Ancora sulle elezioni negli Stati Uniti. Due testi di M. Roberts e J. Rasmus

Riceviamo e pubblichiamo questi due interventi di analisi delle elezioni statunitensi. Le elezioni sono per noi nulla più che una cartina di tornasole, un test (non sempre del tutto veritiero) dei processi e dei movimenti in atto in una data società. Se ci torniamo su con altro materiale di documentazione, è perché tutto ciò che accade di rilevante negli Stati Uniti ha una speciale importanza per la politica mondiale, quindi anche per la politica italiana, nonostante l’evidente declino di questo capobastone storico del capitalismo globale e il periodo caotico che sta attraversando.

Il testo dell’economista M. Roberts ha una sua utilità per l’analisi del voto, ma (oltre a contenere una battuta di pessimo gusto chauvin sull’Albania) ha due evidenti difetti: 1) separa l’esito elettorale dal sommovimento sociale – il movimento per George Floyd – che ha scosso gli States negli scorsi mesi, e ha suscitato contro-movimenti di non poco conto; 2) dà un’interpretazione troppo ottimistica, quanto meno nel titolo, dell’esito elettorale del 3 novembre quando parla, in generale, di donne, giovani, classe operaia, minoranze etniche – che queste forze sociali siano state determinanti (specie nelle grandi città) per la sconfitta di Trump è certo, ma guai a vederle come blocchi compatti, non è affatto così.

Il principale pregio del testo di J. Rasmus è, invece, di sottolineare l’importanza del fattore ideologico-politico, del razzismo bianco, oltre che in queste elezioni, nello scontro sociale che verrà, perché tutto è possibile salvo che il movimento pro-Trump smobiliti – al momento le sue milizie, tanto per dire, stanno dandosi da fare a reclutare veterani di guerra (https://alencontre.org/ameriques/americnord/usa/etats-unis-les-milices-dextreme-droite-recrutent-des-veterans-contre-ce-courant-il-nous-faut-nous-organiser.html). Un buon vaccino, questo, contro ogni lettura economicista/meccanicista degli svolgimenti sociali. Il grosso limite del testo, però, è di considerare l’enorme forza del razzismo come dovuta alla manipolazione di “politici intelligenti almeno nell’ultimo quarto di secolo”. Negli Stati Uniti, al contrario, il razzismo ha un carattere sistemico – è profondamente innervato sia nello stato a tutti i livelli (non semplicemente nelle forze di polizia) che nei rapporti sociali da secoli di riduzione in schiavitù della popolazione afro-americana. Sicché, guardando in prospettiva, è necessario domandarsi quale sarà il nesso tra una nuova guerra civile e la rivoluzione sociale (https://illwilleditions.com/prelude-to-a-new-civil-war/).

Infine, in entrambi i testi qualche speranzella che Biden e i democratici possano cambiare in profondità la politica di Trump c’è. In noi nessuna. Biden, accusato in campagna elettorale dalla sua stessa vice di essere un razzista, e la sua vice, che da procuratrice distrettuale e poi da Attorney general è stata spietata con i più marginali (qualsiasi colore avessero, incluso il nero – come hanno messo in luce i settori più radicali di BLM), apporteranno tutt’al più dei ritocchi cosmetici alle politiche di Trump, come del resto è stato negli 8 anni del premio Nobel per la pace, il bellicista Obama. Questi funzionari devoti del grande capitale statunitense hanno dichiarato a chiare lettere il loro scopo: “far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo” – Make America Great Again, al quadrato.

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L’état de l’économie mondiale au début de la grande récession Covid-19: repères historiques, analyses et illustrations, di F. Chesnais

Square pattern falling into the abyss wallpaper Abstract ...

Fonte: Alencontre 12 aprile 2020

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Sous l’effet de l’extension de la pandémie à une vitesse imprévue, en particulier aux Etats-Unis, les estimations de la profondeur de la récession qui a commencé, et de ses impacts différenciés dans différentes parties de l’économie mondiale se sont constamment modifiées. Pendant plusieurs semaines le repère pertinent a été la crise économique et financière de 2007-2009 et la récession qui l’a suivi. Mais depuis la publication des chiffres du chômage aux Etats-Unis, on parle maintenant d’une dépression d’une ampleur pouvant se rapprocher de la grande dépression des années 1930.

Cet article ajoute à ces deux repères un troisième. Il se situe en 1945 à la sortie de la Seconde guerre mondiale et concerne la dette publique de certains Etats, dont le Royaume Uni et la France. Elle avait atteint des niveaux très élevés dont on se rapproche aujourd’hui. L’article examine d’abord l’état de l’économie mondiale à la veille de la pandémie en se centrant sur les caractéristiques de la période 2009-2019. Il s’interroge ensuite sur la capacité actuelle de rebond, de reprise de l’accumulation en longue période, du capitalisme mondial au regard de celle qu’il avait dans les années 1930 et au cours de plusieurs décennies après la Seconde guerre mondiale.

Plusieurs paramètres sont examinés à cet égard, dont la hausse du coût de la composante variable (dite capital circulant) du capital constant et les caractéristiques actuelles de la technologie. L’article se termine par la question qui va devenir cruciale du niveau et du poids de la dette publique, mais aussi de celle des ménages au point de faire de l’annulation des dettes une revendication politique aisément saisissable par un très grand nombre de travailleurs. Jeudi 9 avril 2020 Christine Lagarde s’est élevée contre l’idée avec beaucoup de vigueur. Continua a leggere L’état de l’économie mondiale au début de la grande récession Covid-19: repères historiques, analyses et illustrations, di F. Chesnais