Contro l’islamofobìa, arma di guerra – II. Il falso mito dell’Islam conquistatore e colonizzatore (italiano – arabic version)

The need to overcome Islamophobia | Op-eds – Gulf News

Mentre ai confini tra Bielorussia e Polonia va in scena l’immondo spettacolo dei regimi borghesi europei dell’Est e dell’Ovest uniti nella guerra agli emigranti afghani, siriani, iracheni…; mentre in Francia, sotto la benedizione del potente miliardario Bolloré, sale la candidatura alla presidenza della repubblica di Eric Zemmour, che accusa gli immigrati musulmani di voler “ricolonizzare la Francia” e di essere i principali vettori del “Grand Remplacement” (la grande sostituzione etnica) dei francesi veri con la “melma d’importazione”, i cui figli sono “ladri e assassini”; mentre in Gran Bretagna l’uccisione del deputato David Amess e l’attentato di Liverpool sono gli inneschi di nuove campagne di stampa anti-musulmane; e mentre in Italia la “sinistra antagonista” (ma esiste ancora qualcosa del genere?) pressoché all’unanimità resta in un silenzio di tomba, succube e complice di questi orrori neocoloniali fisici e mediatici; pensiamo bene di pubblicare la seconda puntata del nostro testo contro l’islamofobìa come arma di guerra, dedicato appunto al falso mito dell’Islam di oggi, come conquistatore e colonizzatore dell’Europa e dell’Occidente. Andare controcorrente non ci fa problema, tanto più quanto più siamo certi delle nostre ragioni.

La prima puntata, insieme con l’introduzione generale a questo scritto, è rintracciabile qui.

A questo link potete invece leggere e scaricare la versione in arabo dell’articolo.

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Il mito dell’Islam colonizzatore-conquistatore (II)

La rappresentazione caricaturale del mondo “islamico” quale un monolite immobile, totalmente immerso nel sacro, tutto-religioso, è solo un aspetto, lo sfondo per così dire, dell’islamofobìa che da due decenni infuria in Europa perfino più che negli Stati Uniti. Il secondo stereotipo di importanza forse anche maggiore è quello che vuole l’Islam (maiuscolo, in quanto il riferimento qui non è tanto ad una religione, quanto a una civiltà che in qualche modo accomuna un insieme di paesi) proteso per sua natura a colonizzarci per imporci le sue norme di comportamento reazionarie, e pronto a farlo con ogni mezzo, terrorismo incluso.

Ancora una volta, a cantarle chiare è la Fallaci. Rivolgendosi alle persone che davanti alla jihad islamista esitano a comprendere quello che è a suo giudizio il vero contenuto dell’islamismo jihadista, le sferza nel seguente modo:

«sveglia, gente, sveglia! Intimiditi come siete dalla paura di andare contro corrente oppure d’apparire razzisti, (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla Rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione forse. (Forse?) Una guerra che essi chiamano Jihad: Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio forse, (forse?), ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e delle nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare e di non pregare, del nostro modo di mangiare e di bere e vestirci e divertirci e informarci… Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente, cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. Distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri… Cristo! Non vi rendete conto che gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v’importa neanche di questo, scemi?»1.

Questa catena di mistificazioni fa perno sulla diffusissima tesi: l’islam ed in particolare l’islamismo politico, jihadista e non, hanno dichiarato all’Occidente una guerra offensiva di conquista. Questa guerra, condotta anche all’interno dell’Occidente e dell’Europa dagli immigrati “islamici”, ha di mira, forse, l’occupazione dei nostri territori, ma di sicuro l’annientamento del “nostro modo di vivere e di morire”, di “mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci” e quant’altro si possa chiamare in causa per impaurire e pungolare il pubblico europeo ed occidentale, soprattutto le persone comuni, e farle sentire minacciate nei loro affetti più cari (i bambini che rischiano di essere uccisi perche gli islamisti vogliono imporci diete alimentari diverse dalle nostre) e nelle loro soddisfazioni abitudinarie più elementari o misere (il calcio o il reality show).

Proviamo a mettere un po’ di ordine logico in questo marasma.

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Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia

La macchina dell’islamofobia ha riacceso i motori. 

Dopo la bruciante sconfitta patita in Afghanistan dagli Stati Uniti e dalla Nato, era scontato. E il ventesimo anniversario dell’11 settembre è l’occasione d’oro per una ripartenza alla grande, chiamata a nutrire i propositi di rivincita.

A reti unificate tv, giornali e social presentano i talebani e gli attentatori suicidi dell’11 settembre come il prototipo di tutti gli “islamici”. E attraverso questa mossa propagandistica le popolazioni dei paesi a tradizione islamica vengono additate nella loro totalità come i nostri irriducibili nemici – a meno che non prendano apertamente posizione a favore dei “nostri valori” (di borsa), e pieghino la schiena davanti alla pretesa occidentale di dominare e spogliare il mondo “islamico” per diritto divino. Il “diritto” acquisito con il colonialismo storico. 

L’islamofobia è un’arma di guerra: verso l’esterno, e all’interno delle “nostre” società. E per tale va denunciata e combattuta.

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Silvia Romano e il Corano-Virus, di S.

Non conosco Silvia Romano, ma, specie a sentire certe biliose cariatidi reazionarie, dev’essere una ragazza piena di difetti. Non c’è niente di logico nelle sue scelte. Invece di lasciarsi pian piano trasformare in una macchina da consumi sexy e remissiva, se ne è andata a guardare in faccia la realtà della tragedia africana, quella con cui ci ammorbano all’ora di pranzo facendoci vedere bambini stremati che a tre anni pesano come uno nostro di tre mesi, e va sempre a finire che ci chiedono soldi.

Che credeva di fare, di salvare il mondo? Vedo che stava da sola in un villaggio africano di non so dove, e nelle foto sorrideva, senza particolari rimpianti per la movida dei navigli e l’apericena milanese.

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Il Libano ribolle, al di là delle divisioni confessionali! Ma guardate anche le piazze dell’Algeria… e tutto il resto.

Pubblichiamo qui delle note sui movimenti di lotta in corso in Libano e in Algeria, sostanzialmente oscurati dai mass media e purtroppo trascurati dalla quasi totalità dei compagni e degli attivisti dei movimenti, che già rimasero largamente indifferenti alle grandi sollevazioni popolari del 2011-2012. Mentre tutta l’attenzione è catalizzata sulla bruciante sconfitta subita dai curdi del Rojava per mano dell’asse Washington-Mosca-Istanbul-Damasco e con la piena complicità attiva di Italia e UE, ci permettiamo di richiamare, controcorrente rispetto all’arabofobìa dominante, l’importanza degli avvenimenti libanesi, algerini, etc., sia per la ripresa del movimento proletario in Europa e in Occidente, che per lo stesso sviluppo futuro della lotta dei curdi e delle minoranze non arabe presenti nel mondo arabo. Per ricordare, a chi fosse interessata/o, la nostra analisi e la nostra posizione sulla grande Intifada araba del 2011-2012 rinviamo ad un testo di alcuni anni fa, L’Intifada araba e noi – Il cuneo rosso (2012), in cui rispondevamo alle critiche ricevute sul n. 1 del Cuneo rosso, intitolato “L’intifada araba e il capitalismo globale”. Ne abbiamo fatta in questi giorni una limitata ristampa. E’ possibile richiederla a com.internazionalista@gmail.com.

Il Libano

Da una settimana le strade di Beirut, Tripoli, Tiro, Sidone, Sayda, Nabatiyeh sono teatro di grandi manifestazioni di massa che hanno riportato in campo con forza gli slogan politici delle sollevazioni del 2011-2012: “il popolo vuole la caduta del regime” (Ash’ab iurid isquat al-nizam),rivoluzione” (thaura). La grande novità è che in queste manifestazioni di molte decine di migliaia di giovani non c’è traccia di divisioni per gruppi e simboli confessionali. La protesta dilaga in tutto il paese, e vede insieme, mescolati tra loro, sunniti, sciiti e cristiani. Il suo bersaglio è il governo Hariri di cui si chiede perentoriamente le dimissioni. E con il governo di unità nazionale, c’è nel mirino l’intera classe dirigente e le istituzioni finanziarie, a iniziare dalla Banca centrale del paese – davanti alla quale proprio ieri si è svolto un raduno di protesta.

La stampa italiana ha raccontato che la scintilla è stata l’introduzione di una tassa sul servizio di messaggistica di whatsapp (finora quasi gratuito). In realtà il clima era già saturo di sostanze esplosive: il timore di una forte svalutazione della lira e l’incremento del prezzo del pane, la rabbia per i continui disservizi nell’erogazione di acqua e luce, l’indignazione per gli scandali delle cricche dei favoriti di stato. Il Libano è da qualche anno sull’orlo del default. Ha un debito pubblico al 150% del pil (terzo al mondo, dietro solo a Giappone e Grecia), una disoccupazione dilagante (il tasso ufficiale è al 35%), livelli di polarizzazione della ricchezza, di clientelismo e di corruzione insostenibili. Sofferenze materiali e odiose umiliazioni quotidiane, carenza di servizi elementari a fronte di uno sfacciato accaparramento privato delle risorse statali: questo l’amaro impasto che la massa della popolazione si rifiuta di ingurgitare ancora. Ecco perché non c’è più riguardo per nessuno. Continua a leggere Il Libano ribolle, al di là delle divisioni confessionali! Ma guardate anche le piazze dell’Algeria… e tutto il resto.

Donne, torniamo protagoniste.

Pubblichiamo di seguito un articolo che le compagne del Si-Cobas di Messina, attive nei quartieri popolari della citta’, hanno scritto sull’onda della riunione sulla questione femminile svoltasi a Genova lo scorso 7 aprile. E’ un articolo ottimo, che esamina il problema in modo concreto e dialettico, e non assertivo ed entusiastico come troppo spesso si fa.

Donne: torniamo protagoniste, Amazzoni delle nostre terre!

La scorsa settimana, sabato 7 Aprile, abbiamo partecipato come delegazione femminile del SI Cobas Messina alla conferenza sulla questione femminile tenutasi a Genova.

Riteniamo che questa giornata sia stata di vitale importanza per poter intraprendere un percorso femminista di autodeterminazione e volto “all’abbattimento di un sistema patriarcale, capitalista” attraverso un “Fronte Autorganizzato, Anticapitalista e Rivoluzionario”.

Veniamo da una città, Messina, in cui la condizione della donna può essere pienamente espressione degli aspetti più crudi del patriarcato.

La nostra terra d’altronde è una vera e propria discarica delle contraddizioni del capitalismo.

Nei nostri quartieri popolari abbiamo una composizione sociale  femminile che di rado riesce a completare gli studi, per esempio conseguire un diploma.

Sin dalla nascita viene inculcato attraverso forme di comunicazione dirette e indirette “dalle nostre  avanzate  istituzioni statali”, soprattutto le scuole, che a causa di una non elevata estrazione sociale, l’unica capacità e talento che una donna di un quartiere popolare può avere a disposizione, sia quello di essere una buona madre.

Fidanzarsi e partorire, è l’unica aspirazione di tante ragazze che abbandonano precocemente gli studi perchè convinte che la vita non riservi altro. Continua a leggere Donne, torniamo protagoniste.