Uvalde, America: tra polarizzazione e decomposizione. Venerdì 17 giugno, ore 18, libreria Calusca, Milano

Venerdì 18 giugno 2022, ore 18:00

UVALDE, AMERICA. TRA POLARIZZAZIONE E DECOMPOSIZIONE

Il gigante dai piedi di argilla, tra guerre per procura all’esterno e disgregazione sociale al suo interno.

Partendo dal massacro avvenuto nella scuola elementare di Uvalde discuteremo della situazione attuale e del suo divenire con Pietro Basso della redazione de Il pungolo rosso.

Sarà possibile seguire e intervenire anche online. Per ricevere il link scrivere a: centrodocumentazionecontrolaguerra@inventati.org

Poco prima dell’inizio invieremo link e riferimenti a chi li avrà richiesti.

L’incontro avverrà in diretta streaming: https://cox18.noblogs.org/

Leggi anche: Uvalde è l’America, una società in disgregazione, postato il

Il favoloso mondo della Brexit, 2. Militarismo, militarismo, folle e sanguinario militarismo

Il succo del discorso della Truss è nell’attacco alla politica di Merkel e UE verso la Russia, da gettare alle ortiche subito per imbracciare una politica “assertiva” fatta di attacchi senza tregua al “barbaro” nemico, puntando al suo annientamento.

Uno degli argomenti forti dei piazzisti britannici della Brexit (e dei loro replicanti di destra e di sinistra italiani) è stato e rimane il recupero di sovranità economica e politica. Liberata dai vincoli di Bruxelles, Londra avrebbe, più o meno in breve, riconquistato il vecchio statuto di “regina degli oceani e intraprendente conquistatrice di mercati lontani”.

Noi formulammo, invece, tutt’altra previsione. Data l’asprezza del livello di scontro inter-capitalistico e inter-imperialistico esistente, a crisi irrisolta, sul mercato mondiale, non poteva esserci alle viste, per la Gran Bretagna, nessun “recupero di sovranità nazionale”, semmai il contrario. E così è stato.

Dopo la Brexit, la pretesa dei gangster statunitensi di dettare legge nella loro riserva britannica si è fatta più arrogante che mai in tutti i campi, fino al punto da spingere “The Guardian” a ridicolizzare Johnson come “il barboncino di Trump”. Né le cose sono cambiate con Biden. La Gran Bretagna attende ancora segnali di fumo per quel trattato commerciale speciale con gli Usa a cui aspira, e che è assai difficile che arrivi, almeno fino al “giorno in cui l’Inghilterra busserà ancora una volta alla porta dell’Europa” (questa la pungente considerazione di Sergio Romano).

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La macchina bellica dello stato italiano, che ripudia la guerra – Giulia Luzzi

[Foto: Ansa; Marina Militare]

L’Osservatorio Mil€x[1] rileva che nel 2020 la spesa militare dello Stato italiano, è aumentata di oltre 1,5 miliardi di € rispetto al 2019, un incremento di oltre il 6% su base annua, ed equivalenti a 436€ per ogni cittadino italiano. L’aumento è dovuto sia alla crescita del bilancio del ministero Difesa che di quella con funzioni militari degli altri ministeri. Lo stato italiano la chiama ipocritamente “spesa per la Difesa”, visto che l’articolo 11 della sua Costituzione proclama di ripudiare la guerra.

Si tratta di una stima basata sulla Legge di Bilancio di fine 2019. Ma i consuntivi sono quasi sempre più alti, rispetto alle previsioni…[2]

Continuano ad aumentare gli investimenti per nuovi sistemi d’arma, quasi 3 MD di€, spesa registrata dal ministero dello Sviluppo Economico. A dimostrazione della compenetrazione e complementarietà di guerra ed economia, di morti e sofferenze umane e tutela dei profitti della classe borghese italiana, e internazionale.

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Afghanistan: gli affari d’oro dei big statunitensi della produzione di morte – Jon Schwarz

Per unanime ammissione dei diretti interessati (che avrebbero ogni vantaggio a negarlo), la guerra in Afghanistan si è conclusa, con una disfatta politico-militare, tale soprattutto per gli Stati Uniti, il paese-guida della coalizione occidentale.

Tuttavia c’è un comparto fondamentale dell’apparato industriale e di potere degli Stati Uniti che in questa guerra ha prosperato alla grande: è quello composto dai grandi gruppi dell’industria della morte. Ne fornisce una prova dettagliata l’articolo di Jon Schwarz, che riprendiamo da The Intercept nella traduzione di Giulia Luzzi.

Il militarismo, ha scritto Rosa Luxemburg, “appare al capitale un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo di accumulazione”. Nell’intera storia del capitalismo nessun altro paese ha puntato le sue chance di supremazia sul mercato mondiale sul militarismo quanto gli Stati Uniti. Tant’è che – come ricorda Schwarz – perfino un generale diventato presidente (Heisenhower) si sentì in obbligo, lasciando la presidenza nel gennaio 1961, di mettere in guardia dallo strapotere del complesso militare-industriale del suo paese. Nei sessant’anni successivi, però, questo complesso non ha fatto altro che ingigantirsi ulteriormente attraverso un impressionante seguito di guerre guerreggiate (Vietnam, Iraq, Jugoslavia, Afghanistan sono state soltanto le più devastanti) o simulate (le “guerre stellari”), fino ad arrivare a coprire anche più del 50% della spesa militare mondiale (ora è “appena” al 39%). Ebbene, inizia ora ad essere evidente ad occhio nudo il rovescio della medaglia dei formidabili investimenti nelle tecnologie e tecnostrutture della produzione di morte e devastazione.

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Afghanistan: una disfatta storica degli Stati Uniti e dell’Italia. E ora? – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

1. Sconfitta, disastro, debacle, agghiacciante fallimento, vergognosa ritirata, una catastrofe dei nostri eserciti e dei nostri valori, una disfatta peggiore di quella subita da parte dei vietcong mezzo secolo fa: una volta tanto, la stampa dei regimi occidentali, detti comunemente democrazie, non ha indorato l’amarissima pillola che i signori della guerra di Washington&Co. hanno dovuto deglutire in questi giorni.

Molti commentatori sono sorpresi. Non riescono a spiegarsi come i sistemi militari, gli apparati di intelligence e la diplomazia di una coalizione così potente hanno fallito davanti ad un “gruppo insurrezionale” (i talebani) di qualche decina di migliaia di guerriglieri, che non aveva dietro di sé nessuna grande potenza né chi sa quale addestramento militare, dotato di un armamento in alcun modo paragonabile a quello dei volonterosi carnefici della Nato. È la sorpresa che colpisce metodicamente i guru della geopolitica, convinti come sono – per la loro ottusa ideologia – che la tecnologia bellica, il denaro e i servizi segreti decidano di tutto, e che nelle vicende della storia le masse sfruttate e oppresse contino zero.

Invece hanno vinto i talebani afghani. E l’impatto internazionale della loro vittoria è enorme. Perché, come ha osservato Mosés Naím, “incoraggerà tutti gli avventurieri [coloro che non si inginocchiano ai comandi statunitensi – n.] a sfidare il potere americano, intaccherà la fiducia degli alleati negli Usa, e rafforzerà la convinzione dei rivali autocratici come Cina e Russia di possedere un modello superiore alle democrazie”. È l’ennesima prova del fondamento materialista del nostro internazionalismo: la presa di Kabul, capitale di una nazione che è, per il suo Pil, al posto 106 nel mondo e intorno al posto 170 per Pil pro capite (quindi, uno tra i paesi più poveri del mondo), sta avendo e avrà un enorme impatto internazionale – per gli sconfitti, per i vincitori, e per quanti non appartengono a nessuna delle due schiere.

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