Piacenza : il governo di unità nazionale contro i lavoratori (SI Cobas)


Lunedì mattina oltre cinquecento operai di Piacenza, stufi della retorica con cui i funzionari Cgil
tentano di ammantare il loro operato opportunista e la loro aperta connivenza coi padroni, hanno
invaso l’area antistante il palazzone della Camera del lavoro per manifestare la propria indignazione
e la propria rabbia contro un apparato che si dimostra ogni giorno di più estraneo ed ostile agli
interessi della classe lavoratrice: in loro sostegno delegazioni di lavoratori e solidali provenienti dai
distretti produttivi contigui, gruppi di solidali e persino singoli lavoratori aderenti a Cgil e Cisl.
Nelle ore precedenti alla manifestazione, i bonzi sindacali, pur di esorcizzare il clima di isolamento
e di autoreferenzialità a cui già da diversi anni si sono (auto)condannati, hanno giocato la carta
dell'”orgoglio”, facendo appello ai loro iscritti affinché si precipitassero a difendere la sede da un
presunto “assalto dei barbari del SI Cobas”, sciorinando i soliti luoghi comuni sulla Cgil “baluardo
di democrazia”, utili nei giorni di festa per vantare una presunta continuità col sindacato di classe di
un secolo fa a cui oramai non crede più nessuno, e peraltro senza disdegnare una buona dose di
razzismo nei confronti dei lavoratori immigrati scesi a manifestare.

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Fedex/Tnt chiude lo stabilimento di Piacenza per eliminare il magazzino con le migliori condizioni per i lavoratori (SI Cobas)

Come il S.I. Cobas annunciava da oltre un anno, Fedex-TNT aveva esplicitamente annunciato una ristrutturazione su scala continentale con oltre 6.500 licenziamenti, di cui 850 in Italia e compreso l’intero stabilimento di Piacenza.

Il S.I .Cobas è andato ripetendo quanto sopra nel generale disinteresse delle istituzioni, che anzi, insieme ai sindacati confederali, hanno sempre negato che esistesse un problema di salvaguardia dei posti di lavoro. Le dichiarazioni dei confederali e di istituzioni come la procura sono documentate sui giornali in occasione della infausta mobilitazione della CGIL contro i facchini che scioperavano e della conferenza stampa della procura in occasione dell’operazione repressiva contro il S.I. Cobas.

Lo sciopero del S.I.Cobas in gennaio aveva come punto prioritario l’impegno a mantenere in attività il magazzino, poiché era nota da un anno l’intenzione di chiuderlo in marzo, essendo stato annunciato dalla stessa Fedex.

La vertenza, dopo la brutale aggressione subita dai lavoratori in sciopero, aveva prodotto la stipula di un accordo davanti al prefetto che garantiva la salvaguardia dei livelli occupazionali, che viene oggi disatteso con la decisione della chiusura.

Per tre settimane dopo la fine dello sciopero, l’azienda ha lavorato a pieno ritmo e tutto pareva avviato al meglio. A favorire la mai tramontata volontà di Fedex-TNT di giungere all’eliminazione dello stabilimento è però intervenuta l’azione repressiva di procura e questura. Sin dal giorno degli arresti di Pallavicini e Arafat, l’azienda si è approfittata per operare una “serrata” padronale (illegale nel nostro ordinamento), cercando di sfruttare l’assenza dei rappresentanti sindacali per raggiungere il proprio scopo. L’obiettivo dichiarato della multinazionale è quello di ridurre il costo del lavoro, tornando a quella che non esitiamo a definire schiavitù, dimenticata ormai dal lontano 2011 a Piacenza.

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Piacenza: un attacco al diritto di sciopero e ai lavoratori immigrati. Appello dei giuristi democratici, di Moni Ovadia e altri intellettuali

Il 28 gennaio scorso a Piacenza i lavoratori della TNT (appena incorporata dalla multinazionale della logistica FedEx) sono scesi in sciopero per opporsi ai licenziamenti preannunciati dall’azienda in tutta Europa. Lo sciopero, indetto dal Si Cobas e durato 13 giorni, si è concluso con un accordo sindacale siglato in prefettura il 9 febbraio.

La vertenza – un normale seppur aspro scontro sindacale – ha avuto dei seguiti repressivi di estrema gravità, già preannunciati, il 1° febbraio, da un intervento brutale delle forze dell’ordine che, per sciogliere un “assembramento” di lavoratori, hanno fatto uso di gas lacrimogeni.

Dopo lo sciopero e l’intervenuto accordo tra le parti, infatti, la Procura della Repubblica di Piacenza ha aperto un procedimento penale contro 29 lavoratori (quasi tutti di origine straniera) per i delitti di violenza privata, invasione di terreni e violenza a pubblico ufficiale nel quale, il 10 marzo, sono state applicate sette misure cautelari (due arresti domiciliari e cinque divieti di dimora), effettuate numerose perquisizioni domiciliari con sequestri di cellulari e computer e comunicati sei avvisi di revoca di permessi di soggiorno. Nella formulazione dei capi di imputazione la Procura si è spinta a sostenere che la vertenza in cui sono avvenuti i fatti contestati è «fuori di qualsiasi lecita rivendicazione di tipo sindacale, di qualsiasi vertenza o relazione industriale».

L’impostazione accusatoria non ha retto al controllo del riesame che ha annullato pressoché in toto i provvedimenti cautelari. Ma le misure originariamente disposte e le loro motivazioni segnalano un’escalation dell’azione repressiva contro i lavoratori e le lavoratrici della logistica impegnati in dure vertenze sindacali a tutela del posto di lavoro e delle relative condizioni (ben 400 sono gli operai e le operaie indagati solo a Modena). Ad essere in pericolo sono lo stesso esercizio del diritto di sciopero e la libera organizzazione sindacale, che non possono certo essere soggette a valutazioni di merito dell’autorità giudiziaria. Altrettanto grave è il ricorso alla legislazione speciale sull’immigrazione per restringere e violare i diritti delle persone immigrate (giudicate essenziali “risorse” per l’economia nazionale, ma che si vorrebbero ridurre alla condizione di “paria”).

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Arafat e Carlo sono liberi!

CARLO E ARAFAT SONO LIBERI!!!

LA LOTTA PAGA, SEMPRE!!!

Mentre prosegue lo sciopero nazionale della logistica, ci è appena giunta notizia dai compagni di Piacenza che il Tribunale di Bologna ha appena revocato gli arresti domiciliari ad Arafat e Carlo!

A breve conosceremo i dettagli del provvedimento.

Per ora possiamo solo dire che ancora una volta il SI Cobas ha dimostrato sul campo che, con la lotta e il protagonismo operaio, è possibile battere ogni teorema repressivo e ogni manovra padronale.

Ringraziamo tutti i lavoratori che in queste due settimane si sono mobilitati e hanno scioperato contro questo attacco, e tutti i solidali che hanno sostenuto questa battaglia: una battaglia che non riguarda solo il SI Cobas, bensì milioni di lavoratori sfruttati e impoveriti dalla crisi, e a cui governo, padroni e sindacati collusi stanno tentando di negare il diritto di sciopero e la libertà di scelta sindacale.

Tutti liberi!!!

Bentornati compagni!!!!

SI Cobas

Un piccolo dossier sulla repressione statale, e un rinnovato appello alla mobilitazione unitaria – TIR

Piacenza, 13 marzio

Sarà un caso, ma non ci sembra proprio.

Fatto sta che dall’avvento del governo Draghi si stanno accumulando, giorno dopo giorno, una serie di operazioni repressive di stato, con protagonisti polizia e magistratura, o stanno venendo a maturazione operazioni repressive avviate sotto i precedenti governi. In testa a tutto c’è l’attacco al SI Cobas e ai combattivi proletari immigrati della logistica di Piacenza (qualche mese fa era stata la volta di quelli di Modena, contro cui sono stati messi in piedi molti processi e un maxi-processo – solo nella città di Modena pende la spada della “giustizia” di classe su 400 lavoratori di Alcar 1, Gls, Emilceramica, Bellentani, GM Carrozzeria e Cataforesi, Opera Group, Ups, Pamm, Italcarni, Emiliana Serbatoi, Gigi Salumificio); a seguire, il movimento No Tav, colpito di nuovo qualche ora fa con 13 provvedimenti restrittivi; quindi le perquisizioni della digos ai militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali di Genova; mentre si avvicina il processo per 45 anti-militaristi attivi contro le basi della Nato in Sardegna, quella Sardegna che detiene il non invidiabile primato di avere sul suo territorio il 60% della basi militari esistenti in Italia; e non passa un’occasione che sia una, senza che a Napoli il movimento dei disoccupati 7 novembre venga colpito da avvisi di reato e contestazioni che arrivano al ridicolo di chiamare in causa perfino l’uso di fumogeni (ma ci sono imputazioni ben più gravi). Per non parlare delle bastonate a freddo, intimidatorie e studiate, contro gli operai della Texprint a Prato, in sciopero per cancellare gli aberranti orari di lavoro 12 per 7. In momenti appena di poco precedenti abbiamo segnalato e denunciato le condanne in appello contro le compagne e i compagni anarchici del Trentino coinvolti nell'”operazione Renata”, e le perquisizioni a Trieste contro compagni solidali con i richiedenti asilo.

Il tutto nell’arco di un mese o poco più. E di sicuro dimentichiamo qualcosa (l’azione contro i No Tap, tanto per dire).

Il clima si sta facendo pesante. E solo chi vive fuori dal mondo può sottovalutare il ricatto brutale consistente nel revocare il permesso di soggiorno a proletari immigrati che potrebbero rischiare, da un momento all’altro, il rimpatrio in paesi in cui, se entri in galera, vieni inghiottito da un buco nero e puoi uscirne, spesso, solo da cadavere. Noi che siamo materialmente interni alle lotte della logistica, e ci sentiamo vicini ai movimenti di lotta e ai militanti colpiti anche quando ci dividono da loro riferimenti teorici e prospettive politiche, riteniamo sia oggi compito politico primario dei comunisti, e più in generale dei militanti anti-capitalisti degni di questo nome, denunciare questo processo repressivo nel suo insieme, e attivare contro di esso una risposta il più possibile unitaria, perché se si proseguirà con il dare risposte frammentarie e sostanzialmente locali, si finirà per consegnarsi pressoché inermi all’azione sempre più coordinata degli apparati repressivi dello stato.

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