“Giochi di guerra” USA nel Sud-Est asiatico. Verso lo scontro con la Cina, di V. G. Limon e S. Yamada (Counterpunch)

The United Kingdom’s carrier strike group led by HMS Queen Elizabeth, and Japan Maritime Self-Defense Forces led by Hyuga-class helicopter destroyer JS Ise joined with U.S. Navy carrier strike groups led by flagships USS Ronald Reagan and USS Carl Vinson to conduct multiple carrier strike group operations in the Philippine Sea, Oct. 3, 2021. Photo: US Navy.

As China fortifies outcroppings in the West Philippine Sea into military bases, the US conducts “freedom of navigation” incursions by military aircraft and warships. In April, the US sent 5,000 troops to the Philippines for Balikatan war exercises, which ended on the day before Chinese President Xi Jinping’s virtual meeting with then Philippine President Rodrigo Duterte.

Riprendiamo da Counterpunch una denuncia di V. G. Limon e S. Yamada dell’azione sempre più aggressiva dell’imperialismo USA nel Sud-Est asiatico – che, al di là delle debolezze politiche di impostazione, ha un valore particolare perché è una denuncia dei piani di guerra del “proprio” imperialismo. Il fronte orientale, trascurato in Europa anche da parte della sinistra militante, è cruciale e si sta surriscaldando in misura crescente dallo scoppio del conflitto tra Russia ed Occidente in Ucraina. Gli autori danno un resoconto di alcune minacciose manovre di guerra compiute dagli Stati Uniti nell’area con il supporto di Filippine, Taiwan, Sud Korea, Okinawa, Giappone e Guam. Chiariscono come questa postura particolarmente aggressiva, incoraggiata da H. Clinton, risalga al 2011, in esplicita funzione di contrasto all’ascesa della potenza anche militare cinese. Al riguardo, diciamo per inciso, va infatti tenuta ben presente anche la risposta della Cina sul piano del riarmo e delle manovre belliche statunitensi, in particolare con la costruzione di sei gruppi da battaglia di portaerei da portare a termine entro il 2035su cui rinviamo a questa scheda.

L’articolo di Limon e Yamada denuncia il carattere ipocrita e antisociale di questi “giochi di guerra”. Per il primo aspetto, viene additato lo storico sostegno statunitense alle forze reazionarie filippine oggi incarnate dal presidente “Bongbong” Marcos, rampollo di una dinastia di – come altro chiamarli? – dittatori. Siamo esattamente in tema di autocrazie care all’Occidente. La retorica della pace e dei diritti umani viene così opportunamente smascherata. La corsa verso una guerra inter-imperialistica mondiale è vista come la quintessenza di quanto soprattutto nel Sud globale causa povertà, fame, malattie, facendo incombere uno scenario di distruzione totale. L’articolo ha poi il merito di evidenziare l’impatto anche ambientale delle manovre militari. Gli autori concludono dando voce ai movimenti ed associazioni democratici ed ecologisti che nelle Hawaii e nelle Filippine sono scesi in campo – iniziative che rischiano di venire soffocate. Cominciando a maturare la consapevolezza di quanto reale sia la prospettiva di un’ecatombe, dobbiamo lavorare allo sviluppo di un movimento organizzato e schiettamente internazionalista delle donne e degli uomini che vivono del proprio lavoro, che dichiari, finalmente, guerra alla guerra.

A strange group of visitors are arriving in Hawaiʻi: 38 battleships, four submarines, more than 170 aircraft, nine national land forces, and some 25,000 personnel from more than two dozen countries. These war machines come every other year to participate in the Rim of the Pacific (RIMPAC) exercises, the largest naval exercise in the world, hosted by the US Navy since 1971.

One contingent in these war games will stand out: a lone frigate bearing the name of Antonio Luna, the firebrand Philippine revolutionary army general who led the military resistance against invading US troops during the Philippine-American War. This warship will represent the present-day Philippine armed forces, now allied with, trained, and funded by its former military foe.

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