Che spettacolo, ragazzi! Due, tre cose su Cinque Stelle e i loro fans di sinistra

I capi del M5S vanno all’attacco dei rom, dei rifugiati, dei figli degli immigrati, e i loro fans di sinistra fanno finta di non vedere e di non capire. Peggio, se la prendono con chi? Con il razzismo della “gente comune” …
Intanto ad Ivrea la “razza padrona” dei 5S prepara l’attacco a tutti i salariati …

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Premessa
Queste note non hanno alcuna ambizione di esaurire il tema della politica complessiva del M5S, e tanto meno quello del suo rapporto con un’area molto vasta della società, inclusa una cospicua quantità di operai e di lavoratori. Hanno un tema assai più circoscritto: la politica dei cinquestelle contro gli immigrati, i rifugiati, i rom. E – a partire da questa – vogliono sottolineare quanto è grave il comportamento delle organizzazioni di sinistra (Rete dei comunisti, Eurostop, Usb ed altri) che ne minimizzano la portata cercando, quasi quasi, di buttarla sul ridere o sull’errore accidentale. Non le abbiamo scritte per i militanti o i votanti grillini che, illudendosi di brutto, hanno creduto di trovare nel movimento/non movimento/partito pentastellato una alternativa alla deriva della sinistra storica; però, se qualcuno di loro si imbatterà in queste note, gli/le chiediamo di considerare che quando diciamo M5S ci riferiamo non a lui o a lei come singoli individui, militanti o simpatizzanti, che sono magari in disaccordo e perfino disgustati da quel che sta avvenendo, né alla variegata base o area votante per i 5S; ci riferiamo ai vertici del M5S, ai suoi capi, quelli che dettano la linea. Perché tutto si può affermare di questo partito salvo che in esso uno vale realmente uno. Lo dimostra, da ultimo, l’importante convegno tenutosi in aprile ad Ivrea, in cui è si discusso di lavoro sulla base di idee e prospettive (non partorite certo dalla “base”) che non esitiamo a definire neo-schiaviste – come la proposta ai 3 milioni di disoccupati di andare a lavorare gratis. Che non riguarda solo gli immigrati, ma anche i lavoratori autoctoni, inclusi, immaginiamo, i disoccupati votanti 5S … Continua a leggere Che spettacolo, ragazzi! Due, tre cose su Cinque Stelle e i loro fans di sinistra

Cremaschi domanda, il “Cuneo rosso” risponde

A seguito del nostro testo di una settimana fa “Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa ‘sovranista’ di Eurostop”, abbiamo ricevuto da lui la seguente e-mail:

Cari compagni comunisti internazioalisti,

vi ringrazio per la cortesia di avermi inviato la vostra critica alle mie posizioni e a quelle di Eurostop, critica che mi era già stata fatta pervenire da alcuni compagni a cui giro questa mail. Alcune delle vostre considerazioni meriterebbero una risposta approfondita, però per procedere ad essa avrei bisogno di un chiarimento, onde non correre il rischio di travisare la vostra posizione. In sintesi, voi su Euro, UE, NATO siete per il SI, per il NO, o per astenervi dall’esprimere una scelta che considerate irrilevante? Siccome dal vostro testo questo non si capisce gradirei una risposta. Intanto vi ringrazio per l’interlocuzione e vi saluto.

Giorgio Cremaschi

***

Ecco la nostra replica.

Caro compagno Cremaschi,

non essendo tu alle prime armi, comprenderai facilmente che la tua domanda suona provocatoria alle nostre orecchie. In particolare è scontato che non abbiamo nulla da dire sul sì, il no o l’astensione sulla NATO: stavi scherzando, vero? O forse un problema c’è, ed è da porre non a noi, ma a voi di Eurostop: programmate per caso di uscire dalla NATO per via elettorale? In ogni caso, ti rispondiamo nel merito della vera questione su cui si è incentrata l’assemblea di Eurostop: l’uscita volontaria dall’UE e dall’euro come via obbligata per recuperare sovranità nazionale e ritornare alle politiche keynesiane e alla Costituzione.

Come saprai, non siete i primi in Europa a formulare questa proposta e indicare questa prospettiva da sinistra – per quel che riguarda la destra, invece, non se ne parla neppure perché, sebbene con differenti obiettivi, è proprio a destra che questa proposta è nata, ed è stata la destra di Farage e dei conservatori britannici a portarla per prima alla vittoria. Alle forze di sinistra che si sono mosse per prime e con più nettezza in questa direzione (pensiamo a settori di Izquierda Unida) abbiamo risposto nel n. 2 della rivista con un testo  che contiene un ragionamento più ampio di queste rapide note di risposta.

L’UE è, per noi, il punto di arrivo di un lungo e ampio processo commerciale, industriale, istituzionale, culturale e anche, per certi versi, popolare, iniziato negli anni ’50 del secolo scorso che ha avuto, e ha, per oggetto e scopo la costruzione di un polo imperialista autonomo, concorrenziale da un lato con gli Stati Uniti, dall’altro con i ‘giovani capitalismi’ emergenti. L’euro è la sua moneta. E ha dovuto essere partorita, ad un certo punto di questo processo ‘unitario’, per porsi all’altezza delle sfide del capitalismo globalizzato, e limitare lo strapotere del dollaro nelle transazioni internazionali, rafforzando nel contempo l’Europa anche nel Sud del mondo (contro gli sfruttati del Sud del mondo). La sua funzione, quindi, è triplice: anti-americana, anti-Sud del mondo, anti-proletaria. Continua a leggere Cremaschi domanda, il “Cuneo rosso” risponde

Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa “sovranista” di Eurostop

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L’assemblea di Eurostop tenutasi a Roma il 28 gennaio scorso merita due note di commento. Nulla che passerà alla storia, intendiamoci. È solo cronaca. Cronaca di una delle tante forme, in Europa, di accodamento delle sinistre alla tematica, imposta dalle destre iper-nazionaliste, dell’uscita dall’euro e dall’UE come (falsa) via maestra per risolvere i gravi problemi sociali creati dalla crisi del sistema capitalistico. Le tesi presentate a Casalbruciato erano già state presentate nelle precedenti iniziative di Eurostop. Però un paio di cose almeno in parte nuove, ci sono state. Anzitutto l’estrema nettezza con cui è emerso il messaggio politico effettivo di Eurostop, soprattutto grazie all’ospite d’onore del consesso, il magistrato Paolo Maddalena. E poi la violenza verbale, il sarcasmo con cui il mite Cremaschi si è ritenuto in dovere di attaccare ogni prospettiva di lotta che sia fondata su basi di classe, quindi internazionaliste, anziché, com’è l’Ital-exit, su basi democratiche e popolari, e quindi nazionali e nazionaliste.

Il documento preparatorio dell’assemblea e l’intervento introduttivo di Cremaschi hanno come loro termine-chiave la rottura. Rottura con che cosa? Con l’euro e l’UE – la Nato, sebbene nominata, è rimasta molto sullo sfondo; si è parlato ben poco delle guerre Nato, e meno ancora del militarismo e dell’imperialismo italiano. Rottura con “la globalizzazione liberista”: è questo il nemico dal cui dominio affrancarsi, in un processo di “liberazione dal capitalismo liberista”. Per quale obiettivo? Riaffermare “la sovranità democratica e popolare del nostro paese“. Si tratta, perciò, quanto al nemico, di un nemico essenzialmente esterno all’Italia. Altrimenti che senso avrebbe parlare di recupero di sovranità? E, quanto al movimento politico da mettere in campo, si tratta di un movimento che punta al “cambiamento progressista”. Un progresso che è costituito curiosamente da un ritorno all’indietro. Infatti la rottura proposta da Cremaschi “è riconquista di democrazia, potere popolare, eguaglianza sociale”. Naturalmente anche il socialismo è evocato, è d’obbligo in simili discorsi; non guasta, come lo zucchero a velo sul pandoro (a chi piace). È evocato, in coda, anche il conflitto di classe, che deve portare energia al progetto “sovranista” di sinistra: costituirne cioè la manovalanza. Ciò non toglie che esso si presenti con margini di ambiguità tali da poter coinvolgere, forse, anche settori di lavoratori e di giovani disposti realmente a lottare. È questo il solo motivo per cui ce ne occupiamo. Continua a leggere Cremaschi, i suoi 1.000 orologi e la truffa “sovranista” di Eurostop

Né Brexit, né Remain

 

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Opposizione intransigente ai promotori dell’una e dell’altra truffa!
Diversi compagni e compagne ci hanno chiesto: nel referendum in Gran Bretagna avreste appoggiato la Brexit oppure il Remain? Abbiamo risposto implicitamente a questa domanda due anni fa nel n. 2 del “Cuneo rosso” in un articolo che si può leggere qui: Uscire dall’euro (def.) Lo facciamo ora in maniera esplicita, molto in breve.

La campagna referendaria in Gran Bretagna è stata su entrambi i fronti, Brexit e Remain, voluta e saldamente diretta dalle destre, in difesa, su entrambi i fronti, di evidenti, anche se parzialmente contraddittori, interessi capitalisti e imperialisti. I promotori del Brexit puntavano e puntano ad un recupero di ‘sovranità’ e di libertà di manovra (specie in Asia e nel mondo arabo) di una Gran Bretagna dalla rinnovata potenza imperiale. I promotori del Remain sostengono, invece, che gli interessi finanziari, diplomatici e militari del capitalismo britannico, il suo ruolo di primo piano nel mondo, si possono meglio promuovere all’interno della UE, tenendo dentro di essa la posizione defilata e ricattatoria assunta fin dall’inizio. Non a caso i capofila dell’uno e dell’altro schieramento sono boss del partito conservatore, o fuoriusciti (a destra) dei conservatori, quali l’amico di Grillo e dei 5S Farage.

Ecco perché bisognava, e bisogna, attaccare come anti-proletarie l’una e l’altra ‘soluzione’, rivolgendosi ai lavoratori abbagliati dalle une e dalle altre sirene, tutte e due ingannevoli e funeste, affinché aprissero gli occhi, e non si lasciassero portare allo sbando e al macello né dall’abbinata Cameron/UE, né da quella non certo preferibile Farage/Johnson [o Michael Gose, o Theresa May ecc.]. Continua a leggere Né Brexit, né Remain