Il carattere imperialista della guerra in Ucraina in due scatti (di avvoltoi)

L’imperialismo occidentale, mentre è intenzionato a prolungare la guerra per sfiancare il Cremlino, prepara già “la ricostruzione” che darà il colpo di grazia ai lavoratori ucraini.

16 giugno – A Kiev i tre messaggeri di guerra dell’UE Scholz, Macron e Draghi (in realtà tre più uno – il presidente rumeno Iohannis, che nelle cronache viene abitualmente cancellato) si incontrano con Zelensky. Sono lì a dare il loro volonteroso aiuto in armi all’Ucraina perché si auto-distrugga il più possibile (“fino all’ultimo ucraino”) nell’interesse dell’Occidente tutto, e perché produca, sempre nell’interesse dell’Occidente, il massimo danno possibile alla Russia che l’ha invasa. Sono lì, anche, a dettare le loro condizioni per l’armistizio e la futura “pace” – onde assicurarsi che i profitti dell’UE nella eventuale “ricostruzione”, e dei singoli stati usurai dell’UE l’uno in competizione con l’altro, non siano da meno di quelli garantiti agli Usa e al Regno Unito.

Tutti insieme a succhiare sangue dal corpo straziato delle masse lavoratrici ucraine.

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Libano. Presa di posizione della Tendenza internazionalista rivoluzionaria

Contro gli avvoltoi occidentali, che cercano di profittare della tragedia libanese.

Pieno sostegno al movimento di massa in rivolta, che ha abbattuto il governo Diab e vuole mettere fine al regime confessionale.

Le terribili esplosioni del 4 agosto hanno precipitato il Libano, già sconvolto da una crisi economica devastante, nella tragedia. Che si sia trattato di un criminale attacco israeliano, come è possibile, oppure di criminale incuria delle autorità libanesi, una cosa è certa: dall’istante dopo le esplosioni, gli avvoltoi occidentali si sono fiondati a Beirut per banchettare sui suoi lutti. Uno per tutti, E. Macron, a rappresentare la vecchia potenza coloniale francese e le altre potenze occidentali che bramano di riportare il Libano sotto il loro dominio. La conferenza internazionale-lampo allestita da Macron insieme con Trump, Michel (per l’UE), Conte per l’Italia, Sanchez per la Spagna, il FMI, la BM, e cioè i massimi rapinatori esterni delle ricchezze libanesi, si è conclusa con un diktat: vi diamo 250 milioni di euro, ma dovete fare subito le “riforme” che vi dettiamo noi, svendere quel che resta da svendere del Libano e privatizzare/‘liberalizzare’ tutto. Sul piano geo-politico questa iniziativa, di cui è parte integrante Israele, tende anche a marginalizzare Hezbollah e sottrarre spazio all’asse Siria-Iran-Russia.

Ma in campo, in Libano, c’è anche un altro soggetto: il movimento di massa ribelle scoppiato il 17 ottobre dello scorso anno. Esso è tornato a manifestare in questi giorni per la “rivoluzione” con una rabbia intensificata attaccando le sedi del governo e del potere bancario, e ha imposto infine dalla piazza le dimissioni del governo “corrotto e incapace” di Diab. Ancora una volta il moto internazionale delle masse oppresse e sfruttate del mondo arabo ha mostrato al mondo intero la sua volontà, la sua capacità di battersi contro i propri governi e regimi, e ci chiama al sostegno incondizionato e alla controinformazione necessaria per contrastare le visioni deformate e deformanti degli avvenimenti in corso in Libano e in tutta la regione.

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La lotta dei lavoratori francesi è la nostra lotta

[Versione in francese]

Mentre dall’America Latina al Nordafrica al Medio Oriente assistiamo a un forte risveglio delle lotte sociali e politiche, con la formazione di fatto di fronti unici dal basso contro governi che tutti, in una forma o nell’altra, difendono gli interessi dei capitalisti, in Europa sono ancora una volta i lavoratori francesi a rompere, per la terza volta in 4 anni, un quadro complessivo di passività, con la loro forte mobilitazione contro la “riforma” delle pensioni voluta da Macron.  Una contro-riforma che intende applicare alla lettera anche in Francia l’imperativo capitalistico per l’oggi e i prossimi decenni: lavorare di più e più a lungo, per salari diretti e indiretti inferiori a quelli attuali.

Il 5 dicembre centinaia di migliaia di lavoratori hanno risposto a questo attacco con  scioperi e  grandi manifestazioni di strada insieme a studenti e pensionati (800 mila secondo i dati ufficiali, 1,5 milioni secondo i sindacati) in centinaia di città della Francia. Forte e chiarissimo il loro no alla controriforma  che è volta ad aumentare l’età pensionabile a 64 anni penalizzando chi va in pensione a 62 (attuale età pensionabile), e a ridurre le pensioni rispetto ai sistemi pensionistici attuali, con un sistema “a punti” analogo al contributivo imposto in Italia, e che può essere ulteriormente manipolato verso il basso.

La partecipazione alla protesta è stata la più ampia dagli anni ’90. Continua a leggere La lotta dei lavoratori francesi è la nostra lotta

Il decreto-Salvini bis è un attacco frontale alle lotte. E dà il via libera alle aggressioni poliziesche, padronali e fasciste. A quando la risposta che merita?

Il decreto-sicurezza bis, voluto dalla Lega, sottoscritto da 5S, e firmato da Mattarella l’11 giugno, completa e indurisce la normativa anti-proletaria contenuta nel primo decreto-sicurezza.

Il primo decreto-Salvini (del giugno 2018) aveva come suo bersaglio anzitutto i richiedenti asilo e i lavoratori immigrati, ma colpiva con altrettanza durezza i picchetti e le occupazioni di case, cioè le lotte. Il secondo decreto-Salvini concentra il fuoco proprio contro la libertà di manifestare e contro il diritto elementare di difendersi dalle aggressioni delle “forze dell’ordine”.

Ogni forma di opposizione e di resistenza un minimo attiva alle “forze dell’ordine” diventa reato (da violazione amministrativa che era), e viene punita anche se l’offesa arrecata è lieve. L’uso di caschi, fumogeni, petardi e materiali “imbrattanti” (!) è punito con l’arresto, se in flagranza, fino a 3 anni (anziché 2) e con l’ammenda fino a 6.000 euro (invece che 2.000). Sono inasprite le sanzioni per danneggiamenti o devastazioni (che sono equiparati tra loro) compiuti nel corso di manifestazioni. Manifestare senza preavviso diventa, da contravvenzione, delitto. La pena prevista per interruzione, o anche solo ostacolo, di pubblico servizio nel corso di manifestazioni o eventi pubblici (ad esempio un intervento o una protesta durante un consiglio comunale), può arrivare a 2 anni (anziché 1). Mentre l’oltraggio a pubblico ufficiale è ora punibile con pene fino a 3 anni e sei mesi.

Queste misure aggravano le pene previste dalla legislazione fascista (T.U. sulla pubblica sicurezza del 1931), dai decreti di emergenza del 1944 in periodo di guerra, e dalla liberticida legge Reale del 1975. Il tutto in nome della “straordinaria necessità e urgenza di rafforzare le norme a garanzia del regolare e pacifico svolgimento di manifestazioni in luogo pubblico e aperto al pubblico”. Poiché la conflittualità sociale in Italia è oggi ad un livello bassissimo, si tratta – è evidente – di un insieme di misure essenzialmente preventive per contrastare e scoraggiare il più possibile la ripresa in grande delle lotte quando non basterà più la squallida demagogia “sovranista” o pentastellata a deviarla, e l’intervento di Cgil-Cisl-Uil e del Pd (e soci) a contenerla e svuotarla (Mancando chiaramente i requisiti di “straordinaria necessità e urgenza”, diversi giuristi ritengono che il decreto possa essere giudicato incostituzionale – vedremo, ma non crediamo che tali obiezioni siano in grado di fermare il Salvini-bis, come non hanno fermato il primo decreto).

Nel decreto-sicurezza bis ce n’è, naturalmente, anche per gli emigranti e gli immigrati. Continua a leggere Il decreto-Salvini bis è un attacco frontale alle lotte. E dà il via libera alle aggressioni poliziesche, padronali e fasciste. A quando la risposta che merita?

Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

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In Italia, in Europa (e nel mondo) cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!

Nel ventunesimo secolo e nei paesi di vecchia democrazia le elezioni decidono ben poco. Un peso ancora minore hanno le elezioni per un parlamento come quello europeo che non decide quasi nulla. L’Unione europea, infatti, è governata da tre istituzioni non elettive: Banca centrale europea, Commissione europea (quella presieduta oggi da Juncker) e Consiglio europeo (dei capi di stato e di governo). Tuttavia anche le elezioni per il parlamento europeo rimangono un termometro che misura la temperatura del “corpo sociale”, delle diverse classi sociali, un test su cui riflettere.

Il responso delle ultime elezioni europee è, nell’insieme (che rimane comunque piuttosto variegato), chiaro: cresce il caos e cresce il nazionalismo di marca trumpista, in un contesto in cui una metà del “corpo elettorale”, composto in larga parte da lavoratori salariati e giovani, rimane indifferente, se non ostile, al carnevale delle schede – ma non trova in campo alcuna vera alternativa di classe a cui fare riferimento. Veniamo dopo all’astensionismo di massa. Ci occupiamo prima del caos e del nazionalismo montanti.

Cresce il caos

Il caos politico è già totale in Gran Bretagna, dove vince le elezioni un “partito” del tutto virtuale fondato appena 40 giorni prima delle elezioni dall’avventuriero Farage, protesi di Steve Bannon e amico dei grillini, mentre i due partiti storici (conservatori e laburisti) tracollano, e – a differenza di tre anni fa – le posizioni contro la Brexit sembra siano diventate maggioritarie. Continua a leggere Dopo le elezioni europee. In Italia, in Europa, e nel mondo, cresce il caos. E cresce il nazionalismo di marca trumpista. È ora di contrapporsi a questa deriva catastrofica!