18 maggio, sciopero generale in Palestina, dal fiume al mare!

Abbiamo postato ieri sera (17 maggio) questo testo che presenta l’annuncio dello sciopero fatto dal Samidoun Palestinian Prisoner Solidarity Network, con alcune nostre considerazioni che vanno al di là della giornata di oggi.

Possiamo ora aggiornarlo con le notizie che ci stanno arrivando dalla Palestina, e parlano di una riuscita totale – le immagini disponibili riguardano, per ora, al Quds (Gerusalemme), el Khalil (Hebron), Nablus, Ramallah, città deserte per la adesione plebiscitaria allo sciopero, animate solo perché solcate da affollati e arrabbiati cortei, in alcuni casi con folta partecipazione di giovani donne. Diversi dimostranti sono particolarmente contenti perché questo è il primo sciopero generale che ha riunito tutti i lavoratori palestinesi della Palestina storica dopo quello del 1936 contro il colonialismo britannico.

Nella giornata di domani 18 maggio è stato convocato uno sciopero generale dei lavoratori palestinesi dell’industria, dei trasporti, dei servizi, in tutta la Palestina storica, per rispondere con una grande mobilitazione corale di massa alla nuova sanguinaria aggressione dello stato di Israele alla popolazione di Gaza, dove i feriti si contano già a migliaia e i morti, di ogni età, a centinaia, e per rispondere ai nuovi affondi della pulizia etnica messa in atto da anni dai governi Netanyahu e dalle bande dei coloni ultra-sionisti, protagonisti a Jaffa e altrove anche di linciaggi a morte di palestinesi e di distruzione dei loro negozi e abitazioni, in stile paranazista.

Ma questo sciopero generale va molto al di là della drammatica contingenza odierna, perché rivendica a gran voce, con la forza di un’azione di massa quale non se ne vedeva una pari da oltre due decenni (e che dovrebbe coinvolgere dentro i confini formali di Israele oltre un milione e mezzo di palestinesi), la totale liberazione della Palestina dal dominio coloniale di Israele. Un obiettivo rivoluzionario che impatta con tutto l’odierno ordine internazionale del capitale, tant’è che non c’è un solo stato nel mondo, uno di numero!, che faccia eco a questa rivendicazione.

La mossa di Erdogan di dare dell’assassino a Biden perché complice di Israele (ovviamente l’accusa ci sta), è un gioco troppo sporco per essere davvero credibile, dal momento che le mani di Erdogan sono altrettanto sporche del sangue di quella popolazione oppressa del Medio Oriente, la massa dei curdi senza proprietà e senza nazione, che ha una vicenda storica per molti versi rassomigliante a quella palestinese; per non dire, poi, delle relazioni accortamente dissimulate in altre aree che la Turchia di Erdogan ha con lo stato di Israele (e con la Nato), o delle sue “relazioni” con la classe operaia della Turchia.

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