Amadeo Bordiga was the last Communist to challenge Stalin to his Face. An Interview with Pietro Basso, by David Broder (Jacobin)

In the hail of articles and books that appeared in Italy on the occasion of the 100th anniversary of the birth of the Communist Party of Italy in Livorno-1921, with the sole exception of Livorno Ventuno, the imposing figure of Amadeo Bordiga is canceled, or at least obscured, and – in any case – “appropriately” vilified. Not only by little men lacking in historical science and devoid of dignity, but also by young and old comrades, and mostly because, despite being genuineously interested in Bordiga, they have unfortunately come across a discredited view of his political and theoretical work. This interview with Pietro Basso by David Broder, which appeared on Jacobin some months ago, is dedicated to them.

Founder of the Communist Party of Italy in 1921, Amadeo Bordiga is little known today, even among scholars of that country’s Marxist traditions. Fifty years after his death, the first English-language collection of his writings shows why Bordiga shouldn’t be overlooked.

Amadeo Bordiga.

Even after the demise of the Italian Communist Party (PCI) in 1991, Antonio Gramsci’s influence has spread far beyond the ranks of the Left. But if Gramsci is better known for his reflection on culture and hegemony than for his direct Party involvement, there is an even greater veil of ignorance over his comrade Amadeo Bordiga. The party’s founder in 1921, Bordiga was expelled in 1930, to then be silenced and defamed by a party increasingly in the grip of Stalinism.

This — accompanied with Bordiga’s retreat from political activity under Fascism — have condemned his record to near-total oblivion. Even among his small band of comrades, Bordiga resisted any “celebrity,” in postwar decades publishing his political writings anonymously. Yet while he proudly asserted his own “inflexibility” — claiming only to restore the insights of Karl Marx, in the face of various falsifiers — Bordiga was himself a highly original thinker.

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Bordiga, il fondatore dimenticato. David Broder intervista Pietro Basso (Jacobin Italia)

Nella grandinata di articoli e libri comparsi in occasione dei 100 anni dalla nascita del Pcd’I a Livorno-1921, con la sola eccezione di Livorno ventuno, l’imponente figura di Amadeo Bordiga è cancellata, o almeno oscurata, e – comunque – “opportunamente” vilipesa. Non solo da gentarella digiuna di scienza storica e priva di dignità, anche da compagni seri, giovani e meno giovani, che purtroppo ne conoscono l’opera politica e teorica più per averne sentire dire (male), che altro. E’ dedicata a loro questa intervista, comparsa su Jacobin Italia, di David Broder a Pietro Basso, di cui uscirà nelle prossime settimane, per le Edizioni Punto Rosso, Amadeo Bordiga. Una presentazione. Dell’intervista pubblichiamo anche la più ampia versione in inglese comparsa su Jacobin (US) al momento della pubblicazione della prima Antologia di scritti di Bordiga in lingua inglese The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amadeo Bordiga 1912-1965, Brill, 2020.

Bordiga, il leader dimenticato, 19 Gennaio 2021

Pur essendo stato fondatore del Partito Comunista d’Italia e prima guida politica nazionale nel 1921, Amadeo Bordiga è oggi poco conosciuto. Eppure, nonostante alcune rigidità, il suo pensiero ha ancora più di qualcosa da dire sul presente e sul futuro.

Nell’agosto scorso la casa editrice Brill ha pubblicato, nella sua collana «Historical Materialism», la prima Antologia di scritti di Amadeo Bordiga in lingua inglese: The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amadeo Bordiga (1912-1965). L’ha curata Pietro Basso, un marxista militante da lungo tempo, oggi redattore della rivista Il cuneo rosso. Nelle prossime settimane la sua Introduzione all’Antologia sarà pubblicata in Italia dalle Edizioni Punto Rosso.

Bordiga è un comunista quasi sconosciuto nel mondo anglofono ma, in gran parte, lo è anche in Italia, nonostante sia stato per almeno tre anni il leader indiscusso del Partito comunista nato a Livorno il 21 gennaio 1921, esattamente un secolo fa. La storiografia del Pci lo ha addirittura tacciato di collaborazione con il fascismo, per poi condannarlo al silenzio nel secondo dopoguerra. Come mai un tale destino?

Negli anni Trenta la denigrazione di Bordiga è stata tutt’uno con la «lotta al trotskismo». La sua espulsione dal partito, nel marzo 1930, avviene per aver «sostenuto, difeso e fatte proprie le posizioni dell’opposizione trotskista». Negli anni Quaranta, in particolare dopo la fine della guerra, il gruppo dirigente del Pci era preoccupato che Bordiga riprendesse l’attività politica, conoscendo il forte ascendente che aveva esercitato sugli iscritti al partito. La rigidissima consegna fu: creare un fossato fisico, psicologico, ideologico, «morale» tra i quadri e i militanti del Pci, e Bordiga e la sua aspra critica della linea di collaborazione nazionale con i partiti borghesi e la classe capitalistica sposata dal Pci – una prospettiva che, a dispetto del nome di «via italiana al socialismo», conteneva proprio la rinuncia all’obiettivo storico del socialismo.

La denigrazione e il tentativo di cancellare Bordiga dalla storia del partito furono attuati con metodi di abietta falsificazione. Ad esempio, nelle Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, Bordiga è menzionato 18 volte, spesso con simpatia. Nonostante le differenze di formazione e le divergenze politiche, infatti, i due erano legati, oltre che dalla comune militanza, da sentimenti di stima e amicizia che non vennero mai meno. Ma nell’edizione delle Lettere curata da Felice Platone nel 1947 il nome di Bordiga scompare, e i passi che lo riguardano vengono volgarmente manomessi. Venne fatta circolare, poi, una foto contraffatta del (presunto) matrimonio della figlia di Bordiga in cui la (presunta) sposa veniva omaggiata da un’orda di Moschettieri del Duce – Bordiga la sbattè una volta sul muso di Massimo Caprara, a lungo segretario di Togliatti.

Quando è venuta meno quest’operazione di denigrazione/occultamento di Bordiga? 

Comincia a venir meno a fine anni Sessanta, quando l’Italia è scossa da un impetuoso risveglio di lotte operaie e sociali che esprimeva una critica di massa, magari superficiale e non conseguente, del «partitone» riformista e della sua sempre più organica integrazione nelle istituzioni e nelle logiche borghesi. In questo nuovo contesto sociale e politico è nata la spinta a ricostruire la reale vicenda del movimento comunista in Italia, sia tra gli storici di sinistra più indipendenti (Cortesi, Fatica, De Clementi, Merli), sia tra i militanti. A quel punto è diventato possibile imbattersi nell’imponente figura di Amadeo Bordiga e nella storia del Pcd’I per quello che realmente sono state. Per quanto mi riguarda, l’incontro è avvenuto a metà anni Settanta, pungolato dalle «provocazioni» intelligenti di Silvio Serino. In seguito ne ho approfondito lo studio sotto il consiglio di Paolo Turco, un valente internazionalista alla cui memoria ho dedicato l’Antologia.

Cancellare Bordiga era anche funzionale alla costruzione di una certa visione di Gramsci – il patriota, il democratico, ecc. – contrapponendo in modo forse troppo frontale questi due militanti, che dopotutto avevano collaborato nella nascita del Pcd’I, non credi?

Certo: rimuovere del tutto Bordiga è servito al Pci anche a rimuovere la partecipazione di Gramsci alla nascita del Pcd’I come partito internazionalista rivoluzionario, per sostituire il Gramsci feroce critico del Psi ed entusiasta aderente alla III Internazionale, con un Gramsci utile a legittimare, attraverso il frontismo, l’integrale adesione del Pci agli interessi del capitalismo nazionale (e internazionale), il padre nobile della lunga marcia del Pci nelle istituzioni dello stato borghese. Salvo poi disfarsene come di un vecchio impolverato pupazzo di pezza, per sostituirlo con figure di tutt’altro rango: i Willy Brandt, i Tony Blair, i coniugi Clinton…

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Crisi Covid-19. La responsabilita’ di multinazionali e governi. Intervista di Papis Ndiaye a Pietro Basso

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– Quali sono le cause delle nuove malattie del XXI secolo?
– Perche’ la sanita’ pubblica, in Italia come altrove, rischia di soccombere?
– Perche’ il contagio non si arresta?
– Qual’e’ in prospettiva il significato della forte limitazione della liberta’ delle persone?
Sulla necessita’ di una piattaforma di lotta radicale e internazionalista.

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Papis Ndiaye e’ il coordinatore dei lavoratori organizzati col S.I. COBAS a Milano, da giorni in lotta praticando l’astensione volontaria dal lavoro per rivendicare la chiusura delle attività non essenziali come unica concreta possibilità di ridurre i contatti sociali e prevenire il contagio e i morti.

Pietro Basso e’ della redazione del Cuneo Rosso, che rivendica la necessità di una prospettiva internazionalista per la riorganizzazione nella lotta del movimento proletario.

Se Il Capitale fosse stato scritto oggi

di Pietro Basso (*)

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Ogni grande opera dell’ingegno umano risente, inevitabilmente, del suo tempo. Questo è vero anche per Das Kapital, un monumento dell’ingegno umano che non perde forza né attualità con il passare del tempo, e semmai, sull’essenziale, ne acquista. E tuttavia chi lo affronta non può non sentire fin da subito, nella forma dell’esposizione anzitutto, l’eco delle dispute scientifiche e culturali di metà Ottocento. Non mi riferisco tanto allo stile della scrittura che ricevette un’impensabile stroncatura senza appello proprio dalla più acuta allieva di Marx, Rosa Luxemburg, che in una lettera del marzo 1917 ebbe a scrivere: “il famosissimo primo volume del Capitale di Marx, con il suo sovraccarico di ornamenti rococo in stile hegeliano, per me adesso è un orrore”[1]. Mi riferisco piuttosto alla struttura, alla sequenza della esposizione della materia. E, nello specifico, al modo in cui la materia è organizzata e esposta nel I Libro. Pongo la questione nel modo più chiaro possibile: perché Marx comincia dalla immane raccolta di merci, cioè dal modo di produzione capitalistico già formato, dal capitale-merce come risultato del processo di sviluppo dei rapporti sociali capitalistici, e non invece dalla cosiddetta accumulazione originaria, e cioè dal punto di partenza del modo di produzione capitalistico? Cosa l’ha obbligato a fare questa scelta? Continua a leggere Se Il Capitale fosse stato scritto oggi