Contro l’islamofobia – III. La donna islamica tra l’incudine e il martello (italiano – arabo)

Pubblichiamo qui la terza parte dello scritto contro l’islamofobia, dedicata alla “questione di genere”. Nei giorni scorsi la decisione del governo talebano di imporre una serie di odiose restrizioni alla mobilità autonoma delle donne sul territorio afghano, è stata l’occasione per intonare per la milionesima volta l’abusata canzonaccia: lo vedete quanto sono trogloditi gli islamici, e quanto era e resta necessario ‘civilizzarli’ con ogni mezzo? Mentre in contemporanea Radio 3, quasi a fare il controcanto in apparenza “liberatorio”, mandava in onda l’entusiastica sponsorizzazione della mostra, a Treviso, della disegnatrice afghana Kubra Khademi che si è, per dir così, specializzata in nudi femminili.

A fronte dell’impudente esibizione del “femminismo imperialista” italiano, europeo, occidentale, non è tempo perso riproporre qui un testo che affronta la questione in chiave storica, e mostra quanto il colonialismo europeo abbia “fatto soffrire terribilmente tutte le donne “di colore” in ogni tempo e in ogni dove. Nelle encomiendas e nelle miniere. Come schiave oggetto di tratta e donne di schiavi. Come coolies e donne di coolies. Come serve domestiche e concubine forzate”. Tra queste, non certo ultime sono state le donne dei paesi arabi e di tradizione islamica. Da parte sua il neo-colonialismo ha battuto e batte tuttora, a volte con maggior accortezza e capacità mistificatoria, la stessa identica pista. Sicché la vera liberazione delle donne oppresse e sfruttate del mondo arabo ed islamico dai resistenti resti del patriarcalismo individuale, non potrà ricevere nessun tipo di aiuto dalle forze che diffondono nel mondo gli interessi e i motivi del patriarcalismo collettivo, che continua ad impazzare in Occidente, nonostante lo strombazzato principio di eguaglianza tra i generi e le contrastate battaglie delle masse femminili.

Qui i link alle due parti precedenti:
Contro l’islamofobia, arma di guerra – I. L’industria dell’islamofobia
Contro l’islamofobìa, arma di guerra – II. Il falso mito dell’Islam conquistatore e colonizzatore

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Per scongiurare questo fatale incontro [l’incontro tra i lavoratori immigrati e i lavoratori autoctoni che si sentono sempre più “immigrati” nella propria terra di nascita – n.], per tenere il più lontani, reciprocamente estranei ed ostili possibili le popolazioni, i lavoratori, gli sfruttati e le sfruttate del mondo “islamico” e quelli/e di “casa nostra”, l’orchestra anti-islamica torna di continuo su un altro motivo: l’oppressione della donna. L’Islam opprime le donne, da sempre. A “noi” euro-occidentali il nobile compito di liberare le prigioniere dal loro carcere. Non, però, un semplice compito tra gli altri; piuttosto un dovere inderogabile, una mission affascinante. I campioni del colonialismo storico à la Cromer ne fecero un proprio punto d’onore. I loro epigoni di oggi ci tengono a non sfigurare, e si affollano ardenti attorno alle bandiere del femminismo [imperialista].

Non voglio imbarcarmi in una disputa sul lontano passato circa l’islam e la donna. Dichiaro semplicemente di concordare con la logica di indagine e le (provvisorie) conclusioni di L. Ahmed[1]. A suo parere l’islam dei primordi ha sotto alcuni aspetti migliorato la condizione della donna in Arabia, ponendo limiti al ripudio, alla poligamia, garantendole alcuni diritti patrimoniali e, soprattutto, affermando un’etica “irriducibilmente egualitaria” anche nel rapporto tra i sessi. E tuttavia l’Islam si affermò in un contesto medio-orientale già divenuto solidamente patriarcale sotto gli imperi bizantino e sassanide. Da questo contesto, dalle culture giudaica, zoroastriana, cristiano-bizantina che lo dominavano, il movimento islamico assorbì ben presto l’inferiorizzazione sociale e spirituale della donna, attuata per mezzo della sua riduzione a mera “funzione biologica, sessuale e riproduttiva”. Venne così meno, almeno nei suoi filoni maggioritari ortodossi, ai propri postulati etici. Non diversamente che nel cristianesimo, solo nelle tendenze ereticali, tra i sufi, i carmati, i kharigiti, troviamo un maggior riconoscimento effettivo della “pari dignità” della donna, con il divieto del concubinato, della poligamia, del matrimonio con le bambine e l’ammissione della donna al ruolo di guida religiosa. Dopo l’avvento delle società urbane e delle “prime forme statuali”, furono le guerre di conquista a far precipitare la condizione sociale delle donne, consentendo una estensione inaudita della schiavitù e del concubinato. Lo aveva inteso per tempo la ribelle, tagliente Aisha: “voi ci fate uguali ai cani e agli asini”. Nei fatti, in parziale contrasto con i principi coranici e con alcune prassi dei primordi, la diffusione e il trionfo dell’Islam sancì la disuguaglianza tra maschio e femmina come vera e propria “architettura sociale[2]. E tale rimase per secoli senza grandi scosse, fino all’irruzione del colonialismo europeo.

La soggezione sociale e personale della donna all’uomo non è certo un’esclusiva delle società “islamizzate”. È una caratteristica generale di quasi tutte le società pre-borghesi, politeiste e monoteiste, buddiste e confuciane, islamiche e cristiane (escluse le società naturali). Solo la tempesta rivoluzionaria francese iniziò a mettere in discussione questa storica disuguaglianza. Ma di lì a poco il Code Napoléon la riaffermò con la forza della legge, facendosi beffe delle perorazioni di Olympe de Gouges e di Mary Wollstonecraft. L’uomo è il capo della famiglia. Punto. La donna gli deve ubbidienza, e ne riceverà, in quanto essere fragile, protezione (art. 213). Parole troppo dure? Vengono da San Paolo, si giustificò uno dei legislatori della laica Repubblica-Impero nata dalla rivoluzione[3]. Ancora nel 1843, nell’Europa che aveva già da tempo iniziato a “civilizzare” il mondo “islamico” e che aveva già da tempo trascinato molte donne a lavorare nelle fabbriche, Flora Tristan doveva definire le donne “gli ultimi schiavi”, oggetto di proprietà, in un certo senso, dei propri mariti…

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Polonia, Europa, Mondo. Un nuovo attacco internazionale contro le donne, le loro lotte e le lotte di tutti gli sfruttati – Comitato 23 settembre

Abortion law reform was the last straw, say campaigners – EURACTIV.com

Riceviamo e volentieri rilanciamo.

Polonia, Europa, Mondo. Un nuovo attacco internazionale contro le donne, le loro lotte e le lotte di tutti gli sfruttati.

La Polonia è oggi la punta di lancia dell’attacco internazionale che ha di mira non solo l’autodeterminazione delle donne in tutto il pianeta, ma anche il controllo e l’irregimentazione del mondo degli oppressi, a cominciare da chi si oppone ai governi e ai loro programmi di ripresa dell’accumulazione dei profitti.

Che la Polonia sia la patria dell’oscurantismo è ormai noto, che le donne polacche stiano conducendo da anni una battaglia di massa per ottenere il diritto di decidere sui loro corpi ed essere assistite nell’interruzione di gravidanza anche. Ma ora è in atto un nuovo, più forsennato attacco di cui si è fatto promotore il movimento Pro-right to life (Per il diritto alla vita), guidato da una delle più influenti organizzazioni oscurantiste polacche, ampiamente collusa con la chiesa cattolica e il governo di quel paese.

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25 novembre: si accendono per un giorno i riflettori sul femminicidio – Comitato 23 settembre

25 Novembre. Si accendono per un giorno i riflettori sul femminicidio.

Si danno numeri e dati. Diminuiscono gli omicidi, cresce il numero delle donne uccise, per lo più da mariti e compagni, donne uccise da uomini. Molta attenzione viene data anche alla “rieducazione” degli uomini maltrattanti. Tutto si riduce alla contrapposizione all’interno della famiglia e della coppia.

Si tace o si trascurano le mille violenze quotidiane che colpiscono le donne e le bambine nei paesi occidentali e in tutto il resto del pianeta. Esse sono il terreno di coltura che produce gli atti estremi, di cui si occupa la cronaca, insistendo spesso sugli aspetti più truci. Ma è violenza una educazione sbagliata, compressa sugli stereotipi e sulle aspettative caricate sulle bambine. Sui modelli che fin da piccole devono imitare. Sulle tensioni familiari cui devono assistere, che sfociano in comportamenti aggressivi, e spesso silenziose sottomissioni. Si impara così come essere madri e mogli.

Le difficoltà e le frustrazioni, la precarietà e la competizione dei maschi si scarica in richieste di “risarcimento” materiale e affettivo sulle donne che vivono con loro. C’è sempre qualcosa che potrebbero fare, e non fanno. C’è sempre un servizio in più che dovrebbero rendere, e poi un altro e un altro ancora.

Una somma di infelicità, che sfocia spesso in maltrattamenti e vessazioni. E in reazioni estreme davanti al tentativo di sottrarsi.

Periodicamente si passano in rassegna le violenze subite dalle donne nei paesi “arretrati”, (possibilmente islamici), che secoli di colonialismo non hanno contribuito ad eliminare, anzi! Giusto per lanciare il messaggio: “voi che volete, qui in occidente? Siete fortunate al confronto…”.

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Verso lo sciopero generale dell’11 ottobre: le rivendicazioni delle lavoratrici e delle donne oppresse – Comitato 23 settembre

Riceviamo dalle compagne del Comitato 23 settembre e volentieri pubblichiamo il testo dell’intervento presentato all’assemblea di Bologna dalla compagna Annamaria, disponibile sulla loro pagina facebook (vedi qui):

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VERSO LO SCIOPERO DELL’11 OTTOBRE

le rivendicazioni delle lavoratrici e delle donne oppresse sono parte essenziale delle lotte di tutti gli sfruttati!

Oggi qui rappresento il Comitato 23 settembre che nasce col proposito di allargare a quante donne e uomini che lottano, la condivisione e l’approfondimento di tutti gli aspetti che gravano sulla vita quotidiana delle donne, in particolare delle sfruttate e delle immigrate, attraverso non solo le prese di posizione sulla nostra pagina FB, ma con il sostegno concreto alle lotte delle occupate e delle disoccupate ogni qualvolta possibile, senza distinzioni di tessere.

Cercherò di contenere l’esposizione di questi aspetti nella seconda parte di questo intervento, che necessariamente deve essere breve, e che ci vede innanzi tutto qui oggi sostenere e condividere l’importanza e la costruzione di questo sciopero come prima tappa di una lotta senza quartiere contro il capitalismo ed il patriarcalismo su cui pervicacemente esso si fonda.

Dobbiamo però aggiungere una valutazione, condivisa al nostro interno, sull’impatto del lavoro del Comitato fino ad oggi, prendendo atto del fatto che gli obiettivi e le tematiche, tutt’altro che ideologiche, non hanno avuto adeguato riscontro nelle assemblee in cui le abbiamo presentate e nei documenti che ne sono scaturiti. Riteniamo che questo fatto sia fortemente divisivo nei confronti della classe, che amputi e mortifichi la possibilità di lotta e la forza della classe stessa.

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Afghanistan: le donne ribelli di Rawa contro l’occupazione Usa/Nato e contro i talebani

Riprendiamo dalla pagina facebook del Comitato 23 settembre e dal sito dell’Osservatorio Afghanistan due interviste fatte negli scorsi giorni alle militanti di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane).

Non sempre, e non necessariamente, la loro analisi delle ragioni della guerra imperialista condotta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, con l’Italia in prima fila, e della funzione dei taleban, coincide con la nostra. Ma il loro audace grido di lotta rivoluzionario democratico va ascoltato e raccolto, rispondendo ad esso nel solo modo possibile: con la denuncia sia della infame guerra dei vent’anni che delle nuove manovre “di pace” italiane, statunitensi, europee in corso per continuare, anche dopo la disfatta subita, l’opera di manomissione e schiavizzazione dell’Afghanistan; in combutta, magari, con il nuovo potere talebano e i suoi vecchi e nuovi protettori – manovre “di pace” che hanno come loro bersaglio designato, allo stesso modo delle operazioni di guerra, tutte le masse sfruttate e oppresse di questo paese, maschili e in un modo tutto speciale, come sempre, femminili.

https://www.facebook.com/comitato23settembre/

https://www.osservatorioafghanistan.org/articoli-2021/2979-contro-l%E2%80%99occupazione-usa-e-contro-i-talebani-la-resistenza-delle-donne-afgane.html

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