Venezia, 20 maggio, san Geremia, ore 18.30. Presidio contro la guerra, dall’Ucraina alla Palestina, l’economia di guerra e il governo Draghi (arabo, inglese, francese)

L’industria bellica non è un assurdo, uno spreco, una cosa insensata in una società razionale e a misura d’uomo: la morte e la distruzione che essa porta indissolubilmente con sé risponde al bisogno di profitti, di accaparramento di materie prime sempre meno disponibili, di conquista di nuovi mercati, e alla contesa tra grandi potenze mondiali.

PROMUOVE IL COMITATO PERMANENTE CONTRO LE GUERRE E IL RAZZISMO DI MARGHERA.

Chi volesse aderire scriva al Comitato oppure ad arecspanantonio@gmail.com.

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Il favoloso mondo della Brexit, 2. Militarismo, militarismo, folle e sanguinario militarismo

Il succo del discorso della Truss è nell’attacco alla politica di Merkel e UE verso la Russia, da gettare alle ortiche subito per imbracciare una politica “assertiva” fatta di attacchi senza tregua al “barbaro” nemico, puntando al suo annientamento.

Uno degli argomenti forti dei piazzisti britannici della Brexit (e dei loro replicanti di destra e di sinistra italiani) è stato e rimane il recupero di sovranità economica e politica. Liberata dai vincoli di Bruxelles, Londra avrebbe, più o meno in breve, riconquistato il vecchio statuto di “regina degli oceani e intraprendente conquistatrice di mercati lontani”.

Noi formulammo, invece, tutt’altra previsione. Data l’asprezza del livello di scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico esistente, a crisi irrisolta, sul mercato mondiale, non poteva esserci alle viste, per la Gran Bretagna, nessun “recupero di sovranità nazionale”, semmai il contrario. E così è stato.

Dopo la Brexit, la pretesa dei gangster statunitensi di dettare legge nella loro riserva britannica si è fatta più arrogante che mai in tutti i campi, fino al punto da spingere “The Guardian” a ridicolizzare Johnson come “il barboncino di Trump”. Né le cose sono cambiate con Biden. La Gran Bretagna attende ancora segnali di fumo per quel trattato commerciale speciale con gli Usa a cui aspira, e che è assai difficile che arrivi, almeno fino al “giorno in cui l’Inghilterra busserà ancora una volta alla porta dell’Europa” (questa la pungente considerazione di Sergio Romano).

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La macchina bellica dello stato italiano, che ripudia la guerra – Giulia Luzzi

[Foto: Ansa; Marina Militare]

L’Osservatorio Mil€x[1] rileva che nel 2020 la spesa militare dello Stato italiano, è aumentata di oltre 1,5 miliardi di € rispetto al 2019, un incremento di oltre il 6% su base annua, ed equivalenti a 436€ per ogni cittadino italiano. L’aumento è dovuto sia alla crescita del bilancio del ministero Difesa che di quella con funzioni militari degli altri ministeri. Lo stato italiano la chiama ipocritamente “spesa per la Difesa”, visto che l’articolo 11 della sua Costituzione proclama di ripudiare la guerra.

Si tratta di una stima basata sulla Legge di Bilancio di fine 2019. Ma i consuntivi sono quasi sempre più alti, rispetto alle previsioni…[2]

Continuano ad aumentare gli investimenti per nuovi sistemi d’arma, quasi 3 MD di€, spesa registrata dal ministero dello Sviluppo Economico. A dimostrazione della compenetrazione e complementarietà di guerra ed economia, di morti e sofferenze umane e tutela dei profitti della classe borghese italiana, e internazionale.

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Venezia: una iniziativa sulla questione palestinese, molto riuscita

Mercoledì 28 novembre si è tenuta a Venezia, in un’aula di Ca’ Foscari, un’iniziativa sulla “questione palestinese oggi”, che ha avuto un’ottima partecipazione di studenti (soprattutto), di attivisti e di pubblico interessato.

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I relatori, Jamil Hilal (sociologo dell’università di Bir Zeit e militante della causa palestinese) e Jeff Halper, un antropologo israeliano fondatore di un movimento contro la distruzione delle case dei palestinesi, hanno svolto un’esauriente e aggiornatissima analisi della situazione in Palestina, e criticato senza mezzi termini il “settler colonialism” israeliano dalla sua nascita ad oggi, la politica di apartheid instaurata dallo stato di Israele contro i palestinesi, e la radicalizzazione in atto, con il governo Netanyahu e con il crescente peso politico del movimento dei coloni, di una politica di stato etnicista, di vera e propria pulizia etnica, di negazione dei diritti e perfino dell’esistenza stessa dei palestinesi (è stata richiamata l’espressione di I. Pappe, “genocidio incrementale”), che si è formalizzata con la decisione del 19 luglio di dichiarare Israele lo “stato nazionale del popolo ebraico”. Molto importante anche la denuncia del fatto che Israele testa sulle masse palestinesi i prodotti bellici di ultima generazione da vendere poi a scala mondiale per implementare il fulcro della sua produzione industriale che è costituito dalla produzione bellica e di apparati securitari di spionaggio e controllo delle popolazioni. Continua a leggere Venezia: una iniziativa sulla questione palestinese, molto riuscita