In risposta a Marco Ferrando, sulla guerra in Ucraina, di Pasquale Cordua. Replica del PCL e contro-replica

Il testo messo in rete da Marco Ferrando (d’ora in poi M.F.) inizia con una serie di citazioni di Lenin sull’autodeterminazione sulle quali l’accordo è talmente scontato da non doversi commentare. Altrettanto scontate sono le prime righe che propongono una linea di demarcazione dal campismo filoputiniano (ma io direi: da tutta l’impostazione campista!) e dal puro pacifismo. E se il testo continuasse su questa falsariga proponendo “…iniziative unitarie e caratterizzate”, si potrebbe davvero fare una discussione salutare. Invece, non senza avvitamenti e zig-zag, il testo, insieme alla condanna di imperialismi di ogni tipo, indefiniti nel tempo e nello spazio, va a parare a dare il sostegno all’armamento dell’Ucraina, il che significa alla prosecuzione e all’allargamento della guerra. Non lo imbarazza affatto, così sembra, che dietro e al fianco (o al comando?) dell’Ucraina di Zelensky ci sia l’intero schieramento delle potenze imperialiste occidentali, poiché a suo avviso è “naturale” che nei conflitti inter-imperialistici una potenza sfrutti il terreno della resistenza di una nazione contro l’aggressore rivale – naturale, senza altra aggettivazione.

Ciò che rende per me inaccettabile nel metodo e nel merito l’analisi di M.F. è l’incomprensione della natura e delle caratteristiche del conflitto in atto, che non è tra l’imperialismo russo e la nazione ucraina sottomessa (forse si pensa ancora alle borghesie nazionali invocate da Stalin?). Le dichiarazioni dei massimi rappresentanti dei paesi NATO, fino a quella odierna di Stoltenberg e al gran consulto di guerra di Bruxelles, avrebbero dovuto far capire a chiunque che si tratta di una guerra USA-NATO contro Russia (non trascurando una strizzatina d’orecchio alla Cina) condotta militarmente sul territorio dell’Ucraina, usando cinicamente la popolazione ucraina in una guerra per procura.

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L’ultimo rapporto dell’IPCC sui cambiamenti climatici, di Luc Thibault e Pasquale Cordua

Siberia: bruciano oltre 1.5 milioni di ettari di boschi

Un incremento di 1,5°C! E’ questo il livello del riscaldamento globale che sarà raggiunto nel 2030, cioè dieci anni prima di quanto già previsto dalle precedenti analisi climatologiche. L’ultimo rapporto del Gruppo Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC)1 è stato pubblicato il 9 agosto del 2021 e non lascia dubbi su una serie di variabili analizzate riguardanti i cambiamenti del clima della Terra.

Molti di questi cambiamenti sono senza precedenti in migliaia, se non centinaia di migliaia di anni, e alcuni tra quelli che sono già in atto – come il continuo aumento del livello del mare – sono irreversibili in centinaia o migliaia di anni.

Le conclusioni cui è giunto il Rapporto Climate Change 2021 hanno fatto notizia sulla stampa e sui social aprendo la strada a numerose dichiarazioni e reazioni, ma per noi è essenziale capire le lezioni che esso offre e le critiche che possiamo mettere in campo contro le decisioni ed i provvedimenti che i vari governi attueranno dando per sicuro che nessun paese del mondo si piegherà a “riforme” strutturali e radicali per riparare i danni che il modo di produzione capitalistico, e non una generica attività umana, hanno provocato al pianeta.

Sebbene l’IPCC dia abitualmente giudizi prudenti, i suoi rapporti restano comunque un importante contributo di conoscenze, di dati e di previsioni e non mancano alcune indicazioni di possibili misure da adottare per “frenare” gli effetti del cambiamento climatico.

Qual è, dunque, lo stato delle conoscenze e come si prevede che evolverà il clima globale nei prossimi periodi? Quali misure dovrebbero essere prese per limitare il riscaldamento globale ad un livello “sostenibile”?

Il primo volume del Rapporto è stato pubblicato e recepito dai paesi membri dell’IPCC, ma è possibile che questi ne chiedano revisioni e/o ulteriori specificazioni. E’ diviso in varie sottosezioni ed è il risultato degli ultimi sette anni di ricerca sul tema. Una sezione particolarmente importante è la prima: Summary for policymakers e viene subito da chiedersi come faranno i policymakers ad imporre (ammesso che lo vogliano e che ne siano indipendenti!) all’“economia”, al capitale, i provvedimenti del caso.

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