Helwan, Egitto: la protesta degli operai della Egyptian Iron and Steel Company

Riprendiamo da Mada Masr, una testata egiziana indipendente, questo articolo. La protesta operaia di cui si parla – e di cui abbiamo già parlato mesi fa – copre i primi mesi di questo anno, fino al 30 maggio, è una lotta contro la chiusura di una delle acciaierie storiche di questo paese, la cui fondazione risale agli anni del nasserismo e al suo programma di rendere il paese indipendente quanto all’industria pesante (e tessile). Una lotta sconfitta perché anche l’ultimo forno dell’acciaieria è stato improvvisamente chiuso da pochi giorni, senza preavviso, per colpire la resistenza delle maestranze e del loro organismo sindacale.

Questa vicenda mette in luce come stia procedendo a tappe forzate il processo di smantellamento di gran parte di quella storica industria di stato a favore di un processo di privatizzazione della produzione industriale che molto spesso equivale alla svendita al capitale straniero. Negli anni di Sisi, infatti, sono stati introdotti forti incentivi a favore degli investimenti esteri accompagnati da “solide misure macroeconomiche” (per dirla con l’ambasciatore d’Egitto in Italia, Hisham Badr). Su questa ristrutturazione sempre più extra-vertita si sono tuffati a pesce i piranha italiani (padroni di grandi e piccole imprese) investendo nell’estrazione di petrolio, gas, metalli rari, ferrovie, porti, industria del cuoio e degli arredamenti, etc., facendo del capitalismo italiano il primo investitore nel paese (per un totale di 27.7 miliardi di dollari).

Mentre procede lo smantellamento del “vecchio” proletariato industriale, che diede filo da torcere al regime di Mubarak e ai suoi protettori proprio, tra l’altro, ad Helwan, nasce un nuovo e più giovane proletariato industriale ancor più direttamente “connesso” al capitalismo globale, di cui sentiremo parlare. Il pugno di ferro del generale tanto caro all’Italia, all’UE e alla Russia non avrà il potere di soffocare l’antagonismo di classe a tempo indeterminato.

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Dieci lavoratori dell’Egyptian Iron and Steel Company sono stati detenuti per due ore domenica (30 maggio) dopo che le forze di sicurezza hanno disperso 500 lavoratori che hanno manifestato al cancello principale dell’azienda, ha detto a Mada Masr un membro del comitato sindacale dell’azienda a condizione di anonimato.

Le proteste dei lavoratori sono arrivate mentre lo storico colosso industriale del settore statale si avvicinava di un passo alla liquidazione, con lo spegnimento dell’ultimo impianto in funzione presso l’azienda; domenica è stato annunciato che sarebbe stata fissata una riunione per iniziare il processo di liquidazione il giorno successivo, 31 maggio.

Sono ancora in corso le trattative tra lo Stato e il comitato sindacale dell’azienda sul pacchetto di fine rapporto per la forza lavoro dell’azienda composta da circa 7.500 lavoratori, e sono in gioco mensilità, indennità di fine servizio e indennità di assicurazione sanitaria per i lavoratori.

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Marocco: ieri e oggi, grandi manifestazioni a Rabat degli insegnanti precari, e violenze della polizia (arabo – italiano – francese)

علم رفاق نقابة سي كوباس بالمسيرتين الكبيرتين اللتين خاضها الأساتذة المتعاقدون البارحة في العاصمة المغربية الرباط وأرادوا التعريف بمسيرتهم ويعلنون التضامن معهم. جاهزون

عرفت العاصمة المغربية الرباط اليوم والبارحة مسيرتين لعشرات الالاف من الأساتذة الذين فرض عليهم التعاقد ـ انطلقت المسيرة الأولى يوم الثلاثاء من باب الأحد إلى البرلمان، وكان من المتوقع أن تنطلق المسيرة الثانية اليوم من البرلمان في اتجاه مقر وزارة التربية الوطنية. إلا أن الشرطة قد تدخلت لتمنع سير وصولهما إلى واجهتهما المحدد “مطاردة” المتظاهرين (مستعملة بذلك العنف والاعتقالات)، إلا أن المتظاهرين لم يرضخوا للعنف الذي تعرضوا له وعزموا على إكمال نضالاتهم حتى تحقيق مطالبهم.

وقد كانت المسيرتين من تنظيم التنسيقية الوطنية للأساتذة المتعاقدين ـ الذين يطالبون بإسقاط التعاقد والإدماج في الوظيفة العمومية بعقد عمل دائم. ومن البديهي أن هذه المظاهرات قد أبانت عن نضال كلا الجنسين، نساء ورجالا، جنبا إلى جنب، لكن من الأفضل الا تعرف إيطاليا وأوربا بهذا الأمر حتى لا يعطلقوا العنان لجشعهم الاستعماري القائم على مقولة لنذهب “نحن” الغرب إلى هناك “لتحريرهم”، ربما على أنغام القنابل والمذابح (كما فعلوا قبلا في الجزائر وليبيا، وكما يفعلون اليوم في مالي ونيجيريا وغيرهما)، رغبة منهم في إبقائهم عبيدا دائما.

منذ حولين والأساتذة المتعاقدون في مسيرات ونضالات، واجهوا بقوة إرادتهم ابتزاز الحكومة وانتقامها ولم يدعوها تسحق إرادتهم. كل المناضلات والمناضلين ( الذين يناهز عددهم 70.000 مناضل في كل البلد) هم أساتذة فرض عليهم التعاقد. هم شباب تم توظيف جلهم بعد عام 2016 ليعوضوا الأساتذة الذين ذهبوا إلى التقاعد، ويجدوا أنفسهم أمام ظاهرة الأقسام الدراسية المحتشدة التي يصل عدد التلاميذ فيها إلى 60 تلميذا في القسم الواحد، مما يترتب عن ذلك من عواقب وخيمة على جودة التعليم وقدرة التلاميذ على فهم واستيعاب الدروس. هناك أيضا مشكلة الأجور، لأن متوسط أجور هؤلاء المدرسين أقل بكثير من أجور نظرائهم أساتذة الابتدائي والثانوي المدمجين بعقد عمل دائم في الوظيفة العمومية، وهو على العموم أجر أقل من 500 يورو، هذا ولأن الأساتذة المتعاقدون لا يملكون أي تأمين أو ضمان اجتماعي يخول لهم أخد التقاعد وغيره من ضمانات “الرفاه”.

تنديد هؤلاء المتظاهرين يتجاوز وضعهم هذا المفروض عليهم، لأن هذا الوضع يستهدف عملية خصخصة المدرسة العمومية، وتدهور التعليم العمومي، بتحويله دائما إلى “سوق أكبر”، مع نسبة انقطاع دراسي مقلقة في نظام تعليم “أكثر سرعة”، تتجاوب مع المدارس الراقية الخاصة بالأغنياء والطبقة البورجوازية تقابلها مدارس أكثر فقرا هي تلك الخاصة بأبناء الطبقة العاملة. وقد كان جواب الدولة منذ 3 مارس 2019، اللحظة التي بدأت فيها هذه الحركة النضالية إلى اليوم، جوابا اعتمد بشكل منهجي على الرشاشات المائية والغاز المسيل للدموع، والعصي والاعتقالات، مبينين الاحتقار الذي تكنه المؤسسات المغربية (وصندوق النقد الدولي والاتحاد الأوربي وغيرهم) لمطالب هؤلاء العادلة.

يجب التشكيك في صندوق النقد الدولي، كما يجب التشكيك في الاتحاد الأوربي والقوى الامبريالية بشكل عام، لأنهم الحراس الدائمين، الذين لا يخفى لهم جفن، للاقتصاد والمجتمع المغربي ـ انظر مثلا إلى هذه المقابلة التي تم إجراؤها مع وزير المالية اللبناني، جهاد أزعور، الذي يشغل الآن منصب مدير إدارة الشرق الأوسط وآسيا الوسطى في صندوق النقد الدولي https://www.medias24.com/jihad-azour-fmi-le-maroc-doit-investir-davantage-dans-le-social-et-le-capital-humain-16460.html . وراء هذا الكلام المقرف عن تقييم “رأس المال الأكثر إنتاجية، هو رأس المال الانساني” (ليس الكائن البشري طبعا، وإنما الكائن البشري كرأس المال، كرأس مال متغير، منتجي أرباح مالكي رأس المال دون شروحات إضافية)، وراء هذا الكلام المقرف تجد أنه من الضرورة الملحة على المغرب، أن “يحافظ على الاستقرار المالي“، ليضمن للدائنين مغتصبي هذا البلد، صندوق النقد الدولي على قائمتها، سداد رأس المال والفائدة. وماهي الطريقة المثلى للمحافظة على “الاستقرار” (استقرار أرباح الدائنين)؟ هي قطعا: ” تحسين جذب الاستثمارات الخاصة” الداخلية منها والخارجية. مما يعني ضمان أولا وقبل كل شيء ظروف الاستغلال الوحشي في العمل وغياب أدنى شروط السلامة في العمل التي أفضت منذ أقل من شهر مضى إلى فاجعة موت 28 عامل وعاملة نسيج في طنجة غرقا.

https://pungolorosso.wordpress.com/2021/02/08/tangeri-24-operaie-e-operai-morti-in-un-seminterrato-morti-da-sfruttamento-imperialista/

وحينما تسمح أحد مسؤولي صندوق النقد الدولي يقول إنهم تمكنوا من توسيع نفقات الدولة في الوقت الراهن، لكن سيتأتى ذلك بعد عودة الأمور إلى طبيعتها، أي بعد انتهاء جائحة كوفيد (بعد الجفاف، الذي احتدم وجوده في المغرب سنة 2020)، “il faut de la parcimonie”، لا داعي للشرح لمن سيفرض عليه الاعتدال.

كل التضامن مع نضالات الأساتذة المتعاقدين المغاربة! والخزي والعار لصندوق النقد الدولي والدولة والسوق المغربيين!

Compagni operai del SI Cobas ci hanno segnalato ieri le grandi manifestazioni di insegnanti precari in corso nella capitale Al-Ribat (Rabat) chiedendo di portarle a conoscenza e di esprimere ad esse la nostra solidarietà. Pronti.

Ieri ed oggi la capitale del Marocco Al-Ribat (Rabat) è stata solcata e segnata da manifestazioni di decine di migliaia di insegnanti precari – ieri il corteo è partito da Bab El Ahad e si è diretto verso il parlamento, oggi invece era previsto che partisse dal parlamento in direzione del ministero della pubblica istruzione. Ieri ed oggi i dimostranti hanno dovuto fronteggiare l’intervento della polizia, e lo hanno fatto senza farsi intimidire, benché la polizia, che letteralmente “infestava” la capitale (così in uno dei post di lotta che ci è stato segnalato), sia riuscita ad impedire con la violenza (arresti e feriti) di fargli raggiungere il parlamento.

Le manifestazioni sono state indette dal Coordinamento nazionale degli insegnanti – la cui principale rivendicazione è porre fine alla loro condizione di precari a contratto, con l’inserimento a titolo definitivo negli organici della scuola di stato attraverso un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Inutile dire che in queste dimostrazioni hanno marciato insieme, fianco a fianco, donne e uomini, ma questo è meglio non farlo sapere in Italia e in Europa così da poter mantenere in piedi il decrepito chiché colonialista secondo cui se non andiamo “noi” occidentali lì a “liberarle”, magari a suon di bombe e di massacri (vedi ieri Algeria e Libia, oppure, oggi, Mali, Niger e così via), resteranno per sempre schiave.

Questa lotta è in piedi da due anni, e non si è lasciata piegare da una serie di ricatti e rappresaglie governativi. I protagonisti e le protagoniste (circa 70.000 in tutto il paese) sono insegnanti precari, in media abbastanza giovani, reclutati quasi tutti dopo il 2016 per sopperire all’andata in pensione di molti insegnanti e alla piaga del super-affollamento delle classi, che vedeva fino a 60 alunni per classe, con quali conseguenze sulla qualità dell’istruzione è facile da capire. C’è anche un problema salariale, perché lo stipendio medio di questi insegnanti è di molto inferiore a quello medio dei docenti di scuola primaria e secondaria a tempo indeterminato, che è poco sotto i 500 euro, e perché i docenti precari non hanno alcuna assicurazione circa la possibilità di accedere alla pensione e ad altre garanzie di “welfare”.

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Il nuovo assalto all’Africa, eterno vaso di miele per i vecchi e i nuovi colonialisti

Pur se occultato in mezzo a una nauseante melassa di stato vetero/neocoloniale, alle orecchie del “grande pubblico” (dalle micro-informazioni) dovrebbe essere arrivato in questi giorni il nome coltan, l’oro bianco degli ultimi tre decenni. Il sottosuolo del Congo ne detiene l’80% delle riserve mondiali, ed è questa la causa prima (a seguire i diamanti, l’uranio, il cobalto, il patrimonio idro-elettrico, etc.) del terribile massacro avvenuto a cavallo del secolo in Congo, che lo ha trasformato, anche a guerra “finita”, in un permanente terreno di scontri armati, condotti sostanzialmente per procura. Per procura delle società multinazionali affamate del minerale, e dei vecchi e nuovi colonialisti.

Il coltan, una miscela complessa di columbite e tantalite, è un minerale preziosissimo per la fabbricazione di telefoni cellulari, computer portatili, GPS, auto (air bag), equipaggiamenti chimici, satelliti, armi guidate, motori di jet, missili, macchine fotografiche, apparecchi per la visione notturna, televisori al plasma, console per i videogiochi, strumenti per l’odontoiatria e la chirurgia, a causa della sua eccezionale resistenza al calore e alla corrosione, della sua capacità di aumentare la rifrangenza del vetro, di ottimizzare il consumo di corrente elettrica, nonché per il suo contenuto di uranio, e chi più ne ha più ne metta. L’inizio dell’estrazione dei minerali che compongono il coltan precede la seconda guerra mondiale, ma è solo degli ultimi tre decenni lo scatenato arrembaggio mondiale al coltan, guidato dalle multinazionali dell’elettronica, della chimica, etc. statunitensi, francesi, giapponesi, tedesche, britanniche e via dicendo: Apple, Microsoft, Thomson, Sony, Nokia, Bayer, etc., con l’accompagnamento dei relativi stati (e ambasciate) – la massima delle multinazionali italiane traffica, invece, soprattutto in petrolio, gas, energia elettrica. Dietro la mostruosa guerra per il coltan, che ha insanguinato il Congo dal 1997 al 2003, spappolandone il tessuto sociale (specie nell’Est del paese) e producendo almeno cinque, o forse sei, o forse dieci milioni di morti (non si sa neppure questo), ci sono state da un lato le “potenze anglosassoni”, che hanno spinto l’Uganda e il Ruanda ad invadere il Congo con i loro eserciti, dall’altro le multinazionali francesi, con il timido tentativo di Kabila padre di frenare l’assalto imperialista chiamando in campo a propria tutela Angola e Zimbabwe. Ne è sortita quella che è stata definita, ed è stata realmente, la prima guerra mondiale africana, con i padrini di entrambi gli schieramenti, i veri signori della guerra, multinazionali e imperialismi occidentali, nascosti dietro le quinte (anche se ci vuol poco a identificarli), e africani a scannarsi contro altri africani, quella dannazione che giustamente Fanon considerava il peggiore dei lasciti del colonialismo in Africa. Ora che le operazioni belliche in grande sono cessate, lasciando dietro di sé montagne di cadaveri, piccole bande di predatori, e sterminate masse di sfollati, o rifugiati, costretti, per sopravvivere, a vendersi nelle miniere a costi infimi, già da bambini, o a vendersi nelle strade, già da bambine, si sono fatti spazio in Congo anche la Cina e la Turchia… A completare il quadro dei vampiri e degli approfittatori le foltissime, brutali, corrottissime truppe dell’ONU, spesse volte bersaglio di manifestazioni popolari di protesta, da loro represse nel sangue, nonché le truppe delle D.o.n.g. (dannate organizzazioni non governative).

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L’Italia, avamposto della guerra europea agli emigranti dall’Africa

Tortura di una donna eritrea detenuta in uno dei campi di concentramento libici sponsorizzati dal Pd Minniti, ripetutamente bastonata a testa in giù – immagini inviate ai suoi familiari per estorcere denaro.

La nota che segue è stata scritta quando era in sella il governo Lega-Cinquestalle. Ma in questi kampi, e più in generale in tutta la politica migratoria dello stato italiano, nulla di sostanziale è cambiato con l’avvento del governo Conte-bis, e tanto meno cambierà con il governo Draghi. Nel frattempo il Pd Minniti ha deciso di lasciare il seggio di deputato e andare a dirigere la fondazione Med-Or di Leonardo (ex-Finmeccanica), il colosso italiano e internazionale dell’industria degli armamenti. Una promozione: dalla “semplice” guerra agli emigranti in Italia e all’estero, alla guerra a trecentosessanta gradi, la sua vocazione finalmente potrà realizzarsi in pieno. Ora Lega-Pd-Cinquestalle-FI-Leu-Iv, sono tutti nello stesso governo, e certo non saranno Meloni e i suoi FdI a dissentire da questi compiti di guerra, che uno scenario sempre più da nuova “guerra fredda” pare allargare e rendere urgenti. Come notò a suo tempo Zinoviev, sulle questioni fondamentali tutti i partiti borghesi sono d’accordo. Sta a noi lavorare con visione, metodo e determinazione ad uno schieramento di classe contrapposto altrettanto compatto.

Allargando lo sguardo al mondo intero, l’attuale crisi migratoria in Africa e in Europa appare solo un aspetto della catena di contraddizioni/convulsioni che scuotono un sistema economico e sociale sempre meno sostenibile per la natura e l’umanità lavoratrice. I poteri forti globali e i loro governi non hanno a disposizione nessuna reale soluzione per queste “singole” crisi. Basta vedere quello che accade in Europa dove partiti fratelli, se non gemelli, nella loro infame ideologia, come quelli di Orban, Kurz e Salvini, si collocano su posizioni opposte quando si tratta della possibile revisione dell’accordo di Dublino o della suddivisione dei costi della militarizzazione delle frontiere.

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La pandemia: uno sguardo dall’Africa e sull’Africa – Hamza Hamouchene

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa analisi-denuncia a tutto tondo dell’impatto devastante che la combinazione tra crisi pandemica e crisi economica sta avendo sull’Africa del Nord e sull’Africa nera in termini di disoccupazione e impoverimento di massa, specie sull’enorme massa del lavoro informale (pari ad almeno il 50% del totale delle forze di lavoro).

Emergono in tutta la loro estrema violenza i meccanismi della dominazione coloniale, primo tra tutti il cappio del debito estero che ha già portato al default in questi mesi il Libano e lo Zambia, mentre il FMI si appresta a porre nuove condizionalità-capestro a un numero crescente di paesi in difficoltà. Il solo servizio del debito estero dei singoli paesi, ricorda Hamouchene, è pari a 10 volte la spesa sanitaria in Marocco, 7 volte la spesa sanitaria in Egitto, 4 volte la spesa sanitaria in Tunisia. La caduta del prezzo del petrolio e, al polo opposto, la crescente dipendenza alimentare dei paesi arabi e medio-orientali (innanzitutto di Egitto e Algeria, tra i primi importatori di grano al mondo) nei confronti dei paesi imperialisti esportatori (Stati Uniti, Europa, Russia) contribuiscono ad aggravare i contorni di una crisi sociale che prima dello scoppio della pandemia (nel 2018-2019) aveva visto le piazze del Sudan, dell’Algeria, del Libano, dell’Iraq riempirsi di grandissime manifestazioni. La seconda fase della pandemia si sta rivelando più terribile della prima, con un gran numero di piccoli produttori di cibo letteralmente schiantati dalle misure anti-covid. E sebbene i governi dei paesi arabi e africani ne stiano approfittando alla grande per cercare di frenare i moti di massa per un periodo di tempo indeterminato, per la ripresa delle sollevazioni arabe e dell’Africa sub-sahariana è già partito il conto alla rovescia.

Il testo mette capo, come vedrete, alla rivendicazione della incondizionata cancellazione del debito non solo dell’Africa e del Medio Oriente, ma anche per i paesi dipendenti dell’Asia e dell’America del Sud – una rivendicazione che da sempre abbiamo fatto nostra, e che ci impegniamo a rilanciare.

Di questo stesso autore e di Layla Rihai segnaliamo anche uno scritto sull’accordo in tutto e per tutto strangolatorio che l’Unione Europa sta cercando di imporre alla Tunisia, che è intitolato: Deep and Comprehensive Dependency: How a trade agreement with the EU could devastate the Tunisian economy. Il titolo dice già il suo contenuto – è vero, sarà anche un po’ vaga la sua conclusione politica (lo diciamo per i maestrini con la penna rossa e blu che ogni tanto perdono il loro tempo prezioso a visitare questo blog), ma la sua analisi-denuncia di questo nuovo crimine coloniale in gestazione da parte del grande capitale europeo, dell’UE, in cui l’Italia è in primissima fila, andrebbe fatta circolare. Segnaliamo anche un breve video:  e una versione ridotta dello scritto sulla Tunisia.

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1. Decolonising pandemic politics

Before I delve into some details from North Africa, I would like to make a few preliminary points:

My understanding of the title of this webinar, especially the ‘decolonising’ part is two-fold:

  1. To decentre our discussion from Eurocentric hegemonic discourses around the pandemic in order to see how other parts of the world are living through it, especially in the global South.
  2. Look at the fundamental root causes of the current crisis which find their origins on the capitalist exploitation of humanity and nature as well as the imperial economic recolonisation of large parts of the world in the last 3 to 4 decades.
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