Appello dei sindacati palestinesi ai sindacati internazionali per il sostegno alla lotta per la liberta’ e la giustizia del popolo palestinese

Riprendiamo dalla pagina FB del Si-Cobas e divulghiamo a nostra volta un appello lanciato dai sindacati palestinesi che chiamano sindacati e organizzazioni dei lavoratori nel mondo ad un’azione di sostegno attivo alla lotta del popolo palestinese – invitiamo compagni e simpatizzanti a far circolare il piu’ possibile quest’appello.

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ll SI Cobas fa proprio l’appello all’azione dei sindacati palestinesi, protagonisti la scorsa settimana del più grande sciopero generale degli ultimi decenni nei territori occupati.

In continuità con le iniziative e delle manifestazioni di sostegno a cui in questi giorni abbiamo preso parte con convinzione, e con la presa di posizione dei portuali SI Cobas di Napoli contro il transito delle armi da guerra israeliane sui porti italiani, esprimiamo il massimo sostegno all’iniziativa dei nostri fratelli di classe palestinesi, e invitiamo tutti i lavoratori a promuovere e/o partecipare alle iniziative che si terranno in questi giorni contro le aggressioni militari, i massacri a Gaza e la repressione operata da Israele con la complicità dell’imperialismo occidentale su tutto il territorio della Palestina storica.

Viva la lotta internazionalista in difesa del popolo e dei lavoratori palestinesi!

SI Cobas nazionale

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L’appello dei sindacati palestinesi

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Per una “Intifada dell’unità”

Riprendiamo dal sito La voce delle lotte la traduzione in italiano di un volantino distribuito il 18 maggio in molte città e firmato “Palestinesi del ’48”, che esprime il sentimento di massa (della massa profonda, e non certo delle élite borghesi qui attaccate) che pervade questa nuova Intifada. Abbiamo apportato ad essa solo una piccola correzione e tradotto anche le due frasi conclusive del testo arabo. Il cammino della liberazione di questa indomita massa di oppressi/e e di sfruttati/e sarà lungo, come si ammette in questo testo, ma ricomincia da una postazione più avanzata, dentro e fuori la Palestina.

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Palestinesi,

Stiamo scrivendo insieme un nuovo capitolo di coraggio e di rinascita nel quale racconteremo la storia di un diritto che non verrà cancellato dall’oppressione del colonialismo israeliano nonostante sia penetrato in profondità e sia sempre più duro.

Racconteremo una storia semplice del nostro paese: il diritto di essere un unico popolo e un’unica collettività in tutta la Palestina. Le squadracce sioniste hanno cacciato gran parte del nostro popolo, hanno rubato le nostre case e hanno distrutto i nostri villaggi e successivamente hanno spezzettato ciò che ne era rimasto. Ci hanno separato geograficamente e ci hanno trasformato come se fossimo collettività diverse e separate affinché ognuno di noi vivesse in tante grandi prigioni. Così, l’entità sionista ci ha controllato. Così ha diviso le nostre aspirazioni politiche e ci ha impedito di portare avanti una lotta tutti insieme di fronte al regime coloniale di apartheid in tutta la Palestina.

Così Israele ci ha sbattuto dentro prigioni isolate dal resto del mondo. Una di esse nella Sponda Occidentale (Cisgiordania) ed è la ‘prigione di Oslo’. Una dentro i territori del 1948 ed è quella della ‘prigione della cittadinanza’. un’altra, caratterizzata con la guerra e con la crudeltà perenni, che è quella di Gaza. Poi ce n’è un’altra, isolata da parte di un processo di ebraicizzazione, ovvero Gerusalemme. E un’ultima, cacciata e sparpagliata in tutte le parti della terra.

In questi giorni stiamo scrivendo un nuovo capitolo. Il capitolo dell’intifada dell’unità che perseguirà un solo e unico scopo: il ritorno dell’unità della società palestinese in tutte le sue peculiarità e in tutti i suoi campi. Il ritorno per unire le aspirazioni politiche e le lotte per far fronte al sionismo in tutta la Palestina.

Questa Intifada sarà lunga, sarà un’intifada della coscienza più profonda. Spazzeremo via le scorie della sottomissione e del disfattismo e forgeremo le generazioni al coraggio e al principio che la Palestina è una. Sarà nostro nemico chiunque acuisca e resti devoto alle divisioni tra le élite sociali e politiche.

Questa sarà una lunga intifada che si estenderà tra le strade della Palestina e di tutto il mondo. Un’intifada che affronterà la mano dell’ingiustizia ovunque essa sia e che fronteggerà i bastoni dell’oppressione ovunque essi picchino.

Sarà un’Intifada che affronterà a petto nudo e a testa alta, con speranza rivoluzionaria, letture scientifiche e uno sforzo organizzativo, personale e collettivo i proiettili dell’occupazione sionista ovunque essi sparino.

Viva la Palestina una ed indivisibile.

Viva l’Intifada unitaria

Venezia: parlano Shaden, Laila, Saja – ascoltate!

Sabato 15 a Venezia, come in tutte le altre città in Italia e nel mondo, hanno preso la parola giovani ragazze palestinesi mostrando una forza simile a un ruggito da leonesse. Presentiamo qui tre dei loro interventi a campo san Geremia sotto il palazzo della Rai, che – naturalmente – ha oscurato la manifestazione.

Nessun problema. Queste voci trovano altri canali per arrivare là dove devono arrivare.

Shaden

Sono Shaden e vi parlo a nome del collettivo universitario Nur, universitari/e contro l’aprtheid israeliana.

Ma vi parlo anche in quanto figlia di un palestinese, figlia di un popolo che oggi, tra macerie e nuovi bombardamenti, a 73 anni dalla Nakba, la I grande catastrofe palestinese, si ritrova a subire i violenti attacchi del governo israeliano e delle destre di tutto il mondo.

Sono figlia della mia famiglia, palestinesi che hanno vissuto il dramma dell’esodo nel 48 e nel 67 e che, ancora oggi, conserva le chiavi di casa in un piccolo cassetto di una stanza in Giordania.

Sono figlia di tutti quei volti che ho incontrato e che ho riconosciuto perché custodivano la forza di chi resiste in diaspora.

Non sono figlia, però, di quella classe politica che non perde occasione per scendere in piazza difendendo, cito, “Il diritto di Israele di difendersi”. Letta, Boschi, Tajani, Salvini sono solo alcuni dei nomi che la settimana scorsa, a Roma, lo hanno ribadito in piazza.

Non sono nemmeno figlia, e lo dico sotto la sede della Rai, di quei giornalisti/e che ci offrono un’informazione scorretta e corrotta giustificando, e quindi rendendosi complici, di un massacro in atto.

Sono invece figlia, compagna, amica, sorella di tutte quelle persone che stanno dimostrando la propria solidarietà al popolo palestinese decidendo di essere in piazza al nostro fianco.

Perché la domanda che ci viene fatta è sempre una. “C’è qualcosa che possiamo fare da qui?” Sì, possiamo e dobbiamo farla.

Come collettivo Nur, pensiamo che la risposta possa essere data dalla condivisione di pratiche di boicottaggio. Noi, come tanti altri collettivi, lo facciamo all’interno del mondo accademico. E le vittorie, nonostante mille difficoltà, ogni tanto arrivano. Penso al Cile, dove l’anno scorso proprio in questo periodo, la Federazione degli studenti dell’Università Austral del Cile, per la prima volta nella storia del paese, ha deciso di partecipare alla campagna internazionale di boicottaggio accademico israeliano.

Questo significa che i principali rettori della Federazione e tutte/i i docenti hanno assunto una netta posizione contro la politica di apartheid imposta dallo stato d’Israele. Ma penso anche a un episodio che ci riguarda più da vicino: è di qualche settimana fa la rottura dei rapporti di cooperazione con l’ateneo israeliano di Ariel da parte di tre istituti europei. Infatti, in seguito alle pressioni palestinesi ma anche dopo campagne portate avanti dalla comunità accademica europea, l’Università di Valencia, l’Università di Firenze e l’IRT (istituto francese della ricerca tecnologica) hanno deciso di interrompere gli scambi e i rapporti con quest’università israeliana che sorge su una delle più grandi colonie nei territori occupati del ‘67.

Ecco, quelli appena citati sono esempi forti che ci fanno capire che questa è la strada giusta, perché possiamo percorrerla da qua e perché ha un’efficacia enorme al fine di boicottare tutte quelle istituzioni complici del regime di oppressione israeliano.

Una strada talmente forte e pericolosa che ogni volta che viene intrapresa, all’interno delle università e in generale dei luoghi del sapere, viene ostacolata da atti di censura continui.

Ed è per questo che quello che diciamo qui, oggi, è che il sostegno alla causa palestinese passa anche per la decolonizzazione del sapere accademico.

Che questa sia la strada giusta ce lo dimostra anche un ulteriore esempio che arriva nelle ultime ore da Livorno, dove un gruppo di portuali si stanno opponendo al carico di armi su una nave destinata al porto israeliano di Ashdod. Armi che serviranno a colpire ancora, ad uccidere e minare la vita e la dignità del popolo palestinese.

Ecco, queste sono le notizie a cui dobbiamo dare voce perché ci insegnano che un mondo migliore è possibile solo se smettiamo di sognarlo e iniziamo a costruirlo. Non solo oggi, non solo domani, ma tutti i giorni fino a quando al popolo palestinese, e a tutti i popoli oppressi, verrà restituita la propria terra, la propria dignità e la propria libertà.

Laila

“Noi, palestinesi di tutta la Palestina storica siamo uniti come UN SOLO POPOLO, una sola storia, una sola terra e per un’unica causa. Siamo scesi per le strade di ogni città e di ogni villaggio palestinese, manifestando e protestando contro l’ingiustizia inflitta al nostro popolo: dalla minaccia di pulizia etnica del quartiere arabo di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, alle violenze impunite dei coloni sionisti, fino ai bombardamenti di Gaza dove centinaia di civili stanno morendo ogni giorno. Stiamo resistendo agli assassini e al furto delle nostre proprietà e della NOSTRA PATRIA. Per opprimere le proteste dei palestinesi, le forze di occupazione e la polizia israeliane stanno armando folle di coloni organizzando gruppi come “lahava”, “la familia”, “hills youth” e “pay the price”, gruppi che distruggono le proprietà arabe, minacciano ed assalgono i palestinesi. Gruppi di estremisti sionisti cantano per le strade “Morte agli arabi!”, “Violentiamoli tutti”, “Uccidiamo donne e bambini”. Le stesse incitazioni sono veicolate in chat di gruppo con il beneplacito degli ufficiali israeliani. I coloni, armati, sono protetti dalla polizia mentre attaccano i palestinesi, che protestano e cantano pacificamente. La polizia, oltre a permetterglielo, si unisce a loro negli attacchi ai palestinesi, prelevando arbitrariamente persone da strade e case. Noi chiediamo dunque alla Comunità Internazionale di esprimere solidarietà con i palestinesi che, disarmati e paralizzati, sono ormai privati di qualsiasi diritto umano”.

Queste sono le parole di un gruppo di ragazzi palestinesi del ’48 che mi hanno espressamente chiesto di far arrivare la loro voce a voi. La settimana scorsa a Gerusalemme, durante la preghiera dell’ultimo venerdì di Ramadan, i militari israeliani rispondono con la forza alle proteste dei palestinesi che da giorni stanno manifestando per Sheikh Jarrah. In poco tempo l’indignazione e la frustrazione dei palestinesi del ‘48 si infiamma e dappertutto, dal nord al sud di Israele, i villaggi arabi insorgono e si organizzano in manifestazioni e proteste.

È la prima volta che la società civile palestinese di Israele esce per strada in massa per far sentire la sua voce, per far capire a Israele che no, non ci sta più, che lo Stato non è riuscito nel suo intento di far tacere i cosiddetti “arabi-israeliani”, cittadini di serie B discriminati con vere e proprie leggi che di democratico non hanno nulla. Così gli arabi, musulmani e cristiani, ragazze e ragazzi, insieme, si mobilitano e si espongono in prima linea. La reazione dell’esercito è immediata: gas lacrimogeni, spari di proiettili di gomma, colpi d’arma da fuoco, arresti arbitrari. La polizia entra nelle case e preleva le persone senza motivo. L’obiettivo è uno: seminare il terrore e bloccare le manifestazioni. A San Giovanni d’Acri i militari entrano nei negozi degli arabi e li devastano, distruggendo e riversando per strada tutto quello che trovano. Ad Al-Taybe sparano sui manifestanti. Ad Emm el Fahem i pompieri rifiutano di spegnere un incendio. Led è circondata, gli abitanti chiedono aiuto, ma la polizia glielo nega e impedisce ai soccorsi di entrare nella città. E questi sono solo alcuni degli esempi che si possono fare.

L’entrata dei villaggi arabi viene presidiata. Il villaggio di Jdeide proprio questa notte è stato assediato e con blocchi di cemento è stato trasformato in pochi minuti in una prigione a cielo aperto. Nei villaggi palestinesi viene imposto il coprifuoco, ma solo agli arabi. Gli ebrei sionisti, camuffati da palestinesi, possono entrare ed aggredire impunemente chi trovano per strada. Nei paesi a popolazione mista vengono apposti dei segni colorati sulle case arabe in modo da riconoscerle e assalirle più facilmente durante la notte. E quando questo non basta, i sionisti si mettono d’accordo tra di loro per spegnere le luci in modo da identificare le abitazioni degli arabi, che ignari tengono la luce accesa. Sembra di tornare indietro nel tempo ai tempi delle piaghe d’Egitto, quando con il sangue il popolo israelita difendeva i propri primogeniti dalla morte, o quando durante la seconda guerra mondiale con le svastiche i nazisti marcavano le case degli ebrei. I sionisti, che tanto fanno appello alla Shoah, strumentalizzandola, sembrano averlo dimenticato. I coloni, sostenuti dall’esercito, sparano sugli arabi, profanano le loro tombe, incendiano le loro case e le loro macchine. E le persone che ci abitano. Per strada come sui social inneggiano alla morte degli arabi. Mentre su Facebook e Instagram chi si esprime a sostegno di Gaza, Gerusalemme e la Palestina, viene bloccato.

Ma questo non basta a fermare e a zittire il popolo palestinese, che continua a resistere anche se la tattica dello Stato sionista di provocare e portare i palestinesi all’estenuazione è una delle strategie preferite di Israele. E così, come ribadiscono i media, quando i palestinesi protestano, l’esercito israeliano RISPONDE e si difende. Si difende anche quando usa la sua forza contro ragazzi prelevati dalle loro abitazioni, picchiandoli e percuotendoli ripetutamente e violentemente? O spara sui manifestanti che lanciano sassi? O quando non interviene e anzi incoraggia una parte della popolazione ad aggredire la minoranza araba, mentre non fa altrettanto se accade il contrario? O quando aggredisce i civili indifesi? I video che girano in rete sono tanti, attraverso i social i palestinesi comunicano fra di loro, si mettono in guardia gli uni con gli altri, documentano e le testimonianze dei soprusi delle forze israeliane, a differenza del passato, sono evidenti e facilmente diffondibili.

Ma ai governi e alle forze internazionali questo non basta. Le informazioni vengono veicolate a favore dell’occupante. Perché bisogna dirlo e dirlo chiaramente: in questa guerra ci sono un occupante e un occupato. Ci sono uno Stato ebraico etnocratico e non democratico!, come qualcuno continua ad osannare, e una minoranza araba discriminata. E in queste ore tutto è diventato più evidente. Uno Stato, attraverso le forze dell’ordine, dovrebbe proteggere i suoi cittadini, di qualsiasi etnia e religione essi siano. In Israele questo non accade. Il popolo palestinese necessita di un suo Stato, della sua terra, di pace e di libertà e ancor prima di diritti, di giustizia e di VERITÀ. Oggi siamo qui a cercare di raccontarla questa verità che viene spesso distorta e monopolizzata, perché non conviene schierarsi contro Israele. Quindi grazie a tutti voi, che questo coraggio invece lo avete avuto. La vostra presenza è fondamentale per i palestinesi, le idee, la solidarietà e l’umanità di persone come voi, e la verità che con voi vede uno spiraglio di luce, sono la loro arma. L’unica che vogliamo. Grazie di cuore, anche a nome del popolo di Palestina.

Saja – legge in arabo il testo inviato da un compagno palestinese dalla Spagna (qui sintetizzato)

Guardate: sta bruciando e cadrà l’usurpatore e il suo complice.

Non c’è dubbio che stiamo riempiendo di gloria le pagine della storia del nostro popolo palestinese e della sua rivoluzione che continua a sorgere come una fenice da sotto le ceneri proprio quando i loro progetti sembrano avanzare.

Oggi come ieri, i figli del popolo palestinese si sono riversati nelle strade di Gerusalemme, Lyd, Ramla, Akka, Haifa, Jaffa, nel Negev, nelle strade di Al-Sab’a e di Tamra, a Baqa al-Gharbiyye, a Shefaram, Umm Al-Fahm, Majd Al- Krum, Nazareth [città e villaggi occupati da Israele nel 1948 – n.] in ogni terra, villaggio e città usurpate opponendosi con fermezza all’essenza del progetto sionista, e ai suoi pilastri che iniziano a sgretolarsi e a cadere, che si oppone alla corruzione che aiuta il progetto sionista…

Non esageriamo quando diciamo che il concetto sionista ora sta vacillando e che stiamo colpendo al cuore il progetto dell’entità usurpatrice. Nonostante il nostro sangue versato e la nostra carne bruciata, quanto meravigliosa è questa ‘Aid* [il giorno in cui si conclude il Ramadan – n.] in cui abbiamo riacquistato la nostra dignità e messo da parte la nostra sconfitta.

Non avremmo raggiunto tutto questo, se non fosse stato per i tanti martiri che abbiamo visto cadere e gli sforzi della Resistenza e oggi è necessario non scoraggiarsi. E non siate tristi, perché siete voi che avete giustamente suonato

# L’ora della liberazione della Palestina e il vento soffia

# Il ritorno è possibile

# Noi siamo decisamente vittoriosi

# Palestina Resiste

18 maggio, sciopero generale in Palestina, dal fiume al mare!

Abbiamo postato ieri sera (17 maggio) questo testo che presenta l’annuncio dello sciopero fatto dal Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, con alcune nostre considerazioni che vanno al di là della giornata di oggi.

Possiamo ora aggiornarlo con le notizie che ci stanno arrivando dalla Palestina, e parlano di una riuscita totale – le immagini disponibili riguardano, per ora, al Quds (Gerusalemme), el Khalil (Hebron), Nablus, Ramallah, città deserte per la adesione plebiscitaria allo sciopero, animate solo perché solcate da affollati e arrabbiati cortei, in alcuni casi con folta partecipazione di giovani donne. Diversi dimostranti sono particolarmente contenti perché questo è il primo sciopero generale che ha riunito tutti i lavoratori palestinesi della Palestina storica dopo quello del 1936 contro il colonialismo britannico.

Nella giornata di domani 18 maggio è stato convocato uno sciopero generale dei lavoratori palestinesi dell’industria, dei trasporti, dei servizi, in tutta la Palestina storica, per rispondere con una grande mobilitazione corale di massa alla nuova sanguinaria aggressione dello stato di Israele alla popolazione di Gaza, dove i feriti si contano già a migliaia e i morti, di ogni età, a centinaia, e per rispondere ai nuovi affondi della pulizia etnica messa in atto da anni dai governi Netanyahu e dalle bande dei coloni ultra-sionisti, protagonisti a Jaffa e altrove anche di linciaggi a morte di palestinesi e di distruzione dei loro negozi e abitazioni, in stile paranazista.

Ma questo sciopero generale va molto al di là della drammatica contingenza odierna, perché rivendica a gran voce, con la forza di un’azione di massa quale non se ne vedeva una pari da oltre due decenni (e che dovrebbe coinvolgere dentro i confini formali di Israele oltre un milione e mezzo di palestinesi), la totale liberazione della Palestina dal dominio coloniale di Israele. Un obiettivo rivoluzionario che impatta con tutto l’odierno ordine internazionale del capitale, tant’è che non c’è un solo stato nel mondo, uno di numero!, che faccia eco a questa rivendicazione.

La mossa di Erdogan di dare dell’assassino a Biden perché complice di Israele (ovviamente l’accusa ci sta), è un gioco troppo sporco per essere davvero credibile, dal momento che le mani di Erdogan sono altrettanto sporche del sangue di quella popolazione oppressa del Medio Oriente, la massa dei curdi senza proprietà e senza nazione, che ha una vicenda storica per molti versi rassomigliante a quella palestinese; per non dire, poi, delle relazioni accortamente dissimulate in altre aree che la Turchia di Erdogan ha con lo stato di Israele (e con la Nato), o delle sue “relazioni” con la classe operaia della Turchia.

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