In Africa oggi c’è la colonizzazione 3.0, e finché non arriviamo quasi allo scontro di civiltà, non si risolverà nulla – intervista a Papis Ndiaye, del SI Cobas

In questa lunga, vivacissima intervista, Papis Ndiaye, uno dei lavoratori immigrati del SI Cobas protagonisti del ciclo di lotte della logistica, torna a più riprese sul processo di nuova colonizzazione dell’Africa (in particolare di quella occidentale) e sulla necessità, per mettere fine all’attuale stato di cose, di uno “scontro di civiltà”, o di un “quasi scontro di civiltà”, che noi interpretiamo così: di un grande scontro di tutte le masse oppresse e sfruttate dell’Africa con l’insieme degli attuali colonizzatori.

Faccio parte di una generazione che ha perso gli studi.

D.: Quando eri nel tuo paese (Senegal) hai mai partecipato attivamente a dei momenti di lotta, di azione collettiva per cambiare la situazione?

R.: Quand’ero all’università, ho lasciato gli studi perché sono arrivato all’università in un momento sbagliato: c’era una fase di riforme del sistema educativo. Quindi ho fatto uno sciopero della fame come studente, perché avevamo un rettore francese che voleva smantellare l’intero sistema universitario che avevamo. Vivevamo nel campus, come i college statunitensi. Avevamo l’alloggio all’università e andavamo a studiare. Lo Stato aveva introdotto uno “stato sociale” in cui lo studente aveva una borsa di studio minima per vivere e per aiutarci. Avevamo solo un’università in tutto il paese e quindi tutti gli studenti si incontravano in questa università. Avevamo le mense, gli alloggi, le facoltà lì. Cosa è successo? Il rettore francese voleva introdurre il sistema occidentale, tenere le facoltà dentro l’università ed estromettere gli studenti, disperdendoli in vari locali diversi, togliere gli alloggi e le borse di studio agli studenti… Quindi dovevamo arrangiarci o essere mantenuti dai genitori; aveva anche aumentato la tassa di iscrizione. Ci sono voluti quasi due anni per riportare la situazione come prima, il sistema educativo è stato fermo per quasi due anni… Come qua usiamo il termine “è tutto nero”, li usiamo il termine “gli anni bianchi”… Abbiamo avuto due anni bianchi in cui nessuno, dalle elementari alle università, è passato alla classe successiva, tranne nel settore privato. Sono morti parecchi studenti, parecchi! Un giorno abbiamo fatto una manifestazione in cui sono morti 16 poliziotti. E quindi la maggior parte della mia generazione, quasi tutta la mia generazione, ha perso gli studi. Ha partecipato alle manifestazioni, ma anche perso gli studi perché stando fermi due anni, non avevamo più una prospettiva migliore da realizzare attraverso gli studi. Quindi, tanti sono andati a cercare un lavoro, tanti hanno cercato di emigrare, tanti hanno cercato di arrangiarsi come potevano. Io faccio parte di questa generazione, di quelli che hanno perso gli studi per questo motivo.

Devi capire questo: [in Senegal] tutte le lotte e le manifestazioni sono represse. Quando ero all’università, c’erano dei giorni in cui ci svegliavamo e non dovevamo uscire dalle nostre stanze perché l’università era piena di militari, occupata dai militari. Chiunque scendeva, veniva ammanettato e mandato in carcere. Finivi in carcere senza avere fatto nulla, semplicemente perché quel giorno eri sceso dalla tua stanza. Per controllare il popolo, bisogna reprimere l’università. Perché è da lì che parte tutto.

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Trieste: il caso Franchi-Fornasir. La repressione di stato contro la solidarietà agli immigrati ed ai rifugiati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un post sul caso di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, colpiti dalla persecuzione di Stato per l’aiuto da loro prestato agli immigrati giunti a Trieste attraverso la rotta balcanica. Colpevole di avere difeso le proprie scelte sulla base di un preciso ideale politico (e non di carattere puramente umanitario o solidaristico), per la coppia si ipotizza ora il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il tema delle migrazioni meriterebbe un inquadramento un po’ più solido di quello che emerge in questo testo, ma la solidarietà militante ha la precedenza nella denuncia dell’accaduto. Governo Lega-Cinquestelle, governo Conte-bis, governo Draghi: è forse cambiato qualcosa su questo fronte?

All’alba di due giorni fa la Digos di Trieste è entrata in casa di Gian Andrea Franchi, 84 anni, per prendere possesso di prove atte a documentare il sospetto di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” che aleggia sulla sua persona e su quella della compagna Lorena Fornasir. La gravissima colpa di Lorena e Andrea è quella di recarsi ogni sera presso la stazione cittadina a soccorrere, con bende, medicine, e disinfettanti, i migranti che hanno superato la rotta balcanica, attraversando stati che usano la violenza sistemica come strumento di oppressione verso chi non possiede la giusta carta d’identità. Ma ancora più di questo, quello che ha mosso le nostre Istituzioni a scagliarsi contro Gian Andrea e Lorena è la loro volontà di rivendicare la politicità del loro impegno. Ovvero, la volontà di spiegare che il loro non è un semplice aiuto umanitario teso a lenire le sofferenze di persone che spesso hanno attraversato sofferenze fisiche, psicologiche ed emotive indicibili per arrivare a Trieste, ma è soprattutto una battaglia contro un sistema politico ed economico basato sul privilegio, sulla distruzione dell’ambiente, sull’impossibilità per larga fetta della popolazione di accedere alle risorse necessarie per vivere e di autodeterminare la propria esistenza. Chiaramente, non potendo usare il reato di umanità e nemmeno quello di solidarietà conflittuale, le istituzioni hanno dovuto ipotizzare “il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, incardinando l’inchiesta sull’ospitalità che Gian Andrea e Lorena hanno offerto ad una famiglia curdo-iraniana nel luglio del 2019. Famiglia che dopo il loro aiuto avrebbe avuto contatti con dei passeur, ovvero organizzatori di trasporti clandestini. Da qui il teorema che l’associazione Linea d’Ombra, nello specifico dei suoi fondatori, sarebbe coinvolta nel “traffico”.

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I Gilets Noirs in Francia occupano la Torre Elior, impresa leader nello sfruttamento dei Sans Papiers

di Gilets Noirs, 13 giugno 2019, fonte: dinamopress 

Dopo aver denunciato le politiche di rimpatrio della Francia con un’azione contro AirFrance all’aeroporto Charles de Gaulle, i collettivi di Migranti e Sans Papiers, riuniti sotto la sigla “Gilets Noir” tornano a farsi sentire con un’azione di blocco della sede dell’impresa Elior. L’altra faccia delle politiche di gestione dei flussi migratori sono quelle che consentono che i sans papiers siano messi a lavoro all’interno dei settori economici a più alto tasso di sfruttamento addirittura all’interno dei CRA (Centre Rétention Administrative), come avviene nell’impresa di ristorazione e pulizie Elior. Perché la produzione di clandestinità, come avviene anche in Italia, svolge una funzione precisa all’interno dell’economia e consente l’impiego dei migranti in tutti i segmenti inferiori del mercato del lavoro. Più di 400 Gilets Noirs si sono radunati sotto la sede di Elior, una delegazione è stata ricevuta dalla direzione e ha ottenuto che sarà esaminata una lista delle persone da regolarizzare. I Gilets Noir rilanciano con la loro mobilitazione, e annunciano che torneranno con altre azioni nelle prossime settimane.

Pubblichiamo di seguito il video e il comunicato dell’azione che si è tenuta ieri 12 giugno.

Oggi non siamo venuti a pulite la torre di Elior, oggi l’attacchiamo!

Attacchiamo la Défense perché è il cuore dell’imperialismo.

Qui ci sono tutti quei grattacieli che puliamo la mattina alle 6: quelli di Total e Areva che saccheggiano l’Africa, di Suez che ruba la sua acqua, della Société Genérale che ruba il suo argento e che finanzia l’inquinamento dell’Africa con le sue centrali a carbone, di Thalès che costruisce le armi con le quali loro fanno la guerra. Continua a leggere I Gilets Noirs in Francia occupano la Torre Elior, impresa leader nello sfruttamento dei Sans Papiers

Neocolonialismo, Razzismo di stato, lotte. Materiali dal Cuneo rosso, n. 3

dfw

Relazioni sul neocolonialismo come causa delle emigrazioni internazionali, sulla guerra permanente contro donne e uomini immigrati, scatenata dai governi e dalle istituzioni italiane ed europee, e sulla resistenza e le forme di lotta delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati in Italia e nel mondo – Presentazione del n. 3 del Cuneo rosso, 11 maggio 2019, Mestre.