In Israele anche per Amnesty International c’è l’apartheid contro i palestinesi

Un check point

Ha suscitato sorpresa, perfino scandalo, un rapporto di Amnesty International presentato nei giorni scorsi a Gerusalemme Est in cui, per la prima volta, questa organizzazione ha ammesso che in Israele esiste, per i palestinesi, una condizione di apartheid. Ed in cui, altra novità, si riconosce che questo stato di cose non è recente, non risale alla guerra del 1967, bensì alla costituzione stessa dello stato di Israele. In Israele, infatti, anche i palestinesi con cittadinanza (sui documenti) israeliana non sono cittadini con pieni diritti, essendo discriminati e inferiorizzati in tutti gli ambiti della vita sociale. Come, del resto, ha riconosciuto nel marzo 2019 Netanyahu senza infingimenti: “Israele non è uno stato di tutti i suoi cittadini… [ma piuttosto] lo stato-nazione degli ebrei, e soltanto di essi”. Un’affermazione che ha esplicitato senza giri di parole il contenuto della legge approvata il 18 luglio 2018 dalla Knesset (con 62 voti favorevoli, 56 contrari e due astenuti) nella quale ufficialmente lo stato di Israele è definito, in termini etnico-religiosi, “la casa nazionale del popolo ebraico“, con un’evidente discriminazione nei confronti dei cittadini arabi di Israele e delle altre minoranze nazionali ( https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/israele-i-rischi-della-nuova-legge-sullo-stato-nazione-21068 ).

Il titolo del rapporto di Amnesty è insolitamente chiaro: “L’apartheid di Israele contro i palestinesi: un crudele sistema di dominazione e un crimine contro l’umanità”. Nel testo, esistente in cinque lingue (inglese, arabo, francese, ebraico, spagnolo), la parola apartheid ricorre 390 volte, tanto per non lasciare dubbi. E quali dubbi, poi?

Secondo Amnesty l’atto iniziale del processo di dispersione, oppressione (e super-sfruttamento – aggiungiamo noi) del popolo palestinese ha avuto luogo nel 1948 attraverso la “pulizia etnica” che ha portato all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi dalle loro case, senza però ammettere in seguito la possibilità di un loro ritorno in quanto rifugiati. Il “diritto internazionale” riconosce il diritto al ritorno, così pure la risoluzione 194 dell’Onu (una delle infinite risoluzioni Onu in questa materia rimaste carta straccia), lo stato di Israele no.

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Sabra e Chatila, 16-18 settembre 1982: non dimenticare! – Giorgio Stern

Between 800 (according to the Kahane commission) and 1500 (according to P.L.O.) Palestinian refugees were massacred by the Christian Lebanese Forces between September, 14 and 17. The Israeli army, positioned around the two camps, did not react. Corpses of refugees lie in the streets. (Photo by Michel Philippot/Sygma via Getty Images)

Riceviamo dalla compagna Patrizia di Trieste, e condividiamo: non si devono dimenticare le prodezze dell'”unica democrazia del Medio Oriente”, che testimoniano in modo schiacciante il suo “superiore grado di civiltà“.

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“Se esistesse il Premio Nobel per la Morte” scriveva Gabriel Garcia Marquez, “quest’anno se  lo sarebbero assicurati Menahem Begin e il suo assassino di professione Ariel Sharon”. 

Era il settembre 1982, Begin e Sharon si erano appena macchiati di uno dei loro crimini peggiori. Tanto gravi che persino l’opinione pubblica israeliana ne aveva risentito.

Ecco cosa avvenne.

Il 15 settembre ‘82 [nelle fonti arabe la data risulta: 16-18 settembre – n.n.] in forza degli accordi e delle garanzie internazionali, i combattenti palestinesi che proteggono i loro campi profughi dall’invasione israeliana, lasciano il Libano per la Tunisia. Il ministro della difesa israeliano, Sharon, ne approfitta e fa circondare dai suoi soldati i due campi di rifugiati palestinesi a Beirut, Sabra e Chatila, ormai completamente indifesi. Nella notte Sharon vi fa penetrare i mercenari “falangisti” assoldati da Israele. L’eccidio, precedentemente pianificato, avviene alla luce dei bengala che i militari dello “Stato ebraico” lanciano per facilitare la “pulizia etnica”. La mattanza dura quasi tre giorni, durante i quali Sharon impedisce a medici e ambulanze di accorrere ed ai giornalisti di raccontare. Alla fine il numero delle donne, dei bambini e dei vecchi torturati e uccisi è di circa 3000 e non sarà mai dato per certo, poiché gli israeliani con i bulldozer cercano di far scomparire i cadaveri dilaniati [i numeri di questo orrendo massacro vanno, in realtà, da 800 secondo la commissione israeliana Kahan fino a 3.500 secondo alcune fonti palestinesi – n. n.].

L’orrore nel mondo, e nella stessa Israele, è grande. A Tel Aviv 400.000 pacifisti danno vita alla più grande manifestazione nella storia di questo Stato. Il Governo israeliano è costretto ad aprire un’inchiesta che alla fine scagiona Sharon. Ma egli risulta talmente impresentabile che la stessa Organizzazione Sionista Mondiale evita di dar corso alla sua nomina a direttore del programma di immigrazione.

Nel febbraio 2001, in un clima interno completamente mutato rispetto a vent’anni prima, con voto plebiscitario gli israeliani eleggono Sharon Primo ministro.

In Belgio si apre un procedimento a suo carico per i crimini commessi a Sabra e Chatila. Il 23 gennaio 2002, Elie Hobeika, capo dei falangisti autori materiali della strage, si dichiara disposto a testimoniare davanti al tribunale belga che ha aperto il procedimento a carico di Sharon: il giorno dopo Hobeika viene ucciso a Beirut in un attentato. 

I crimini di Sharon sono ampiamente documentati, la BBC ha contribuito con il documentario “Accused”.

Nel quadro della campagna promossa dal giornalista Stefano Chiarini, “Per non dimenticare Sabra e Chatila” nel settembre di ogni anno a Beirut viene ricordato l’anniversario del massacro alla presenza di delegazioni provenienti da tutto il mondo.

Gilboa e tutte le carceri israeliane non potranno mai uccidere la libertà e la volontà di lotta dei palestinesi – emmerre

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa nota sull’evasione di sei militanti della causa palestinese dal carcere di Bilboa. Per parte nostra, senza esporre qui ancora una volta il nostro inquadramento della questione palestinese, ci limitiamo a ricordare solo questo: ogni mito militarista è destinato a cadere nella polvere insieme con le sue infrastrutture. Sarà così anche per la mitica “invincibilità” dello stato, dell’esercito e dei servizi israeliani.

Jenin, 13 settembre, manifestazione per Zubeidi, uno dei militanti palestinesi evasi dal carcere di Gilboa, e poi catturato, picchiato, sottoposto a tortura e negazione di cure mediche

Il 6 settembre scorso sei prigionieri politici palestinesi sono evasi dalla prigione di Gilboa, un carcere di massima sicurezza costruito nel 2004 nel nord di Israele, a meno di 6 km dai Territori occupati nel 1967, nell’area di Beesan. Nella stessa zona c’è anche la prigione di Shatta. La propaganda militare israeliana l’ha sempre descritta come una fortezza invalicabile dove sono rinchiusi i palestinesi più attivi sul piano militare e politico.

Israele investe molto nella costruzione di carceri e nelle misure di sicurezza; pertanto questa fuga ha rappresentato un trauma per l’esercito israeliano. L’associazione Addamir per i Diritti umani e il sostegno ai prigionieri fornisce questi dati: attualmente Israele detiene 4.650 prigionieri politici, dei quali 520 in detenzione amministrativa, 200 minori, 40 donne, 11 membri del Consiglio Legislativo Palestinese, tra i quali Marwan Barghouthi, Ahmad Sadat e Khalida Jarrar. Nelle prigioni israeliane ci sono circa 70 palestinesi dei territori occupati nel 1948, 240 prigionieri di Gaza e 400 di Gerusalemme.

Non c’è famiglia palestinese che non abbia un parente nelle prigioni israeliane, a volte con continuità di generazione, come nel caso di uno dei sei prigionieri evasi la settimana scorsa e poi catturato nuovamente. Secondo l’Autorità per gli Affari dei prigionieri palestinesi, dal 1967 ad oggi sono passati nelle prigioni israeliane circa un milione di palestinesi e di questi circa 226 sono morti in carcere: 73 deceduti sotto tortura, 71 per cure mediche negate, 75 per omicidio premeditato dopo l’arresto, 7 per essere stati colpiti da arma da fuoco durante la detenzione.

Vediamo allora di conoscere chi sono questi sei “combattenti per la libertà”, come li ha definiti il giornalista israeliano Gideon Levy: “..I sei prigionieri palestinesi evasi sono i più audaci combattenti per la libertà che si possano immaginare…”

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Cisgiordania: coloni e soldati israeliani uniti per ammazzare palestinesi – Invicta Palestina

Riprendiamo dal sito Invicta Palestina un dettagliato rapporto su quanto è avvenuto il 14 maggio scorso, pochi giorni dopo l’esplosione della nuova Intifada, in alcuni villaggi della Cisgiordania: Urif, Asira Al-Qibliya, Iskaka, Al Reihiya, Burin. Leggetelo senza fretta! Potrete toccare con mano l’intreccio sempre più forte tra l’esercito e i coloni, che è maturato nell’era Netanyahu, e non finirà certo con l’avvento del nuovo governo Bennett. Vedrete pure come si fa strada, tra i poliziotti palestinesi, la percezione di “avere sbagliato” nel disarmare la popolazione dei villaggi, lasciandola così alla mercé delle bande dei coloni e dell’esercito israeliano, e nell’agire da forza ausiliaria dell’occupante.

A seguire pubblichiamo una lettera aperta di 100 soldati dell’esercito di Israele che protestano contro gli episodi criminali qui illustrati e, in generale, contro la violenza dei coloni e la copertura, se non l’attiva complicità con loro, dell’esercito. L’ideologia e la prospettiva della lettera è lontanissima dalla nostra – ma una cosa è certa: l’irriducibile resistenza delle masse sfruttate e oppresse di Palestina sta generando dissensi e contrasti anche nelle fila dell’esercito coloniale.

Un’indagine di Local Call rivela come in un solo giorno di maggio coloni e soldati israeliani abbiano collaborato in attacchi che hanno provocato la morte di quattro palestinesi. L’ondata senza precedenti di assalti congiunti ha inaugurato una nuova era di terrore.

Fonte: english version

Di Yuval Abraham – 15 luglio 2021

Nidal Safadi era un uomo tranquillo, hanno detto i suoi vicini. Viveva a Urif, un villaggio palestinese di alcune migliaia di abitanti in Cisgiordania. A soli 25 anni, Safadi e la moglie avevano tre figli e un quarto, una femmina, in arrivo.

Urif non è sempre tranquillo. Con la città palestinese di Nablus a meno di 16 chilometri di distanza, l’esercito israeliano occupante ha stabilito una base su una vicina collina nel 1983. Un anno dopo, è stata adibita a scopi civil come parte del programma di insediamento illegale di Israele nei territori palestinesi. Dal 2000, l’insediamento, chiamato Yitzhar, ospita una yeshiva (istituzione educativa religiosa ebraica) nota per le sue ferme opinioni nazionaliste ebraiche; l’insediamento è diventato noto per il suo estremismo. I cosiddetti avamposti di insediamento che ha stimolato, illegali anche per la legge israeliana, ma comunque difesi dalle Forze di Difesa Israeliane, hanno gradualmente invaso villaggi come Urif. Negli ultimi 10 anni, le aggressioni dei coloni hanno dato luogo a violente recriminazioni tra israeliani e palestinesi che vivono nelle vicinanze.

Il 14 maggio, tuttavia, Urif era tranquillo, a differenza di gran parte della Cisgiordania. In decine di luoghi nel territorio, i palestinesi hanno protestato contro le recenti provocazioni israeliane: la polizia ha preso d’assalto il complesso della moschea Al-Aqsa a Gerusalemme ed effettuato pesanti bombardamenti, in risposta al lancio di razzi di Hamas, sulla Striscia di Gaza.

“Ci sono state molte proteste nella zona, ma Urif era tranquillo,” ha detto Mazen Shehadeh, capo del consiglio del villaggio. “È un piccolo villaggio e i residenti sono rimasti a casa. Se i coloni non fossero arrivati ​​ad attaccare le case, non sarebbe successo nulla.”

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Israele: un ex-ufficiale e 100 soldati contro le violenze dei coloni

Una compagna che collabora attivamente al nostro blog ci ha segnalato da giorni la lettera aperta di protesta di 100 soldati israeliani contro la protezione accordata dall’esercito alle violenze dei coloni.

Lo ha fatto con questa avvertenza: “La situazione in Israele, con l’attuale governo [Bennett] è decisamente pericolosa” per il ruolo fondamentale che hanno in esso “la destra ebraica in mano al sionismo messianico e kabalista (…) e le correnti rabbiniche ortodosse. La degenerazione appare evidente dalla commistione tra l’apparato militare e i coloni. Per questo motivo la denuncia contenuta in questo articolo è importante. A pubblicarlo è Jstreet, un’associazione ebraica moderata secondo i criteri dell’ebraismo organizzato americano. Questa informazione non trova spazio nei nostri media e non allerta la sinistra istituzionalizzata italiana che si definisce progressista ma che, ignorando la deriva fanatica dei coloni ebrei e la presa e il radicamento delle loro ideologie nei vertici militari e politici di Israele, finisce col dare appoggio ad uno stato” che prima si è dichiarato etnico (“lo stato degli ebrei”) e che da anni si va configurando sempre più come “una teocrazia che mira all’annessione di Samaria e Giudea in nome della Torah e della creazione del Regno”.

Forse non siamo ancora a questo, ma ci sono pochi dubbi sul fatto che il cammino in tale direzione sia sempre più strutturato e sempre più interno all’impalcatura istituzionale di Israele – ed è verissimo che nulla trapela di questa aberrante tendenza nei mass media del nostro regime democratico.

La posizione dell’ex-ufficiale israeliano e quella dei 100 soldati sono espressione di una contraddizione che diventerà sempre più lacerante, e richiederà a loro e agli israeliani che sono sinceramente contro l'”ingiustizia di questa occupazione occupazione decennale” molti altri passi in avanti: non si può essere al contempo per lo stato di Israele e per “una vera pace israelo-palestinese”, o l’una o l’altra. Una “vera pace” tra le masse proletarie e oppresse palestinesi e la parte non sfruttatrice della società israeliana sarà possibile solo con lo smantellamento dello stato di Israele, stato coloniale, programmaticamente etnico, e sempre più permeato di elementi “religiosi”, attraverso la loro sollevazione rivoluzionaria congiunta.

Queste prime forme di resistenza e di dissenso nelle file dell’esercito israeliano, allo stesso tempo coraggiose e timide, le salutiamo con favore perché preparano, da molto lontano, la sua crisi – e cadono a fagiolo proprio mentre l’ancor più “invincibile” esercito yankee è costretto ad una nuova, ingloriosa ritirata dall’Afghanistan.

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EX UFFICIALE DELL’IDF: DOBBIAMO SMETTERE DI CONSENTIRE LA VIOLENZA DEI COLONI, 100 soldati dell’IDF scrivono una lettera

https://frammentivocalimo.blogspot.com/2021/07/ex-ufficiale-dellidf-dobbiamo-smettere.html?spref=fb&m=1

Sintesi traduzione

Il filmato è nauseante.

Un colono israeliano a torso nudo proveniente da un avamposto illegale spara con quello che sembra essere un M-4 americano contro i palestinesi nel villaggio di Urif in Cisgiordania. Accanto a lui, sorridenti, due soldati dell’IDF in uniforme.

Nove palestinesi sono rimasti feriti nel caos. Nidal Safadi, 25 anni, padre di tre figli, è stato ucciso.

Rapporti di organizzazioni israeliane e americane hanno ora dettagliato una serie di cinque attacchi congiunti provocati da coloni e soldati dell’IDF quel giorno, 14 maggio. Ogni attacco congiunto includeva violenza contro i civili palestinesi, l’incendio di terreni agricoli e l’uso di munizioni vere. Quattro palestinesi sono stati uccisi.

Sono un ex ufficiale dell’IDF. I miei figli hanno prestato servizio nell’IDF. Ho addestrato centinaia di giovani reclute. E sono assolutamente disgustato da questi attacchi.

La partecipazione dell’IDF agli attacchi contro i civili è brutale e costituisce una violazione dei valori fondanti di Israele. Alimenta un ciclo di ingiustizie e ritorsioni che mina la sicurezza di Israele, degrada la reputazione dell’IDF e aumenta il rischio di attacchi di rappresaglia.

Sono sconvolto dalla violenza e dall’impunità. Tuttavia, non posso dire di essere sorpreso.

Proprio l’altra settimana, 100 ex soldati dell’IDF hanno chiesto al ministro della Difesa di fare di più per scoraggiare la violenza dei coloni. “La violenza dei coloni infuria da anni”, hanno scritto, “e la risposta è un tacito sostegno”.

Condivido la loro frustrazione e rabbia. Quando si parla di violenza in Cisgiordania, l’impunità è la norma, la giustizia la rara eccezione. Solo un’indagine è in corso su uno solo degli omicidi del 14 maggio, ed è arrivata solo a seguito della pressione dell’opinione pubblica.

Per quanto ripugnante sia questo caso è solo il sintomo estremo di un problema sistemico. Questo tipo di violenza e ingiustizia sarà sempre presente all’interno di un sistema che mantiene il controllo militare indefinito su milioni di non cittadini ai quali sono negati i diritti civili e l’accesso alla giustizia. Questo sistema distrugge vite, viola i nostri valori ed è corrosivo per la nostra visione condivisa di una patria giusta e democratica per il popolo ebraico.

Il governo israeliano ha inviato generazioni di giovani israeliani in prima linea in questa ingiusta occupazione. Siamo stati fin troppo pronti a chiedere loro di mettere a rischio la propria vita per difendere gli insediamenti illegali. Troppo spesso abbiamo chiesto loro di fungere da sicurezza privata per individui intenti a compiere un estremismo violento e ideologico.

Preoccuparsi degli israeliani e dei palestinesi significa preoccuparsi di ciò che sta accadendo nei territori occupati.

Non dobbiamo esitare a condannare questa violenza sistemica. Dobbiamo affrontare l’ingiustizia di questa occupazione decennale.

Dobbiamo chiedere ai nostri leader di perseguire un piano per porre fine a questo ciclo di ingiustizia e violenza, piuttosto che limitarsi a “gestire” questa realtà crudele e ingiusta.

Ecco perché J Street sta lavorando per organizzarsi all’interno delle comunità locali e a Washington per spingere i nostri leader a parlare contro la violenza dei coloni, l’espansione degli insediamenti e l’occupazione indefinita a favore di una vera pace israelo-palestinese.

È per questo che i nostri team di difesa legislativa stanno lavorando per far avanzare misure di trasparenza e supervisione per garantire che il nostro aiuto militare a Israele sia utilizzato solo per legittimi scopi di sicurezza e non possa essere utilizzato per sostenere demolizioni, insediamenti o occupazione a tempo indeterminato.

Ed è per questo che chiediamo che le relazioni USA-Israele siano fondamentalmente  allineate per enfatizzare un chiaro impegno per i diritti di palestinesi e israeliani alla giustizia, alla sicurezza, alla libertà e all’autodeterminazione.

Con così tante forze ben consolidate, organizzate e dotate di risorse che contrastano, dobbiamo continuare a costruire un movimento ampio e inclusivo per il progresso che si estende dai nostri sostenitori di base fino ai nostri funzionari eletti più anziani.

Se non ti sei ancora unito al nostro movimento per la pace, la giustizia e l’autodeterminazione, unisciti a noi qui >>

E se conosci qualcuno che potrebbe essere interessato ad aggiungere il proprio nome al nostro appello per un Israele veramente giusto e democratico, inoltra questo articolo e chiedi loro di prendere in considerazione la possibilità di iscriversi.

Possiamo cambiare lo status quo e lavorare per un futuro migliore, ma solo se lottiamo insieme per questo.

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 FORMER IDF OFFICER: WE MUST STOP ENABLING SETTLER VIOLENCE

Nadav Tamir on July 29, 2021

The footage is sickening.

A bare-chested Israeli settler from an illegal outpost firing what appears to be an American M-4 at Palestinians in the West Bank town of Urif. Next to him, smiling giddily, two uniformed IDF soldiers.

Nine Palestinians were injured in the chaos. 25-year-old Nidal Safadi, father of three, was killed.

Collaborative reporting from Israeli and American organizations has now detailed a series of five unprovoked, joint attacks from settlers and IDF soldiers that day, May 14. Each joint attack included violence against Palestinian civilians, the burning of farmland and the use of live ammunition. Four Palestinians were killed.

I’m a former IDF officer. My kids have served in the IDF. I’ve trained hundreds of young recruits. And I’m absolutely disgusted by these attacks.

IDF participation in attacks on civilians is brutal and a violation of Israel’s founding values. It feeds a cycle of injustice and retaliation which undermines Israel’s security, degrades the IDF’s reputation and increases the risk of reprisal attacks.

I am appalled at the violence and impunity. I cannot, however, say that I am surprised.

Just the other week, 100 former IDF combat soldiers called on the Defense Minister to do more to deter settler violence. “Settler violence has been raging for years,” they wrote, “and is being answered with tacit support.”

I share their frustration and anger. When it comes to violence in the West Bank, impunity is the norm, justice the rare exception. Only one investigation is underway into only one of the May 14 killings, and it only came following public pressure.

As abhorrent as this case is, it is also just the sharpest edge of a systemic problem. This type of violence and injustice will always be present within a system that maintains indefinite military control over millions of non-citizens who are denied civil rights and access to justice. This system destroys lives, violates our values and is corrosive to our shared vision of a just, democratic homeland for the Jewish people.

The Israeli government has sent generations of young Israelis to the front lines of this unjust occupation. We have been too ready to ask them to put their lives on the line to defend unlawful settlements. Too often, we have asked them to act as private security for individuals bent on carrying out violent, ideological extremism.

To care about Israelis and to care about Palestinians is to care about what is happening in the occupied territories.

We must not hesitate to condemn this systemic violence.

We must confront the injustice of this decades-old occupation.

We must demand our leaders pursue a plan to end this cycle of injustice and violence, rather than merely ‘managing’ this cruel, unjust reality.

That’s why J Street is working to organize within local communities and in Washington to push our leaders to speak out against settler violence, settlement expansion and indefinite occupation — and in favor of real Israeli-Palestinian peace.

It’s why our legislative advocacy teams are working to advance transparency and oversight measures to ensure our military aid to Israel is used only for legitimate security purposes — and cannot be used to support demolitions, settlements or indefinite occupation.

And it’s why we’re demanding the US-Israel relationship be fundamentally realigned to emphasize a clear commitment to the rights of Palestinians and Israelis to justice, security, freedom and self-determination.

With so many well-established, organized and well-resourced forces pushing back, we need to continue to build a broad, inclusive movement for progress that spans from our grassroots supporters right up to our most senior elected officials.

If you haven’t yet joined our movement for peace, justice and self-determination, please join us here >>

And if you know someone who might be interested in adding their name to our call for a truly just and democratic Israel, please forward this article and ask them to consider signing up.

We can change the status quo and work toward a better future, but only if we fight for it together.