Sulla sollevazione operaia e popolare in Kazakhstan – TIR  (italiano, francais, English)

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Con l’insurrezione operaia e popolare in Kazakistan. Abbasso il regime capitalista, fuori le truppe russe!

L’insurrezione esplosa in Kazakistan, che il presidente Tokayev attribuisce a “terroristi” al soldo di non meglio precisate potenze “straniere” è in realtà stata iniziata il 2 gennaio dai lavoratori della città industriale di Zhanaozen, e si è subito estesa a tutta la regione mineraria occidentale di Mangystau. Ha quindi una chiara matrice di classe. Questi lavoratori nella scorsa estate erano stati protagonisti di un’ondata di scioperi economici vittoriosi, che avevano portato il raddoppio dei salari; ma il raddoppio del prezzo del Gpl, il principale carburante per auto nel paese, a seguito della liberalizzazione dei prezzi dell’energia (prodotta in loco), per quanto su livelli che in Italia sarebbero irrisori (da circa 12 a 24 centesimi di euro al litro), è apparso loro come una beffa che cancellava quanto strappato con la lotta.

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A Color Revolution or a Working-Class Uprising? An Interview with Aynur Kurmanov on the Protests in Kazakhstan (LeftEast – Zanovo-media)

Fonte: LeftEast, 6 gennaio 2022

LeftEast gratefully acknowledges Zanovo-media, where this article was originally published in Russian.

Today all post-Soviet mass-media and TV channels are riveted to the protests that suddenly engulfed Kazakhstan. To some they arouse hope, to others – horror and rejection. There are contradictions and different interpretations of what is happening: righteous people’s protest, clan wrangling, conspiracy of pro-Western and pro-Turkish forces or even “Islamist reaction”. But what is really happening? A Zanovo-media correspondent interviewed Aynur Kurmanov – one of the leaders of Socialist Movement of Kazakhstan.

A model republic

Kazakhstan is one of the biggest post-Soviet countries, which is only second to the Russian Federation in that system of political and economical relations, which was built after Soviet collapse. And this is not just because Nursultan Nazarbayev was one of the architects of the CIS (Commonwealth of Independent States). The Kazakh model of smooth transformation of former party and Soviet nomenclature into a capitalist oligarchy with “an Asian face” was seen by many as a model. Indeed, this model had superficially attractive features not only for the ruling elites in other republics, but also for the average citizen: a high economic level, the presence of formal attributes of democracy, and few restrictions on Western culture. Large reserves of natural resources, including oil, and the industrial potential inherited from the socialist period proved a good launching pad for the young state. At the same time, the official propaganda of the Russian Federation and the CIS channels liked to set Kazakhstan as an example of preserving “the union traditions”, honoring the memory of the Great Patriotic War, the absence of nationalism, and so on.

Almaty, Kazakhstan’s metropolis, is a modern, developed city

Mass protests broke out immediately after the New Year holidays, on January 2. The reason for protests was the rise in price of liquefied gas for cars, from 60 tenge to 120 tenge per liter. The first unsanctioned demonstrations began in the west of Kazakhstan, in the Mangistau region, the heartland of large oil-producing enterprises. It is here that the notorious Zhanaozen is located, where ten years ago a workers’ strike was brutally suppressed: 15 strikers were killed and hundreds injured in Zhanaozen.

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Chi ha paura della rivolta in Kazakistan? (Combat COC)

[Fonte: Combat COC.org, 7 gennaio 2022]

Mentre i carri armati russi marciano nelle città kazake, per schiacciare la rivolta in corso, a Washington come a Mosca, a Pechino come a Roma i custodi delle banche e delle borse sono in ansia.

Preoccupati per la sorte di centinaia di lavoratori esposti alla feroce repressione? Ansiosi di difendere i diritti umani?

Certo che no. Sono preoccupati per i listini del petrolio, per il prezzo del grano, per i loro affari miliardari in Kazakistan, che possono andare a buon fine solo grazie allo sfruttamento sistematico della forza lavoro kazaka (nota 1).

Con ipocrita stupore si scrive sui giornali e si dice nei telegiornali che è una rivolta inaspettata, che il paese è sempre stato pacifico. Un malcelato rimprovero al governo di turno di non aver saputo garantire l’ordine con il consueto pugno di ferro.

Il Kazakistan è in paese di 18 milioni di abitanti, con un PIL pro capite di 26.000 dollari (al 54 esimo posto sui 174 paesi censiti dall’FMI nel 2020), come il Cile e la Turchia, il doppio del Sudafrica e del Perù.

Un paese dove tutti potrebbero “vivere come a Dubai” dice un operaio. Peccato che i salari migliori siano di circa 500 € mensili, mentre la maggior parte dei lavoratori percepiscono da 100 a 150 € al mese. Il 18% degli occupati lavora ancora in agricoltura con redditi anche più bassi e molte comunità, in particolare quelle dedite alla pastorizia, sono minacciate dal land grabbing, cioè l’acquisto massiccio di terre “comuni” da parte delle multinazionali dell’agroalimentare e del legno.

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