Portare Taiwan nella NATO, o la NATO a Taiwan?, di Eve Ottenberg

Alla fine di aprile, la Gran Bretagna, la cagnolina di lusso degli Stati Uniti, rappresentata dalla dimenticabile Liz Truss, ha urlato che la NATO dovrebbe essere più coinvolta nell’Estremo Oriente. Che dio ci aiuti! La NATO ha già creato abbastanza guai in Ucraina per un’intera generazione. Forse ne ha creati così tanti che porrà fine a tutte le generazioni future.

Un compagno ci ha segnalato questo vibrante scritto di Eve Ottenberg comparso due giorni fa sul sito statunitense Counterpunch, accompagnandolo con questo pungente commento: “Eccoci! Prossima mossa: Taiwan entra nella NATO!”. Ci siamo permessi, perciò, di modificare il titolo originario del testo, che trovate qui sotto, sicuri di non tradirne il senso d’insieme. Non ci sfugge che la brava polemista non sembra afferrare la radice profonda, materialmente determinata, di questa furiosa, cieca voglia di distruzione e di guerra che possiede le alte sfere del Congresso, delle amministrazioni statunitensi, delle grandi corporations e degli enti finanziari che li hanno in pugno – anche se nelle batture finali Ottenberg parla degli Stati Uniti come di un “potere egemone insicuro”. Ma non pretendiamo troppo. Del resto, sono temi fissi del nostro blog tanto il lungo declino del super-imperialismo statunitense quanto la crisi sempre più profonda dell’intero sistema sociale capitalistico, e la combinazione esplosiva, incontrollabile tra questi due processi. Invece di farle le pulci, prendiamo sul serio le notizie che ci dà e l’allarme che lancia. (Red.)

Freschi di Russia, gli Stati Uniti non riescono a smettere di provocare la Cina

In un atto di ipocrisia cieco e vertiginoso, gli Stati Uniti hanno recentemente dichiarato che invaderanno le Isole Salomone, se il nuovo patto che quel paese ha concluso con Pechino comporterà la costruzione lì di una base militare cinese. Questo, dopo mesi in cui i nostri politici hanno urlato come pazzi deliranti sul male apparentemente impareggiabile e mai visto prima della Russia che invade l’Ucraina, con un pieno di paragoni tra Putin e Hitler. Ebbene: se Biden invade le Isole Salomone, è Hitler? Del resto, che dire di George Bush, che ha invaso l’Iraq e l’Afghanistan? È Hitler? E il britannico Tony Blair: è Hitler?

Inoltre, le centinaia se non migliaia di governanti nella storia umana che hanno invaso paesi stranieri sono tutti Hitler? Immagino che abbiamo già dimenticato la parte in cui Hitler sterminò sei milioni di ebrei insieme a milioni di slavi, rom, comunisti e altri cosiddetti indesiderabili. Questo sterminio, a quanto pare, non è più considerato una caratteristica distintiva del male unico costituito da Hitler. In quale altro modo spiegarci, se no, che le accuse di essere Hitler sono una dozzina in questi giorni? Tale retorica a buon mercato non serve a niente per aiutare gli ucraini comuni che stanno soffrendo. Ma sicuramente aiuta i dirigenti d’impresa guerrafondai a diventare più ricchi. Questo è il punto.

“Ma, ma”, balbettano i residenti di Washington ubriachi di potere, mentre le azioni delle compagnie del settore militare salgono alle stelle (oltre il 60 percento dall’invasione della Russia): “l’ordine dev’essere basato sulle regole!”. Questa è la bugia con cui l’impero statunitense elude il diritto internazionale con l’affermare che le sue “regole” si applicano a tutti tranne che a Washington. Fatto sta che ultimamente, il mondo civilizzato, soprattutto il Sud del mondo, non si beve queste sciocchezze. Se si esclude l’Europa, il trucco non funziona da nessuna parte.

La Cina è il nemico numero uno di Washington. Anche se non lo si direbbe, dato il feroce clamore che sta facendo sulla Russia, deliberatamente provocata (dall’Occidente), e sulla terribile invasione dell’Ucraina. Alla fine di aprile, la Gran Bretagna, la cagnolina di lusso degli Stati Uniti, rappresentata dalla dimenticabile Liz Truss, ha urlato che la NATO dovrebbe essere più coinvolta nell’Estremo Oriente. Che dio ci aiuti! La NATO ha già creato abbastanza guai in Ucraina per un’intera generazione. Forse ne ha creati così tanti che porrà fine a tutte le generazioni future. Lo scopriremo. Ma i guerrafondai di Washington sono d’accordo con Truss [noi spieghiamo in un altro testo postato oggi che è piuttosto Truss ad essere portavoce dei guerrafondai di Washington – red.]. In effetti, costoro propongono persino – ed è una proposta da incubo – di armare il Giappone con armi nucleari, sentendosi frustrati per non poter circondare la Cina di missili come hanno fatto con la Russia. Quell’accerchiamento ha provocato la guerra in Ucraina, che, secondo tutte le indicazioni, Washington considera uno strepitoso successo propagandistico.

Nel frattempo, nei media occidentali è stato sottostimato l’avvertimento lanciato dalla Cina agli Stati Uniti il 29 aprile contro l’invio di armi a Taiwan. La Cina ha annunciato che risponderà all’intervento straniero. Questa rabbiosa risposta a Washington è arrivata in un contesto difficile: il 26 aprile, per minacciare la Cina e mostrare i propri muscoli, il cacciatorpediniere USS Sampson è transitato nello Stretto di Taiwan, cosa che a detta della Settima Flotta “dimostra l’impegno degli Stati Uniti per un Indo-Pacifico libero e aperto”. Oh, oh. Ciò che dimostra è l’impegno degli Stati Uniti, in particolare di Biden, ad entrare in guerra se la Cina dovesse fare ciò che ha detto per decenni che farà e che gli Stati Uniti hanno tacitamente accettato, vale a dire, lentamente, osmoticamente, assorbire Taiwan nella terraferma. Ma la Cina ha ora ricevuto il messaggio bellicoso della marina americana. Il 6 maggio, 18 jet dell’aviazione dell’Esercito di Liberazione del Popolo hanno ronzato sopra Taiwan.

Circa una volta al mese una nave della marina statunitense transita nello Stretto di Taiwan. È successo di nuovo solo la scorsa settimana. Il 10 maggio la USS Port Royal ha manovrato in queste acque agitate, dimostrando che, indipendentemente dal numero di jet dell’aviazione cinese con cui contrasta, gli Stati Uniti continueranno a inviare le loro navi in luoghi che non gli appartengono. Gli Stati Uniti hanno un talento per creare situazioni disgustose e poi, come ha detto lo storico John Mearsheimer della catastrofe che è stata provocata tra Russia e Ucraina, Washington si rifiuta di riconsiderare la propria orribile politica, ed anzi raddoppia. Abbiamo visto dove ci ha portato il raddoppio in Iraq e in Afghanistan, ma sta’ sicuro, non abbiamo certo appreso la lezione.

Anche i senatori Bob Menendez e Lindsay Graham, falchi anti-cinesi, si sono dedicati a peggiorare la situazione, andando a Taiwan a metà aprile per incoraggiare l’isola a opporsi alla Cina. Anche il viaggio programmato, e poi annullato, dalla leader della Camera Nancy Pelosi non ha aiutato: tutti questi faccendieri del Congresso stanno spingendo Taiwan a un’imprudenza catastrofica. Perché in ogni caso, questo è un invito al suicidio di massa. È solo una questione di quanto grande sarà la massa. Due sono i casi: o i travet politici statunitensi spingono Taiwan a dichiararsi una nazione indipendente, provocando così l’invasione militare cinese, e poi, come spesso accade, gli sbruffoni statunitensi infrangono le loro promesse e non fanno nulla, lasciando Taiwan nella tempesta o, quel che è peggio, mantengono le loro solenni promesse, e abbiamo un’esplosione del conflitto tra Pechino dotata di armi nucleari e Washington dotata di armi nucleari, un orrore tale che anche un bambino di quarta elementare ne può comprendere la portata. In effetti, un bambino di nove anni vede, in media, molto più avanti di molti membri del congresso, che stanno percorrendo un sentiero di incitamento all’Armageddon atomico. Anche gli idioti della Casa Bianca percorrono quella strada. Credo questa sia una primavera odorosa.

Come ha pontificato al Congresso il segretario di Stato Antony Blinken: “Quando si tratta della stessa Taiwan, siamo determinati ad assicurarci che disponga di tutti i mezzi necessari per difendersi da qualsiasi potenziale aggressione, compresa l’azione unilaterale della Cina per interrompere lo status quo che è in vigore da molti decenni”. Oh, oh, ancora! Come ha twittato il commentatore Arnaud Bertrand: “L’ironia è che armare Taiwan fino ai denti È una grave interruzione dello ‘status quo in vigore da molti decenni'”. Tale status quo è la politica One China, una sola Cina, che postula che Taiwan faccia parte della Cina. Dagli anni di Nixon, che furono un periodo di relativa sanità mentale rispetto a Pechino, gli Stati Uniti lo hanno accettato. Blinken avvolge la storia in un pretzel per giustificare il nuovo incitamento, l’aggressione degli Stati Uniti e, in modo molto redditizio per gli Stati Uniti, l’affondamento dell’isola sotto una mastodontica montagna di armi.

Nel frattempo, l’amministrazione Biden fa di tutto per offendere la Cina. Il 28 aprile, Washington ha invitato un funzionario taiwanese a un evento di 60 nazioni sul futuro di Internet; quindi ora gli Stati Uniti riconoscono ufficialmente Taiwan come paese indipendente? Washington ha abbandonato il riconoscimento formale di Taiwan nel 1979; dobbiamo concludere che Biden sta cambiando questa politica? In questa conferenza le 60 nazioni hanno fatto varie promesse sulla tecnologia digitale e Internet. Taiwan doveva davvero partecipare? Ciò fa seguito a un disegno di legge approvato dalla Camera dei rappresentanti il ​​27 aprile, che ordina al dipartimento di stato di muoversi per promuovere lo status di osservatore per Taiwan presso l’Organizzazione mondiale della sanità. A dicembre, Taiwan è stata invitata al vertice sulla democrazia organizzato dall’amministrazione Biden.

Poi, a coronamento di tutte queste balle di promozione di Taiwan, che Pechino sicuramente considera con amarezza altrettante provocazioni, l’8 maggio il dipartimento di Stato ha riscritto la parte del proprio sito web che si occupa del territorio. E in questa occasione ha posto termine al riconoscimento dell’isola come parte della Cina continentale. È scomparso anche l’affermazione che gli Stati Uniti non supportano l’indipendenza di Taiwan. Vedete in che direzione si sta andando? Ad incoraggiare e acclimatare il mondo a trattare Taiwan come una nazione indipendente, per meglio radunare una coalizione di volonterosi quando Taiwan commetterà l’errore fatale di dichiararsi tale, e la Cina reagirà a ciò che senza dubbio considera come aperta ribellione da parte di un territorio che da tempo ha definito una provincia rinnegata.

Non sarebbe meglio che gli Stati Uniti tentassero l’approccio a cui hanno arrogantemente storto il naso con la Russia, vale a dire il negoziato? O schierassero dei diplomatici, membri di una specie in via di estinzione, attualmente quasi estinta per quello che riguarda Washington e Mosca? Invece di lanciare contro la Cina minacce e insulti, i governanti statunitensi potrebbero prendere in considerazione l’idea di sedersi con le loro controparti a Pechino e cercare di escogitare benefici e protezioni per Taiwan, mentre si avvicina alla reintegrazione con la terraferma. Ma ciò presuppone che i governanti di Washington siano persone rispettabili, un’illusione da cui il loro comportamento nei confronti dell’Ucraina e della Russia avrebbe dovuto disingannare per sempre tutti gli osservatori.

Quindi no. Biden e i suoi simili hanno un pubblico domestico da abbindolare, il che significa irritarsi usando la guerra per distrarre dai prezzi alle stelle, e poter così sognare di vincere le elezioni; e come hanno dimostrato questi politici nei confronti della Russia, pur di restare in piedi tenendosi stretto il loro bottino qui a casa, sono disposti a sfidare ogni volta il buon senso, anche se questo significa flirtare con l’annientamento atomico. Anche se questo significa bruciare le opportunità per scongiurare o porre fine a una guerra. Anche a costo di prolungare attivamente e perfidamente una guerra. Quindi l’impero statunitense continua nella sua folle ricerca di lanciare Taiwan come una nazione indipendente in erba all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, gettando così le basi per il tipo di blitz di propaganda che attualmente bombarda la Russia, fornito dai nostri media compiacenti e completamente isterici. Chi ripensa ora alle richieste scritte di garanzie di sicurezza di Mosca, nel frastuono di terribili accuse di crimini di guerra e davanti al vero orrore della guerra? Allo stesso modo, l’obiettivo attuale è rimuovere dalla mente del pubblico il fatto che per la maggior parte del mondo Taiwan non è una nazione indipendente.

Solo 13 paesi, per la maggior parte piccole isole caraibiche o nazioni centroamericane storicamente di destra, riconoscono Taiwan come paese sovrano. L’ONU considera l’isola un territorio, non un paese. Ciò presenta difficoltà per i guerrafondai al Congresso degli Stati Uniti e alla Casa Bianca, o almeno così era una volta. Ora, a quanto pare, l’atmosfera è: “Oh, e piantala! Armiamo Taiwan e andiamo in guerra se la Cina fa una mossa”. Questa follia flirta con l’inverno nucleare, ma a quanto pare i nostri depravati idioti del Congresso pensano che far morire di fame miliardi di persone non sia un prezzo troppo alto da far pagare per resistere al nemico asiatico numero uno, che solo fino a poco tempo fa era un amico e un rispettato partner commerciale degli Stati Uniti, ed ora è demonizzato come una minaccia comunista per fare il lavaggio del cervello agli americani timorati di Dio.

Nonostante il vergognosamente viscido, pernicioso e stolto “pivot to Asia” di Obama, le vendite di armi degli Stati Uniti a Taiwan non sono cresciute davvero fino a quando Trump non ha preso la palla al balzo per lanciare il suo “provochiamo la Cina”. Quindi, negli ultimi anni, Washington ha venduto a Taiwan miliardi di dollari di armi. All’inizio di aprile, gli Stati Uniti hanno approvato un accordo missilistico Patriot del valore di 95 milioni di dollari. La Cina ha protestato. Sorpresa! Le sue lamentele sono cadute nel vuoto.

Sempre desideroso di preparare qualsiasi confezione politica capace di seminare morte, il pezzo grosso della squadra di Trump Mike Pompeo ha chiesto, a marzo, il riconoscimento diplomatico di Taiwan come paese sovrano. Dopo aver armato i taiwanesi in modo indiscriminato, quella sarebbe la ciliegina sulla torta avvelenata. Ma non pensiate certo che Washington si limiti a Taiwan nel suo confronto con la Cina. Oh, no. Come mostra la rissa sulle Isole Salomone, gli Stati Uniti hanno progetti grandi, molto grandi: intendono contrastare la Cina a livello globale.

“La sfacciata minaccia alle Isole Salomone da parte degli Stati Uniti ne mette in mostra l’egemonia e il bullismo”, titolava un articolo del Global Times il 24 aprile. Ecco come Pechino considera Washington. E la saggezza comune dice che non c’è niente di peggio di un potere egemone insicuro. Infatti, ovunque l’occhio imperiale volge il suo sguardo arrogante e meticoloso, vede pericoli, trappole, umiliazioni. La Cina ha conquistato avamposti economici in tutto il mondo, come parte della sua Belt and Road Initiative. Washington intende attaccare Pechino per tutto questo? Staremo a vedere, perché anche se sarebbe una battaglia persa per gli Stati Uniti, come abbiamo visto troppo spesso negli ultimi decenni dal Vietnam all’Afghanistan all’Iraq, ciò non significa che questo non sia nei piani di Washington.

Per un’opposizione internazionalista alla guerra in Ucraina e al militarismo, fuori e contro ogni schieramento imperialista – SI Cobas (italiano – english)

Report dell’assemblea nazionale di domenica 13 marzo

Nella mattinata di domenica 13 marzo più di 150 tra lavoratori, militanti sindacali, politici e attivisti hanno risposto all’appello lanciato dal SI Cobas prendendo parte all’assemblea nazionale (su zoom) contro la guerra in Ucraina e più in generale contro il clima di escalation bellicista in atto su scala internazionale.

Ascolta la registrazione dell’assemblea

Dopo l’introduzione del SI Cobas, hanno animato il dibattito compagne e compagni di Pasado y presente del marxismo rivoluzionario, Centro di documentazione contro la guerra di Milano, Comitato immigrati in Italia di Roma, Carmilla on line, Comitato 23 settembre, Jacobin (redazione per l’Europa), Tendenza internazionalista rivoluzionaria, Laboratorio Politico Iskra, delegati operai e dirigenti del SI Cobas, Collettivo operaio Gkn, Movimento No Muos, Fronte della gioventù comunista, Sinistra anticapitalista, Pcl, Comitato contro le guerre e il razzismo di Marghera, Movimento dei disoccupati 7 novembre, Sgb.

Dagli oltre 20 interventi è emersa una sostanziale omogeneità di intenti riguardo la necessità di dar vita a uno spazio comune di confronto, orientamento e iniziativa che abbia come sua discriminante l’opposizione a tutti i fronti in campo, con la ovvia priorità di denunciare l’apporto dato dal “nostro” capitalismo, dal “nostro” stato, dai “nostri” governi, e dalle alleanze di cui l’Italia è parte (NATO, UE), allo scoppio della guerra in corso.

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Domenica 13 marzo, ore 10. Un’iniziativa internazionalista contro la guerra in Ucraina – SI Cobas (italiano – english)

Per un’iniziativa di classe internazionalista contro la guerra in Ucraina

Dopo la guerra NATO-Italia alla Jugoslavia del 1999, una nuova guerra è scoppiata in Europa: la guerra della Russia all’Ucraina. E come quella per distruggere la Jugoslavia, sta portando e porterà con sé violenza, lutti, devastazione, povertà, emigrazione forzata, distruzione dei legami affettivi, che ogni guerra porta con sé – con un carico di dolore aggiuntivo per le donne.

Condanniamo questa guerra senza se e senza ma, e ne chiediamo la fine immediata perché le sue finalità sono finalità di dominio e di sfruttamento. Ma va detto con chiarezza che gli Stati Uniti, la Nato e l’UE hanno fatto ciò che era in loro potere per spingere la Russia alla guerra attraverso una serie di azioni provocatorie: la massima tra tutte, portare i loro missili fino ai confini russi. E ora che la guerra è scoppiata, fanno il possibile per alimentarla attraverso l’invio di armi e “consiglieri” al governo Zelenski. Per i governi occidentali, gli ucraini debbono essere la loro carne da macello in quello scontro con la Russia che da due secoli sognano di vincere.

Il governo Draghi e i governi che l’hanno preceduto sono corresponsabili in pieno di questa tragedia. Mettendo a disposizione della NATO per il “fronte orientale” altri 1.500 soldati, attivando i droni Global Hawks da Sigonella, inviando “armi letali” al governo ucraino, varando sanzioni dure contro la Russia, scatenando a reti unificate una delirante campagna russofobica, hanno di fatto deliberato l’entrata in guerra dell’Italia. Secondo il solito stile ‘italiano’: si fa, senza dichiarare apertamente quello che si fa.

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La portaerei Italia – Giorgio Stern

La portaerei Italia galleggia nel Mediterraneo con un carico di armi che nemmeno il comandante conosce. In barba a tutte le dichiarazioni di pace, libertà, democrazia, la minuziosa documentazione e le Note Esplicative di questo scritto mostrano tutt’altra evidenza, che si completa con le migliaia di ettari di terreno adibiti alle esercitazioni militari, soprattutto in Sardegna.

Anche la distinzione tra Nato, Usa, Esercito Italiano – così cara a certa retorica nazionalista piagnona secondo cui l’Italia sarebbe una colonia – scompare in un’unica evidenza: l’enorme quantitativo di armi stoccato in Italia è pronto per le guerre del capitale, si tratti di Italia, Usa o Nato cosa importa?

Certo, tra i guerrafondai esteri e quelli nazionali ci sono tensioni, e ci sono determinati rapporti di forza (in alcuni casi a sfavore dell’Italia). Ma non è a queste tensioni, non è alla Costituzione o alla sovranità nazionale che possiamo appellarci per opporci alla guerra in corso in Ucraina, a quella (del tutto oscurata) in corso in Africa occidentale al fianco della Francia di Macron, e alle altre in gestazione.

Da riferimenti del genere non potremo avere altri risultati se non pericolose illusioni (in basso) o la solita clamorosa ipocrisia (in alto). Ce lo conferma lo stesso scritto che abbiamo riportato quando esamina il processo di costituzione delle basi militari. Quanto alle inchieste giudiziarie, esse non hanno mai scalfito la natura, l’esercizio e gli scopi dell’armamentario militare: aggressione alle popolazioni dentro e fuori i confini nazionali con un “particolare riguardo” ai perturbatori della quiete, proletari e comunisti.

E poi, depositi di armi, incluse quelle bandite dalle convenzioni internazionali, armamenti nucleari in depositi segreti, addestramento di gruppi eversivi…

Tutto questo vuol dire che i giochi sono fatti, che non ci sia nulla da fare? Al contrario. Denunce come queste hanno la loro utilità nel mettere in luce ciò che, in parte almeno, si vorrebbe nascondere. E poi le macchine militari più potenti e “terrificanti” non sono affatto onnipotenti perché debbono fare i conti, e li faranno, con la forza delle masse sfruttate e oppresse. E da ultimo in Afghanistan si è visto com’è andata.

***

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa ricerca compiuta dal pacifista triestino Giorgio Stern.

Mi è stato fatto notare che nel precedente messaggio ho commesso un errore.

Ho sbagliato clamorosamente nel riferire il numero delle basi USA o USA/NATO in Italia (ho scritto 113). Dall’alto (Comando Militare NATO in Italia) mi è stato ingiunto di rimediare pubblicando l’informazione che segue, rispettosa della realtà.

Scusandomi  per l’involontario errore con voi, e soprattutto con gli Stati Uniti e la NATO, rimedio come richiesto.

La descrizione non è lunga, vi basterà mezz’ora o poco più per venirne a capo.

Giorgio Stern

QUANTE SONO LE BASI NATO E USA IN ITALIA?

In Italia esistono ufficialmente 120 basi dichiarate, oltre a 20 basi militari Usa totalmente segrete ed ad un numero variabile (al momento sono una sessantina) d’insediamenti militari o semplicemente residenziali con la presenza di militari USA. Per quanto riguarda le basi segrete, non si sa ovviamente dove siano, né che armi e che mezzi vi si trovino.

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Ucraina: no alla guerra di propaganda, all’invio di armi, alle sanzioni USA-NATO-UE contro la Russia – Tendenza internazionalista rivoluzionaria (italiano – english)

Mezzi corazzati italiani in Lettonia, nel Baltico, dove l’Italia ha mandato truppe come parte del contingente multinazionale “Enhanced  Forward Presence” della NATO, istituito nel 2016 – In riferimento agli ultimi avvenimenti, il ministro della Difesa Guerini ha dichiarato: “L’Italia farà la sua parte. Deterrenza, sostenendo il dialogo”…

Ucraina: no alla guerra di propaganda, all’invio di armi e alle sanzioni di USA-NATO-Unione Europea contro la Russia!

Ritiro delle truppe e armi italiane da ogni paese!

Per un fronte dei lavoratori contro gli schieramenti imperialisti!

Centinaia di migliaia di uomini in armi ammassati in trincee e bunker lungo i ghiacciati confini ucraini con Russia e Bielorussia, esercitazioni militari con centinaia di carri armati, forniture di armi da USA, Gran Bretagna, invio di soldati da Francia e paesi dell’Europa orientale in Romania e Bulgaria, semi-ultimatum russi e minacce di mega-sanzioni “proporzionate”, richiamo delle famiglie dei diplomatici a Kiev, europei fratelli coltelli alla rincorsa di USA-NATO in incontri diplomatici coi russi sopra la testa della stessa borghesia ucraina – tutto ovviamente per “salvaguardare la pace”…

È la guerra nel teatro ucraino, o è la sua rappresentazione teatrale? Gli occhi delle cancellerie sono fissati su quelli imperscrutabili di Vladimir Putin. Persino le Borse non sanno se scendere o salire, e paradossalmente la Borsa di Kiev, che sta per essere acquistata da cinesi di Hong Kong, è più sobria di quelle europee e di Wall Street.

Qualunque siano i piani di Putin, fresco del trofeo per la brutale repressione dei lavoratori kazaki, e quelli degli altri giocatori, noi sappiamo dove stare: contro la guerra, contro l’imperialismo di casa nostra anzitutto, e contro tutti gli schieramenti imperialisti (è semplicistico vederne solo due), per l’unità di classe e la solidarietà internazionalista tra i lavoratori, russi, ucraini, italiani ed europei, americani e di tutto il mondo.

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