Russa è lo sbocco militare su larga scala di un conflitto che va avanti da anni, è frutto della feroce competizione per il controllo dei mercati, delle materie prime e delle reti di trasporto del paese e dell’espansione ad est della NATO. Il governo russo è stato disposto ad utilizzare l’invasione militare per tutelare gli interessi strategici dei monopoli del proprio campo nello spazio ex-sovietico, mentre USA, NATO e UE stanno combattendo una guerra per procura riempendo di armi e mercenari il governo ucraino – dopo aver sostenuto per anni nazionalisti e neonazisti in quel paese – e ostacolando qualsiasi soluzione diplomatica del conflitto. Per dare un contributo alla lotta contro la guerra – che non può che avere un respiro internazionalista – il nostro compito principale deve essere quello di lottare e denunciare le responsabilità del nostro governo, della NATO e dall’UE, del nostro imperialismo, e combattere contro il nemico in casa nostra.

L’Italia è già in guerra. Lo è con la fornitura massiccia di armamenti al governo ucraino, con il piano di riarmo e con l’aumento delle spese militari, con le migliaia di militari già stanziati con i contingenti NATO in Romania e nei Paesi Baltici, con la propaganda russofobica, con le politiche interne verso un’economia di guerra. Le conseguenze sociali in termini di costi materiali sono e saranno scaricate su lavoratori, lavoratrici e strati popolari con licenziamenti, precarietà, carovita, disoccupazione, l’abbandono anche della finta transizione “green” con il ritorno ad energie inquinanti, l’escalation repressiva e la criminalizzazione delle lotte per pacificare preventivamente il fronte interno.

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Afghanistan: gli affari d’oro dei big statunitensi della produzione di morte – Jon Schwarz

Per unanime ammissione dei diretti interessati (che avrebbero ogni vantaggio a negarlo), la guerra in Afghanistan si è conclusa, con una disfatta politico-militare, tale soprattutto per gli Stati Uniti, il paese-guida della coalizione occidentale.

Tuttavia c’è un comparto fondamentale dell’apparato industriale e di potere degli Stati Uniti che in questa guerra ha prosperato alla grande: è quello composto dai grandi gruppi dell’industria della morte. Ne fornisce una prova dettagliata l’articolo di Jon Schwarz, che riprendiamo da The Intercept nella traduzione di Giulia Luzzi.

Il militarismo, ha scritto Rosa Luxemburg, “appare al capitale un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione”. Nell’intera storia del capitalismo nessun altro paese ha puntato le sue chance di supremazia sul mercato mondiale sul militarismo quanto gli Stati Uniti. Tant’è che – come ricorda Schwarz – perfino un generale diventato presidente (Heisenhower) si sentì in obbligo, lasciando la presidenza nel gennaio 1961, di mettere in guardia dallo strapotere del complesso militare-industriale del suo paese. Nei sessant’anni successivi, però, questo complesso non ha fatto altro che ingigantirsi ulteriormente attraverso un impressionante seguito di guerre guerreggiate (Vietnam, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan sono state soltanto le più devastanti) o simulate (le “guerre stellari”), fino ad arrivare a coprire anche più del 50% della spesa militare mondiale (ora è “appena” al 39%). Ebbene, inizia ora ad essere evidente ad occhio nudo il rovescio della medaglia dei formidabili investimenti nelle tecnologie e tecnostrutture della produzione di morte e devastazione.

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Afghanistan: una disfatta storica degli Stati Uniti e dell’Italia. E ora? – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

1. Sconfitta, disastro, debacle, agghiacciante fallimento, vergognosa ritirata, una catastrofe dei nostri eserciti e dei nostri valori, una disfatta peggiore di quella subita da parte dei vietcong mezzo secolo fa: una volta tanto, la stampa dei regimi occidentali, detti comunemente democrazie, non ha indorato l’amarissima pillola che i signori della guerra di Washington&Co. hanno dovuto deglutire in questi giorni.

Molti commentatori sono sorpresi. Non riescono a spiegarsi come i sistemi militari, gli apparati di intelligence e la diplomazia di una coalizione così potente hanno fallito davanti ad un “gruppo insurrezionale” (i talebani) di qualche decina di migliaia di guerriglieri, che non aveva dietro di sé nessuna grande potenza né chi sa quale addestramento militare, dotato di un armamento in alcun modo paragonabile a quello dei volonterosi carnefici della Nato. È la sorpresa che colpisce metodicamente i guru della geopolitica, convinti come sono – per la loro ottusa ideologia – che la tecnologia bellica, il denaro e i servizi segreti decidano di tutto, e che nelle vicende della storia le masse sfruttate e oppresse contino zero.

Invece hanno vinto i talebani afghani. E l’impatto internazionale della loro vittoria è enorme. Perché, come ha osservato Mosés Naím, “incoraggerà tutti gli avventurieri [coloro che non si inginocchiano ai comandi statunitensi – n.] a sfidare il potere americano, intaccherà la fiducia degli alleati negli Usa, e rafforzerà la convinzione dei rivali autocratici come Cina e Russia di possedere un modello superiore alle democrazie”. È l’ennesima prova del fondamento materialista del nostro internazionalismo: la presa di Kabul, capitale di una nazione che è, per il suo Pil, al posto 106 nel mondo e intorno al posto 170 per Pil pro capite (quindi, uno tra i paesi più poveri del mondo), sta avendo e avrà un enorme impatto internazionale – per gli sconfitti, per i vincitori, e per quanti non appartengono a nessuna delle due schiere.

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La guerra nello Yemen, Kashoggi e i crimini dell’Italia, a supporto di Arabia saudita e Stati Uniti

Pubblichiamo qui un articolo di O. Hassan ripreso da “Alencontre” nel quale si dà conto, molto in breve, della devastazione portata in questo paese dalla guerra scatenata dall’Arabia saudita nel marzo 2015 contro una ribellione popolare che non è circoscritta alle sole popolazioni Houthi – e che è nata nella scia della grande sollevazione di massa (qui definita, impropriamente, “rivoluzione”) avvenuta in questo paese nel 2011, sull’onda delle sollevazioni tunisina ed egiziana. Abbiamo voluto sottolineare questo passaggio tratto da un rapporto internazionale: circa 14 milioni di persone rischiano di morire di fame. È la peggiore carestia al mondo da oltre 100 anni. Sedici milioni di persone non hanno accesso all’acqua potabile e 22 milioni di persone, il 75% della popolazione, dipendono dagli aiuti esterni. L’abbiamo fatto perché mostra quanto l’aggressione saudita e occidentale, che ha fatto finora decine di migliaia di morti essenzialmente tra i civili, abbia i caratteri di un’azione terroristica, di terrorismo di stato capitalista-imperialista, che non recede dinanzi all’approssimarsi di un vero e proprio genocidio.

Se gli Stati Uniti hanno di recente proposto una tregua, è esclusivamente perché si sono convinti che la guerra a terra è persa (lo Yemen è il Vietnam del regno saudita, dicono in molti), e sperano di poter riprendere influenza nel paese attraverso i mezzi diplomatici ed economici. L’efferato omicidio di Kashoggi, come ha rivelato il Daily Express alcuni giorni fa, ha molto a che vedere con questa guerra, poiché questo giornalista stava per rendere pubbliche le notizie in suo possesso sull’ampio uso di armi chimiche contro le popolazioni yemenite da parte dell’aviazione saudita. Una rivelazione che avrebbe messo in difficoltà, evidentemente, non solo la sanguinaria famiglia regnante e il suo rampollo favorito, ma anche i soprastanti occidentali che li guidano (Stati Uniti e Gran Bretagna in testa), e che nel caso della Siria hanno indossato la ripugnante maschera di protettori delle popolazioni massacrate da Assad e dai suoi amici proprio, tra l’altro, dall’uso delle armi chimiche.

Come si nota nell’articolo, però, anche Francia, Svizzera, Australia sono implicate a pieno nel sostegno bellico al regno saudita, pilastro della dominazione imperialista nel Golfo al pari dello stato di Israele.

E l’Italia? Come scrive G. Bongiovanni sul sito antimafiaduemila, nella guerra dello Yemen “gli assassini criminali sono anche italiani“. L’Italia, infatti, fornisce alla satrapia saudita sia bombe che armi leggere, oltre che il suo pieno appoggio diplomatico. E di sicuro tra gli impianti bellici italiani coinvolti ci sono quelli della Rmw Italia, appartenente al gruppo tedesco Rheinmetall Defence. Quale Italia? Quella del Pd del trio Renzi-Pinotti-Mogherini soltanto? No, anche l’Italia di Lega e Cinquestelle, ovviamente. Interrogata, la ministra della Difesa Trenta, imprenditrice/reclutatrice di milizie private, ha assicurato che controllerà “la regolarità del contratto tra Rmw Italia e i sauditi”… Cinica buffonata in perfetto stile grillino. Assassini sì, ma con tanto di regolare contratto.

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Yemen – Arabia Saudita: “Lo Yemen non esiste più”. La sua popolazione muore
Omar Hassan, Alencontre, 30/10/2018
English Version – Red Flag, 29/10/2018

La guerra condotta dall’Arabia Saudita [regno governato dalla dinastia di famiglia Saud dal 1932; ora preso in mano dal clan del principe ereditario Mohammed bin Salman, chiamato MBS] contro lo Yemen, ha devastato un paese già paralizzato dalla povertà diffusa e da una sistematica negligenza dei suoi governanti. Continua a leggere La guerra nello Yemen, Kashoggi e i crimini dell’Italia, a supporto di Arabia saudita e Stati Uniti