Afghanistan: le donne ribelli di Rawa contro l’occupazione Usa/Nato e contro i talebani

Riprendiamo dalla pagina facebook del Comitato 23 settembre e dal sito dell’Osservatorio Afghanistan due interviste fatte negli scorsi giorni alle militanti di RAWA (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan – Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane).

Non sempre, e non necessariamente, la loro analisi delle ragioni della guerra imperialista condotta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, con l’Italia in prima fila, e della funzione dei taleban, coincide con la nostra. Ma il loro audace grido di lotta rivoluzionario democratico va ascoltato e raccolto, rispondendo ad esso nel solo modo possibile: con la denuncia sia della infame guerra dei vent’anni che delle nuove manovre “di pace” italiane, statunitensi, europee in corso per continuare, anche dopo la disfatta subita, l’opera di manomissione e schiavizzazione dell’Afghanistan; in combutta, magari, con il nuovo potere talebano e i suoi vecchi e nuovi protettori – manovre “di pace” che hanno come loro bersaglio designato, allo stesso modo delle operazioni di guerra, tutte le masse sfruttate e oppresse di questo paese, maschili e in un modo tutto speciale, come sempre, femminili.

https://www.facebook.com/comitato23settembre/

https://www.osservatorioafghanistan.org/articoli-2021/2979-contro-l%E2%80%99occupazione-usa-e-contro-i-talebani-la-resistenza-delle-donne-afgane.html

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Parlano Nadja e Bibinur, delegate al Congresso dei popoli dell’Oriente di Baku – 7 settembre 1920

Dal 31 agosto al 7 settembre 1920 si tenne a Baku, già allora un importante centro petrolifero e di lotte operaie, il Congresso dei popoli dell’Oriente, convocato dall’Internazionale comunista. Vi convennero, dopo lunghi, pericolosi e avventurosi viaggi, 1.891 delegati, di cui 1.273 comunisti, gli altri “senza partito”. Erano fortemente presenti i militanti turchi, persiani, armeni, georgiani, azeri, ceceni, ma anche molti provenienti dall’area asiatica centrale (Afghanistan, Turkestan orientale, Khiva, Buchara, Fergana, Samarcanda, Turkmenistan), dall’India e dalla Cina.

55 di loro erano donne. Non furono protagoniste di questo Congresso, ma fecero sentire – qui è il caso di dire: chiara e forte – la loro voce nell’ultima giornata dei lavori; una voce polemica anche nei confronti degli stessi delegati maschi, non pochi dei quali erano contrari ad integrarne tre di loro nell’ufficio di presidenza del Congresso (come poi, a maggioranza, e tra forti applausi, avvenne).

Abbiamo voluto qui riportare i due interventi delle delegate Nadja (del Partito comunista della Turchia) e Bibinur, delegata turkmena, ed affiancare ad essi l’appello delle donne partecipanti alla prima Conferenza panrussa delle attiviste comuniste dell’Oriente alle operaie e contadine della Russia dei soviet, tenutasi pochi mesi dopo. Sono documenti di un’alba rivoluzionaria per le masse femminili sfruttate e oppresse che, nei termini espressi da queste compagne un secolo fa, è durata troppo poco. Come si può vedere, le proletarie dell’Oriente e dei paesi di tradizione islamica non hanno certo atteso i bombardieri dell’alleanza delle democrazie occidentali, né le Ong e le truppe, o le troupe televisive “femministe”-coloniali al loro seguito, per tracciare la prospettiva della propria liberazione. L’hanno tracciata da un secolo, e ribadita in innumerevoli lotte, anche contro di loro.

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Le politiche europee e governative colpiranno duramente lavoratrici e disoccupate – Comitato 23 settembre

Pubblichiamo qui di seguito l’intervento del Comitato 23 settembre all’Assemblea di Bologna delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi, presentato dalla compagna Loubna. Contiene una denuncia puntuale dei duri colpi ricevuti dalle lavoratrici e dalle disoccupate in questo primo anno e mezzo di pandemia, del “Family Act” e del vento reazionario che spira forte, a livello internazionale, per cancellare, là dove c’è, qualsiasi forma di difesa delle donne dalla violenza, e per negare il diritto alla interruzione volontaria della gravidanza – contrapponendo a tutto ciò una prospettiva e degli obiettivi di lotta che si chiede vengano incorporati tra gli obiettivi del prossimo sciopero generale.

Riportiamo qui, per sottolinearlo, il passaggio conclusivo dell’intervento:

“La repressione che ha ucciso Adil e che colpisce ogni giorno chi lotta, non ha mai risparmiato le donne quando hanno osato alzare la testa. Chiediamo alle compagne e ai compagni che partecipano a questa assemblea di assumere tra gli obiettivi del prossimo sciopero generale la lotta per i nostri diritti di donne e di lavoratrici. Chiediamo di dare un significato più ampio allo slogan che abbiamo portato in tante nostre manifestazioni: chi tocca una, tocca tutti!

“Il capitalismo ha bisogno di fruttare e opprimere sempre più le donne nel lavoro, nella famiglia e nella società tutta. Il nostro nemico è il capitalismo, la nostra lotta si fermerà solo quando verrà abbattuto”. [Neppure allora…]

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Lavoratrici e lavoratori, compagne e compagni,

intervengo a nome del Comitato 23 settembre.

Le politiche europee e governative colpiranno duramente le lavoratrici e le disoccupate nei prossimi mesi.

L’attacco avviene su molti piani.

Abbiamo già parlato in precedenti occasioni dell’impatto del covid sulla salute delle donne, e, in occasione della morte di Luana d’Orazio, della questione della sicurezza sul lavoro che sarà sempre più sacrificata sull’altare di una rapida ripresa; dell’attacco all’autodeterminazione e della violenza che le donne subiscono sul posto di lavoro, all’interno della propria casa e nella vita sociale.

Con lo sblocco dei licenziamenti e l’approvazione delle nuove disposizioni contenute nel Family act, l’attacco si estende al diritto al lavoro, ai servizi, alle possibilità di condivisione del lavoro domestico e di cura.

In più, il governo Draghi si è recentemente schierato con le destre e il clero cattolico per fare pressione sulle donne e costringerle a ritornare a rinchiudersi nelle case, scaricando sulle loro spalle il problema del calo delle nascite. Questo attacco vuole ribadire il ruolo primario delle donne come produttrici di figli e di servizi gratuiti di riproduzione e cura. Il tutto non a vantaggio delle donne o delle famiglie, ma del sistema capitalistico che governa la nostra economia e le nostre vite.

Sul piano economico, l’azione di governo si basa sui finanziamenti stanziati in sede europea. La disparità di genere è presente non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

In Europa, le donne sono meno occupate rispetto agli uomini, sono costrette a ridurre il proprio orario di lavoro per far fronte alle necessità di cura della famiglia, dedicano alla cura della casa più del doppio delle ore dei loro compagni.

Il 76% delle donne immigrate dedite al lavoro di cura e assistenza, che in Europa sono 45 milioni, lavorano in nero.

Il divario salariale, presente anche nelle qualifiche più alte, in assenza di provvedimenti specifici, potrà essere superato, secondo i calcoli ufficiali, tra 202 anni….

Non esiste a livello europeo una previsione di spesa per colmare il divario di genere, esiste però la clausola che vincola i miliardi stanziati a favore dei singoli stati ad investimenti in due settori produttivi precisi: la cosiddetta riconversione verde e il digitale.

Ambedue i settori sono a bassissima occupazione femminile, le donne e le lavoratrici, già pesantemente colpite dal Covid, non trarranno benefici particolari da questa consistente erogazione di denaro, mentre saranno tenute, al pari di tutti i lavoratori, a rimborsare negli anni futuri i debiti contratti dai governi.

In Italia, le condizioni delle lavoratrici e delle donne “senza privilegi” hanno già subito un peggioramento su più livelli.

Nel primo semestre 2020, 470.000 donne hanno perso il lavoro, di queste, nel solo mese di dicembre 2020, 96.000 donne con figli minori in età prescolare non hanno visto rinnovato il contratto a tempo determinato o sono state costrette a licenziarsi a causa dei turni incompatibili con l’accudimento dei figli.

Questo ben prima dello sblocco dei licenziamenti. La lotta per la difesa del posto di lavoro e del salario per le disoccupate è dunque più attuale che mai.

Nei luoghi di lavoro, spesso un ipocrita senso di “parità” obbliga le donne reduci da gravidanze o parti difficili a lavori pesantissimi (ad esempio, nella logistica, sollevare pesi da 15 chili anche 100 volte al giorno). L’assistenza ai figli ammalati o ricoverati in ospedale è concessa, ma a scapito del salario. Le molestie e il razzismo nei confronti delle donne immigrate sono pane quotidiano nei luoghi di lavoro e nella vita sociale.

L’adozione stabile dello smart working, la moderna forma di lavoro a domicilio, a cui saranno obbligate soprattutto le lavoratrici, porterà all’isolamento, ad un maggiore sfruttamento, ad una difficoltà ancora maggiore di organizzarsi e di lottare per i diritti propri e di tutti i lavoratori.

Il comitato 23 settembre denuncia questa situazione e appoggia le lotte che la combattono.

Non esistono provvedimenti del governo italiano volti ad aumentare l’occupazione femminile e a migliorare la condizione generale delle lavoratrici. Esiste però una “legge quadro” approvata l’anno scorso e ora in fase di attuazione, rivolta, più che alle donne, alle coppie con figli: il Family Act.

Esso prevede:

1)un aumento dei congedi parentali obbligatorio per i padri da 5 a 10 giorni dopo il parto, un permesso di 5 ore per i colloqui con i professori, l’inserimento nei Contratti nazionali della gestione di eventuali altri congedi. Tutto è ancora da definire, ma è certo che misure così limitate non saranno in grado di favorire la condivisione del lavoro domestico e di cura all’interno delle famiglie. Questa sarà possibile con una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e con la consapevole assunzione da parte dei padri di questa responsabilità.

Il secondo provvedimento riguarda l’assegno unico per i figli, destinato a tutte le categorie di occupati e disoccupati, lavoratori dipendenti e autonomi, per un massimo di 167 euro a figlio, entro i diciotto anni di età, con una maggiorazione del 30% a partire dal terzo figlio. Questo assegno che entrerà in vigore nel 2022, sarà preceduto da un provvedimento ponte, che riguarderà i figli di lavoratori autonomi e disoccupati che non percepiscono assegni familiari.

Nel caso di affido condiviso, l’assegno sarà diviso a metà tra i genitori (indipendentemente dal reddito di ciascuno), inoltre, diversamente dalle disposizioni attualmente in atto, i lavoratori immigrati i cui figli sono rimasti nel paese di origine non ne avranno diritto.

L’assegno sostituirà tutte le precedenti forme di sussidio esistenti (tra cui il bonus bebè, assegni famigliari, detrazioni per figli a carico) e costituirà un limitato beneficio solo per il 63% delle famiglie, il restante 27% non avrà benefici o ci andrà a perdere. Denunciamo il fatto che questo provvedimento non porterà nessun reale cambiamento sostanziale per chi deve affrontare le spese della crescita dei figli, in particolare per le famiglie monoparentali che sono le più povere e in grande maggioranza gestite da donne.

Per quel che riguarda i servizi, siamo ben lontani dall’obiettivo stabilito in sede europea che stabilisce che il 33% dei bambini da zero a tre anni debba poter usufruire dei nidi, specialmente al sud, dove la percentuale resta anche sotto il 10 %.

La scarsità dei finanziamenti per questo servizio fondamentale per la crescita dei bambini e per l’accesso al lavoro delle donne (poiché in assenza sono le donne a dover rinunciare ad avere un’occupazione e la relativa minima autonomia) ha pesantemente abbassato la qualità dei nidi, che subirà un ulteriore peggioramento con l’istituzione dei cosiddetti “micronidi”, soluzioni casalinghe di parcheggio dei figli in strutture private, prive di controlli, e con personale per nulla qualificato. Chiediamo che l’istituzione di nuovi nidi diventi una priorità nelle misure del governo!

L’altro terreno su cui è in atto un attacco permanente è quello della pressione sulle donne perché non sfuggano al loro ruolo di madri e si dedichino con più convinzione a questa loro funzione, sempre all’interno della famiglia “regolare”. Di fronte al calo delle nascite, si affronta con molta superficialità l’analisi del perché le donne sono restìe a mettere al mondo i figli. A questo scopo oltre agli ostacoli in aumento per quel che riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, o l’attivazione di consultori, si sta sempre più prefigurando, a partire dalla pandemia, una nuova figura di casalinga che contemporaneamente lavora a casa, fa i lavori domestici e accudisce e cura figli e anziani.

Su questo terreno siamo di fronte ad un salto di qualità: una mobilitazione internazionale da parte di stati che rifiutano qualunque difesa delle donne contro la violenza e sono contrari alla loro autodeterminazione (un esempio per tutti: la Turchia).

In Italia vediamo la mobilitazione capillare delle associazioni “pro-famiglia”. Queste hanno dato vita, qualche settimana fa, agli “Stati generali della natalità”, un convegno inaugurato dal Papa e da Draghi.

Il calo costante della natalità in Italia è stato presentato come una catastrofe causata dal dilagare dell’egoismo e dell’individualismo (chi non fa figli non pensa al futuro, dimostra di non avere a cuore la crescita del Pil, di non pensare a chi pagherà le pensioni, d’altro canto, avere figli insegna a non essere consumisti, ad essere parsimoniosi, i figli sono libertà e altre stupidaggini del genere). La cosa interessante di questo incontro è stata, oltre alla partecipazione di Chiesa e Stato al massimo livello, l’impostazione generale data dal suo organizzatore. Costui ha dichiarato che per affrontare questo grave problema intendeva mettere attorno ad un tavolo gli amministratori delegati di banche e imprese, i dirigenti del mondo dello sport e dello spettacolo, i media e non so chi altro, per discutere dei compiti della famiglia! Le donne non vengono interpellate e nemmeno nominate….

Noi denunciamo questa azione politica che diffonde la sua propaganda fin nei programmi scolastici, che aumenta i finanziamenti alle scuole cattoliche, che interferisce con le leggi in nome della libertà di espressione.

Molte donne subiscono violenza nelle loro case, sono accusate e portate in tribunale quando cercano di rivendicare il diritto alla custodia dei figli per sottrarli all’influenza di padri e mariti violenti. E la magistratura, che non sancisce questi soprusi, contribuisce ad alimentarli!

Noi denunciamo la campagna internazionale che è in atto contro le donne e la loro lotta contro la violenza e gli abusi. Umiliare le donne, trattarle come merce, chiudere gli occhi contro le violenze che subiscono in famiglia non ha mai fatto bene alla causa dei lavoratori, non aiuta le loro lotte, ma è un regalo al sistema capitalistico e ai padroni che ci vogliono isolati e divisi, sulla base del sesso e della razza.

La repressione che ha ucciso Adil e che colpisce ogni giorno chi lotta non ha mai risparmiato le donne quando hanno osato alzare la testa! Chiediamo alle compagne e ai compagni che partecipano a questa assemblea di assumere tra gli obiettivi del prossimo sciopero generale la lotta per i nostri diritti di donne e di lavoratrici. Chiediamo di dare un significato più ampio allo slogan che abbiamo portato in tante nostre manifestazioni: chi tocca una, tocca tutti!

Il capitalismo ha bisogno di sfruttare e opprimere sempre di più le donne nel lavoro, nella famiglia e nella società tutta.

Il nostro nemico è il capitalismo, la nostra lotta si fermerà solo quando verrà abbattuto!

“La posta in gioco…” – siamo già alla prima ristampa

Con nostra sorpresa, siamo già alla prima ristampa del Quaderno del “Cuneo rosso” dedicato alla condizione delle donne e alla lotta delle donne nel mondo – intendiamo (come è ovvio): la stragrande maggioranza delle donne, operaie, proletarie, casalinghe, salariate o contadine povere.

Dai rimandi finora ricevuti, interpretiamo la cosa in questo modo: era tempo che venisse fatto un primo tentativo di inquadrare quella che oggi viene definita “la questione di genere” in un’ottica anticapitalista rivoluzionaria, come questione specifica che, però, non sta a sé. E come questione di prima importanza, non accessoria e marginale, nella lotta al sistema sociale capitalistico. Forse è piaciuto anche che questo primo tentativo, tale lo consideriamo, si sforzasse di rispondere ai più urgenti interrogativi sindacali, sociali e politici che si pongono su questo terreno.

Come rispondere all’attacco alle donne messo in atto in occasione della pandemia? Come difendersi dalla minaccia alla salute, dai futuri licenziamenti, dalla disoccupazione cronica, dalla povertà incombente, dall’isolamento portato dallo smart working, dal superlavoro che caratterizza il “nuovo modello” di casalinga, sulle cui spalle si scarica il lavoro di cura e di riproduzione sociale sempre meno sostenuto dallo stato e sempre più affiancato al lavoro precario e sottopagato? Come combattere la violenza individuale, forma parcellizzata di repressione dell’autonomia delle donne, e quella di stato che reprime le lotte e nega le possibilità di aggregazione? Come mettere fine alla mercificazione del corpo delle donne nelle forme inedite ed estreme in cui si manifesta oggi? Come contrastare l’attacco alle conquiste delle precedenti ondate del movimento femminista? Come affrontare l’aggressione alla natura e le minacce di nuove guerre ai popoli del sud del mondo, che spesso si spaccia per difesa dei diritti delle donne? 

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Il 1° Maggio delle donne: contro oppressione, razzismo e sfruttamento (Comitato 23 settembre)

Milano, 1° maggio

Il 1° Maggio 2021 può e deve segnare un momento di mobilitazione sociale e di classe contro la violenza distruttrice del sistema in cui viviamo. La pandemia è solo l’ultimo degli esempi di questa violenza che solo la nostra lotta organizzata e di massa potrà fermare.

Milioni di lavoratrici e lavoratori ne sono colpiti in tutto il mondo, perché è stata affrontata da stati e governi con l’unico obiettivo di salvaguardare i profitti, continuare la rapina delle ricchezze dei popoli del sud del mondo, sfruttare donne e uomini nei quattro angoli del pianeta.

Invece di andare alla radice dell’attuale catastrofe, le borghesie usano questa crisi per organizzare in modo più efficiente lo sfruttamento del lavoro.

Ne pagheranno le spese i lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici, precarie e costrette a scegliere tra lavoro e cura dei figli e dei membri deboli della famiglia. Mai come in questo momento si moltiplicano gli auto-licenziamenti, i contratti non vengono rinnovati e, con lo sblocco dei licenziamenti, le donne saranno le prime a essere buttate fuori. Per non parlare delle donne che per portare a casa qualche euro erano costrette a lavorare in nero, e rimangono ora senza mezzi di sussistenza.

Non possiamo accettare di essere costrette alla povertà, alla dipendenza dal marito, a correre il rischio della violenza domestica, condizioni che con la pandemia non potranno che aggravarsi. Non ci rassegneremo alla polverizzazione e all’isolamento, continueremo a lottare nonostante le intimidazioni e la crescente repressione delle lotte, per difendere i nostri diritti!

Lottiamo per il lavoro e il salario garantito e per i servizi legati alla riproduzione sociale!

Le donne hanno pagato sulla loro pelle le conseguenze della cattiva gestione della pandemia, perché sono a maggiore rischio di contagio essendo lavoratrici addette alla cura e della scuola, per la mancanza di consultori e presìdi della loro salute riproduttiva, che le ha costrette a gravidanze indesiderate, o a rinunciare alla maternità per mancanza di cure e controlli necessari. Ciò si somma all’attacco repressivo e reazionario in atto contro il diritto di aborto e l’uso della pillola Ru486 nelle regioni amministrate da Lega e Fdi e sostenute dalle associazioni “pro vita”. La salute delle donne rischia di essere compromessa anche per la mancata possibilità di fare le terapie necessarie alle malattie croniche e controlli preventivi per i tumori più diffusi, per lo stress e l’affaticamento che ha messo a rischio o aggravato il loro disagio psichico e la loro salute mentale. Questo perché la vocazione instillata nelle donne, da quando vengono al mondo, è stata ed è quella di anteporre la cura degli altri alla cura di sé.

Noi rivendichiamo il diritto alla salute per tutte e tutti!

Prevenzione e medicina territoriale sono le vere armi contro il diffondersi della pandemia e contro lo strapotere delle grandi ditte farmaceutiche che producono farmaci e vaccini solo se il loro profitto è garantito. E al servizio di questi profitti si piegano i governi e le azioni degli stati. Questi sono i nostri nemici, che dobbiamo combattere!

Niente ci possiamo aspettare, come donne, dalla valanga di miliardi in arrivo, destinati a sostenere ceti sociali e settori di imprese (il digitale, il verde) da cui siamo per lo più escluse.

Quello che ci dobbiamo aspettare è un peggioramento della nostre condizioni generali di vita e un futuro del tutto incerto per chi verrà dopo di noi.

Con l’unità e la lotta possiamo costruire una barriera contro questo attacco globale, siamo milioni nel mondo, e il 1° Maggio, giornata internazionale delle lavoratrici e dei lavoratori, ce lo ricorda!

L’unica scelta che abbiamo è quella di superare isolamento e divisioni e costruire un percorso di lotta dura, unitaria e convergente con tutti i movimenti espressione della nostra classe che si battono per farla finita con questo sistema sociale portatore di morte!

30 aprile 2021

Comitato 23 settembre

comitato23settembre@gmail.com

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