Perché non muore il fuoco… (CSA Vittoria, Milano)

Riceviamo dai compagni e dalle compagne del CSA Vittoria di Milano, militanti veri, no ciarlatani. E volentieri pubblichiamo. Ora e sempre resistenza al capitalismo in tutte le sue forme ed espressioni, per accumulare la forza necessaria a spazzarlo via dalla faccia della terra.

claudio e giannino

Ci sono storie di compagne e compagni che col tempo invece di svanire fluiscono, avvolgono e si estendono nel cuore, nelle idee e nell’immaginario di altre donne e uomini.

Il loro ricordo crea radici, suscita coraggio, impone bisogni di unità e solidarietà di classe, rincuora nella resistenza.

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Razzismo istituzionale: due denunce del Comitato lavoratori delle campagne e della CUB

Pubblichiamo qui di seguito due denunce (che ci sono giunte oggi, 20 gennaio) di altrettanti casi di razzismo istituzionale (o di stato), l’uno riguardante i braccianti immigrati di Rosarno, l’altro un rider di Milano. In entrambi i casi le politiche discriminatorie, la negazione dei diritti più elementari, come il diritto alla casa e al permesso di soggiorno slegato da ogni altra condizione, o il diritto allo svolgimento dell’attività sindacale, tutto sono salvo che confinate ai soli lavoratori immigrati direttamente coinvolti. Abbiamo dedicato il n. 3 della nostra rivista “Il Cuneo rosso” alla guerra contro gli immigrati, perché consideriamo l’azione di contrasto ad essa e la più stretta unità tra lavoratori autoctoni e immigrati una questione-chiave del nuovo movimento proletario. E non ci stancheremo di riproporre questo impegno come caratterizzante, più di quanto sia ora, sia del Patto d’azione anti-capitalista che dell’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Al di là della condivisione o meno di questo o quell’aspetto delle denunce che ci arrivano, riteniamo prioritario dare ad esse ospitalità. E se funzionassimo un po’ meglio, avremmo dovuto dare risalto ai molti articoli di denuncia delle infami condizioni in cui l’Italia del governo Conte e l’Unione europea della von der Leyen tengono migliaia e migliaia di immigrati in Bosnia e in tutta l’area balcanica, per non parlare di Lesbo, della Libia e di tutto il resto.

Razzismo istituzionale in salsa rosarnese

Ora basta, dateci le case!

La notizia, per i media, è quella dell’arresto del sindaco di Rosarno per collusione mafiosa. Non è una notizia che chi raccoglie gli agrumi nella Piana di Gioia Tauro vive ancora in campi di lavoro – fatti di tende e container che somigliano sempre di più ad una baraccopoli, provvisti di servizi minimi ma sottoposti a sorveglianza costante – quando non in case fatiscenti senza nemmeno quei servizi. Non è una notizia nemmeno il fatto che negli ultimi mesi, dopo l’individuazione di alcuni soggetti positivi al COVID all’interno di queste quasi-carceri, tutti gli abitanti siano stati sottoposti a misure restrittive abnormi ed insensate, che poco o nulla hanno a che fare con la tutela della salute e molto con il razzismo istituzionale. Né è una notizia quello stesso razzismo istituzionale, nemmeno quando emerge in modo conclamato da un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha portato tra gli altri all’arresto del sindaco e di un consigliere comunale di Rosarno. Giuseppe Idà, intercettato, non ha avuto peli sulla lingua nell’ammettere quello che è sempre stato sotto gli occhi di chi voleva vedere, e cioè che la politica rosarnese ed i suoi padrini non potevano accettare di assegnare delle case popolari ai ‘niri’. Certo, gli africani non votano – ed anche questo è un aspetto del razzismo istituzionale.

Ma ora che la verità è stata messa nero su bianco, che cosa cambierà per chi lavora senza tutele, nella precarietà più estrema, rischiando ogni giorno un’aggressione che potrebbe costargli la vita? Da prima dello sgombero in grande stile di una delle precedenti incarnazioni della Tendopoli di San Ferdinando, nel marzo 2019, i lavoratori africani chiedono che vengano loro assegnate quelle case, finanziate da fondi europei espressamente per alloggiare gli stagionali stranieri.

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Solidarietà alla lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia a Milano (Comitato 23 settembre)

Si è svolto ieri il presidio davanti alla prefettura di Milano per denunciare l’insostenibile situazione in cui versano le lavoratrici e i lavoratori degli alberghi della città (e non solo), e l’ennesimo cambio appalto che ha interrotto la trattativa  con i sindacati, fra cui il SI Cobas, che stanno portando avanti la trattativa. Si tratta di un anticipo di quello che si prefigura per altre centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori dopo lo sblocco ufficiale dei licenziamenti. Le lotte in corso vanno appoggiate con la massima solidarietà e socializzate per arrivare a costituire un fronte di classe unitario contro il padronato e il governo Conte.

Solidarietà alla lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia

Gli alberghi di lusso, ecco un settore che negli anni ha avuto nella Milano capitale della moda una inarrestabile espansione, un settore in cui si lucrano ingenti profitti grazie alla clientela di super ricchi e soprattutto al super-sfruttamento dei lavoratori che vi operano e, ultimo anello della catena, delle lavoratrici delle pulizie. Le condizioni di lavoro, quando il lavoro c’era, erano una sintesi del peggio: grazie al sistema degli appalti, paghe da fame e lavoro a cottimo! Con il cambiamento continuo delle ditte appaltatrici, malattie e maternità non pagate, mancati rimborsi del 730 e la perdita di ogni diritto al mantenimento del posto di lavoro.

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Lusso e sfruttamento sfrenato all’Hotel Gallia. La risposta di lotta delle lavoratrici

L’hotel Gallia di Milano, l’emblema dell’accoglienza di super lusso a quanti possono permettersi una stanza da 1.000 euro a notte (ma anche 20.000, se si sceglie la suite di 1.000 metri quadri a disposizione di clienti “speciali”), prospera sulla fatica delle lavoratrici delle pulizie delle ditte d’appalto, lavoro pagato a cottimo, un tot per stanza, in un clima di ricatto continuo e vessazioni, in cui ogni scusa è buona per sottrarre denaro dalla già misera busta paga. Alla fatica e alla precarietà di questo lavoro si è aggiunto, con le limitazioni di movimento e la diminuzione degli ospiti dovute al Covid, il licenziamento per 80 di loro. I diritti delle donne lavoratrici sono finiti negli oscuri meandri degli appalti e dei subappalti, che dilagano in Italia grazie a 25 anni di demolizione sistematica, da parte dei governi di ogni colore e del parlamento, di ogni vincolo alla precarietà, e nelle promesse ingannevoli di riassunzione del nuovo padrone. Dopo ripetuti presidi davanti alla prefettura e davanti all’hotel, organizzati dal SI Cobas e dalla CUB, si è aperta una trattativa per il pieno reintegro delle lavoratrici nei loro posti di lavoro. Nel frattempo, in attesa di questo esito della vertenza, molte stanno cercando di arrangiarsi. Ma non si illudano i padroni: non molleranno la presa finché non vedranno riconosciuto il loro diritto al posto di lavoro, riconquistato con la lotta!

Milano, hotel Gallia: chi c’è dietro gli appalti?

Di Alessandro Rettori, 25 Novembre 2020

[Fonte: https://www.rivistapaginauno.it/milano-hotel-gallia-chi-ce-dietro-gli-appalti/%5D

Lavoro a cottimo, titolari di imprese che spariscono e prestanome che compaiono, lavoratori lasciati nel nulla

Questa storia nasce tra i corridoi dello storico Excelsior Gallia di Milano, hotel extra lusso che si affaccia su piazza Duca d’Aosta, davanti alla Stazione Centrale. Il listino prezzi dell’albergo – base d’appoggio privilegiata da molte celebrities – parte dai 330 euro a camera fino ad arrivare a 1.000, per non parlare della Katara Royal Suite, 1.000 metri quadrati di sfarzo a 20.000 euro a notte. Ebbene: il Gallia appalta la pulizia delle 235 camere a un’impresa esterna, la Ho Group srl, pagando i lavoratori, di fatto, a cottimo. A marzo, con la prima ondata di Covid-19 e il successivo lockdown, l’hotel chiude e gli 80 lavoratori rimangono a casa. L’appalto salta, i proprietari di Ho Group – al centro di un intricato giro di società srl, che vedremo – spariscono (forse…), lasciando gli 80 lavoratori nel nulla, e il 26 ottobre il Gallia riapre affidando l’appalto a un’altra impresa. Ma qui, la vicenda si fa ancora più incredibile …

Il lusso del cottimo

Maria (nome di fantasia, a garanzia dell’anonimato) è nata in un paesino del Sudamerica, e da qualche anno lavora come cameriera ai piani tra le stanze del Gallia. Il suo datore di lavoro, però, tuttora è Ho Group, con cui ha un contratto a tempo indeterminato. “Abbiamo un normale contratto a ore”, spiega Maria, “ma è risaputo che negli hotel non ti pagano mai a ore, ti pagano a stanze.

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Diario della repressione. La ripartenza dei padroni e la necessità di un fronte unico

1. Napoli, 23 maggio: manifestazione autorizzata e conforme alle regole di distanziamento organizzata da Movimento di lotta disoccupati, Si-Cobas e promotori del percorso Vogliamo tutto, e che, con un passaggio “alla spicciolata”, intendeva portare le sue rivendicazioni, inascoltate dalle istituzioni, davanti al municipio. Le rivendicazioni: sostegno ai disoccupati e ammortizzatori sociali; contrasto a precarietà e licenziamenti, e sicurezza sul lavoro, anche contro il ricatto salute/lavoro nella crisi covid-19; sospensione di affitti e bollette. Ovvero, difesa, organizzata e di classe, di esigenze primarie. Contro quanto dichiarato durante un incontro in Questura, con tanto di rassicurazioni in tema di garanzia dei diritti, la polizia impedisce il passaggio “alla spicciolata” verso Piazza Municipio, carica e manganella ferendo almeno 5 persone. Il capo della polizia spiega ai giornali che gli aggressori in divisa sono le vittime. E i giornali scrivono, sotto dettatura. Continua a leggere Diario della repressione. La ripartenza dei padroni e la necessità di un fronte unico