Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

In Tunisia il 2018 si è aperto con una nuova ondata di proteste che ha coinvolto almeno 20 città, compresa Sidi Bouzid, la città da cui a fine dicembre 2010 partirono le mobilitazioni di massa che diedero il “la” all’intifada araba del 2011-2012. Sono tornati in piazza migliaia di lavoratori, studenti, disoccupati, attivisti politici e sindacali. In molte città ci sono stati scontri con le forze dell’ordine, e sono state assaltate anche banche e stazioni della polizia. La risposta del governo non si è fatta attendere: tra il 9 e il 12 gennaio sono stati arrestati più di 1.000 manifestanti in tutto il paese. L’acme della repressione è stato a Tebourba, città dell’entroterra a 30 km da Tunisi, dove nel corso di una manifestazione la polizia ha ucciso Khomsi el-Yerfeni.

I motivi immediati che hanno riempito ancora una volta le piazze tunisine sono la disoccupazione dilagante, la crescita del costo della vita e, in particolare, gli aumenti della tassazione su carburanti, tessere telefoniche, internet, frutta e verdura imposti con la nuova legge di bilancio entrata in vigore il 1° gennaio. Misure adottate per sanare il debito con il Fondo monetario internazionale – che nel 2016 ha concesso a Tunisi un prestito di 2,9 miliardi di dollari – e con l’Unione Europea, che hanno imposto la diminuzione graduale del debito pubblico al 50% del PIL attraverso la riduzione delle spese pubbliche, degli impiegati statali, dei sussidi per l’energia, oltre alla ristrutturazione delle banche pubbliche a favore dell’intermediazione finanziaria privata e all’introduzione di una serie di misure a favore delle imprese. Insomma, una ricetta che differisce poco o nulla dai “piani di aggiustamento strutturale” che l’Occidente imponeva ai tempi di Ben Ali! E che si guarda bene dal toccare il pagamento degli interessi sui prestiti del FMI e dell’Unione Europea, che equivalgono al 18% del bilancio statale! A proposito di usura imperialista sui paesi dipendenti… Continua a leggere Tunisia: sette anni dopo il fuoco torna ad ardere

Annunci

Solidarietà ai prigionieri palestinesi in sciopero della fame. Presidio a Mestre

Visualizzazione di presidio 26 maggio.jpg

[English version]

Il presidio di domani, 26 maggio, vuole esprimere solidarietà militante verso i prigionieri palestinesi in sciopero della fame. Questo sciopero è l’ultimo drammatico episodio della lotta del popolo palestinese contro la politica di annientamento realizzata da Israele e dalle potenze occidentali. Ci rifiutiamo di essere spettatori indifferenti e perciò complici della stretta repressiva in atto contro questi prigionieri, come anche di quelli che riempiono le carceri egiziane, siriane, irachene ecc. Questa stretta repressiva, che e’ violentissima da parte dello Stato Israeliano, serve infatti colpire in generale tutti coloro che in Medio Oriente si sono ribellati alle dittature amiche dei governi occidentali, e alle guerre neo-coloniali che da decenni devastano l’area e ne violentano le popolazioni. Questa repressione è destinata ad estendersi anche qui, come dimostrano gli accordi bilaterali in materia di sicurezza stilati dal governo italiano con lo Stato di Israele. Per questi motivi dobbiamo esserci domani.

Tunisia. Lotte e repressione

Related imageCome abbiamo più volte sottolineato, purtroppo in quasi totale solitudine, la bestiale repressione delle sollevazioni arabe del 2011-2012, e – come in Tunisia – la loro deviazione verso canali elettorali-istituzionali, tanto islamisti e laici, non hanno in alcun modo risolto le esplosive contraddizioni sociali che di quelle sollevazioni erano state alla base. Lo mostra anche la recente decisione del presidente della Tunisia Essebsi di schierare l’esercito per schiacciare le proteste popolari in corso contro la disoccupazione in diverse province del paese. Decisione supportata anche dai vertici dell’UGTT …

Da Nena News, 11 maggio 2017

L’esercito contro i disoccupati, i lavoratori e chi chiede maggiore giustizia sociale. L’esercito a protezione delle compagnie energetiche e le infrastrutture di gas e greggio. È questa l’immagine che ieri hanno dato le parole del presidente tunisino Beji Caid Essebsi, in un discorso alla nazione: “Sappiamo che questa è una decisione grave ma va presa. Il nostro percorso democratico è minacciato e la legge va applicata, ma rispetteremo le libertà”.

Facciamo un passo indietro: Continua a leggere Tunisia. Lotte e repressione

Violenza. Quella loro e la nostra. Sulla legittimazione del terrorismo occidentale

“I do not understand the squeamishness about the use of gas. I am strongly in favor of using poison gas against uncivilized tribes. It would spread a lively terror.”
Winston Churchill, 1920, with regard to the uprising in Iraq.

 

Pubblichiamo dal portale sul Medio-Oriente Jadaliyya un’analisi molto seria uscita poco dopo l’attentato di Londra compiuto (23 marzo). Quest’articolo smonta la rappresentazione della violenza individuale “islamista” compiuta dai media occidentali e in parte cavalcata dall’Isis, e fa vedere, denunciandoli, i meccanismi usati per giustificare la violenza terroristica che gli Stati occidentali usano da decenni contro le popolazioni arabo-islamiche – contro quei milioni di giovani, di lavoratrici e lavoratori di cui nella migliore della ipotesi i media vorrebbero farci dimenticare l’esistenza, e a cui dobbiamo invece avvicinarci, iniziando col conoscere le loro lotte, tuttora vive malgrado il macello perpetrato dai “nostri governi” e dai loro rivali.

dd

London
On 23 March 2017, Khalid Masood ploughed his car into pedestrians on Westminster Bridge in London, stabbed a police officer with a knife, and then was shot dead. He killed four people in the rampage, which injured an additional forty people and disturbed the equanimity of a major Western city. Masood, who was born in Dartford (Kent, United Kingdom), had run afoul of the law for many years—mainly because of acts of violence and possession of weapons. The gap between the act of Masood and a common criminal is narrow.

Two months ago, the head of the Metropolitan Police said that “warning lights are flashing” over the rise of violent crime across England and Wales. The preferred weapon, said Sir Bernard Hogan-Howe, was the common knife. Violent crime had risen by twenty-two percent, with the last quarter of 2016 registering 30,838 crimes committed with knives. Masood’s crime could well have been read alongside this data, as a serious problem of an increase in violence with knives as the weapon of choice.

Instead, the media and the British political class offered a sanctimonious lesson in civics. This was, said UK Foreign Secretary Boris Johnson, “an attack on our democracy, the heart of our democracy.” UK Prime Minister Theresa May told the House of Commons that despite this attack, “we will move forward together, never giving in to terror. And never allowing the voices of hate and evil to drive us apart.” One newspaper suggested that Boris Johnson’s statement was “Churchillian.”

ISIS, which has been under serious threat in Iraq and Syria, has called upon people around the world to conduct acts of criminal violence in its name. There is no evidence yet that Masood acted on the instructions of ISIS or that he was following the ISIS edict to attack people in public areas in the West. What is known is that right after the attack, ISIS took credit for it, calling Masood its “soldier.” ISIS social media celebrated the attack. There is a form of delirium at work here—a group weakened now seeks to glorify itself by a pathetic attack by a man with a criminal record, using an old car and a knife. Continua a leggere Violenza. Quella loro e la nostra. Sulla legittimazione del terrorismo occidentale

Sulla Siria: guerrafondai, macellai e anti-imperialisti a senso unico

Image result for abstract expressionism rothko

America First!
Il bombardamento della base aerea di Shayrat nei territori controllati dal regime di Damasco e le vomitevoli dichiarazioni con cui Trump l’ha accompagnato  – “dopo aver visto i bellissimi bambini colpiti dal gas … ho cambiato idea su Assad” – segnano un ulteriore avvicinamento a quello che Stati Uniti, Unione europea e le potenze d’area sperano sia l’atto finale della vicenda siriana: la divisione delle spoglie della Siria. Con i suoi 59 tomahawk, Trump ha battuto il pugno sul tavolo: “Ho detto America first, perdio! Mi state prendendo sottogamba. Siamo intorno a Raqqa con centinaia di soldati e migliaia di curdi nostri alleati, siamo operativi da tempo con i nostri bombardieri in tutto il territorio dell’Isis, e a Mosul ne sanno qualcosa [anche i bellissimi bambini iracheni]. Quindi pretendiamo le nostre abbondanti libbre di carne siriana. A nessuno venga in mente di mettere in atto soluzioni finali prese in tutta fretta, escludendoci dal giro. Chiaro?”.

Il messaggio, più che ad Assad, è rivolto agli avversari strategici: Putin anzitutto, e Xi Jinping. Lo è anche agli amici-concorrenti europei. Ed è servito a tacitare, almeno momentaneamente, i tanti membri dell’establishment politico-militare yankee – negli Stati Uniti i due termini, politico e militare, quasi si identificano – che vorrebbero l’intensificazione della politica aggressiva contro Russia e Cina attuata da Obama e dalla sua gang.

La reazione scodinzolante di Gentiloni e degli altri governanti europei vede nella decisione di Trump un’azione ben fatta, adeguata: l’impresentabile e imprevedibile Trump, il presunto amico di Putin, è diventato tutto ad un tratto presidenziale ed equilibrato. Anche se tra i più sgamati, un Giuliano Ferrara classifica il bombardamento un “fake strike”, un finto colpo, e teme che diventi un involontario aiuto alla già alta popolarità di Putin in Europa; mentre altri, tra i più russofobi, si chiedono se dietro c’è una strategia anti-russa di lungo periodo, o solo un estemporaneo colpo di testa; e altri ancora, tra i più islamofobi, ricordano che non è sensato alienarsi Putin perché prima della contesa con la Russia viene il regolamento dei conti con la “minaccia islamista”, il pieno ristabilimento dell’ordine dispotico neo-coloniale in tutto il Medio Oriente da realizzare con la cooperazione della Russia. Al di là di queste contrastanti interpretazioni dell’attacco su Shayrat, se sommiamo quest’atto di guerra all’aumento del 10% delle spese militari in un solo anno, all’ingiunzione agli stati europei di pagarsi da sé i propri apparati bellici, incrementando anch’essi le spese militari, agli avvertimenti minacciosi alla Corea del Nord (un altro strike in preparazione?), non restano dubbi: Trump ha posizionato gli Usa alla testa della accelerazione militarista e guerrafondaia del capitale globale alimentata con cieco, irresistibile impulso dall’incapacità del sistema di dare un’effettiva soluzione “pacifica” alla crisi scoppiata nel 2008. E spinge tutti gli stati più potenti del mondo a muoversi  in questa stessa direzione. Per quanto malandati siano – e lo sono davvero rispetto agli scintillanti anni ’40 e ’50 del secolo scorso, il primo ad ammetterlo è stato proprio Trump nella sua campagna elettorale – gli Stati Uniti pretendono di restare sul trono del mondo. Costi quel che costi. Del resto alcuni tra i suoi consiglieri più estremi sognano un “Reich millenario” degli ariani anglosassoni trapiantati sull’altra riva dell’Oceano …

I geopolitici de noantri
A sua volta, una parte della cosiddetta sinistra ha visto nel bombardamento della base aerea di Sharyat la conferma della sua tesi di sempre: chi si è mosso contro Assad non può essere che un fantoccio etero-comandato, una creatura della Cia al servizio dell’imperialismo americano, che ora finalmente getta la maschera ed interviene in prima persona. Fino a pochi giorni fa, fin quando Trump si era “limitato” ad affermare che il suo obiettivo prioritario è cancellare lo Stato Islamico e una buona quota dei suoi abitanti dalla faccia della terra, questa cosiddetta sinistra è rimasta in omertoso silenzio. Quando si tratta di conciare la pelle degli islamici (fossero pure i più sfruttati) o degli islamisti (fossero pure gruppi che, a modo loro, del filo da torcere ai governi occidentali ne danno), non hanno nulla da eccepire. Nella islamofobìa non li batte nessuno. Continua a leggere Sulla Siria: guerrafondai, macellai e anti-imperialisti a senso unico