La lotta delle donne africane contro il saccheggio neo-coloniale dei loro territori è la nostra lotta – Comitato 23 settembre

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A febbraio scorso, l’uccisione dell’ambasciatore italiano in Congo divenne per la comunicazione mainstream l’occasione per beatificare la politica neocoloniale italiana in Africa tutta sorrisi e amore per i piccoli. Rispondemmo a questo battage con un compatto dossier di analisi e denuncia del nuovo assalto alle risorse naturali e alla popolazione lavoratrice del continente, in cui le imprese e lo stato italiano sono profondamente implicati. Riprendiamo quindi tanto più volentieri un articolo del Comitato 23 settembre che presenta la resistenza organizzata delle donne africane contro la spoliazione in particolare delle risorse minerari e le relative devastanti conseguenze umane ed ambientali. Per conoscere meglio questa realtà’, sul fronte sia della spoliazione neocoloniale che delle lotte, è una utile fonte di informazione il sito dell’associazione Wo/min; lo sono in particolare le analisi critiche ivi proposte.

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La lotta delle donne africane contro il saccheggio dei loro territori e’ la nostra lotta

L’impatto devastante dell’espansione delle società minerarie di mezzo mondo sulla vita delle donne africane è denunciato dall’associazione Wo/min.

L’indipendenza formale degli stati, conquistata con dure lotte, non ha posto fine alla aggressione colonialista e alla rapina dei tesori custoditi dalle terre africane, indispensabili al nuovo e vecchio sviluppo dell’economica capitalistica e alla sua incessante ricerca di profitti. Così anche stati nati dalla lotta di liberazione popolare, come il Mozambico, hanno ceduto alle pressioni internazionali e accettato di destinare metà del loro territorio allo sfruttamento delle società minerarie sudafricane, brasiliane, indiane, australiane, inglesi, dedite all’estrazione di carbone, gas naturale, gemme e minerali vari.

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21 maggio, tutte/i a Roma contro il Global Health Summit e il governo Draghi (Patto d’azione anti-capitalista)

21 Maggio – Manifestazione nazionale a Roma contro il G 20 e il “Global Health Summit”

Contrapponiamo al fronte unico dei capitalisti e dei loro stati, il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici

Lo scorso 7 aprile, in occasione della Giornata mondiale della Salute, il governo italiano e la Commissione europea hanno rilanciato l’appuntamento a Roma il 21 maggio per il “Global Health Summit”, un evento inserito nell’agenda del G20 a presidenza italiana. Roma era stata individuata come luogo simbolico di raduno dei capi di stato e di governo delle 20 più grandi economie capitalistiche del mondo dall’ex-premier Conte e dalla presidente dell’UE von der Leyen per l’intensità della crisi sanitaria vissuta in Italia.

Il summit dovrebbe discutere e concordare a livello globale come adeguare i rispettivi sistemi medico-sanitari al crescente rischio di altre pandemie – un’ipotesi, dunque, che gli stessi “grandi (predatori) della Terra” ritengono più che fondata.

Fatto sta, però, che quelli che si riuniranno a Roma costituiscono la cabina di comando del sistema economico-sociale che ha causato la pandemia globale in corso da più di un anno. Lo sfruttamento brutale delle terre e dei mari, la selvaggia deforestazione, l’allevamento intensivo degli animali, l’urbanizzazione sregolata, sono all’origine dello sviluppo e della propagazione di questo virus. E proprio la prosecuzione di tali processi è la premessa per la cronicizzazione di questa pandemia e per la produzione di una catena di pandemie. Una lotta a fondo, radicale, per fermare questa tendenza comporterebbe interventi immediati e radicali sulle cause che la determinano. Ma non è certo di questo che si discuterà a Roma, perché tutto ciò che interessa ai gendarmi dell’ordine capitalistico internazionale è aprire un nuovo ciclo di accumulazione di profitti, imparando a convivere con le pandemie – per i migliori affari di Big Pharma e dei pescecani di tutti gli altri rami della produzione industriale.

In Italia, con Conte come con Draghi, e in Europa, la disastrosa gestione della crisi sanitaria è stata in linea con questo criterio: mettere il profitto al di sopra di tutto, e quindi anche della salute, e far pagare l’emergenza a lavoratori, precari, disoccupati, studenti.

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Un piccolo Dossier sul disastro ecologico in corso

Il capitalismo disprezza la terra e gli esseri umani

Mai come in questo momento la retorica della “rivoluzione verde” rischia di sommergerci. E come accade con le menzogne ripetute all’infinito, lascia la sua impronta nella massa della popolazione, spinta a credere nel miracolo decantato dai santoni del capitale: un’uscita dalla crisi e dalla pandemia che coincida con l’uscita dalla catastrofe ecologica in corso da tempo. Se ne è fatto banditore negli ultimi giorni anche il gelido Draghi. E il suo eloquio robotico sembra dare a questa frottola globale la veste di una verità scientifica indiscutibile.

Su questa tematica stiamo preparando un lavoro di ampio respiro, ma ci siamo sentiti sollecitati a proporre da subito ai nostri lettori un piccolo Dossier con alcuni utili materiali di analisi e di orientamento, che in queste settimane ci sono stati inviati, o ci sono stati segnalati, da compagni che collaborano con noi. Nostra è solo la nota sui metalli rari.

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1. L’eco-comunismo – un progetto rivoluzionario per farla finita con la barbarie capitalista – Luc Thibault

Rendiamo pubblico con piacere, in lingua italiana, questo pregevole scritto già disponibile in francese e in spagnolo sul sito Pasado y Presente del marxismo rivoluzionario (vedi sotto i link), che fornisce una molteplicità di elementi per inquadrare in termini marxisti l’attuale catastrofe ecologica, e la lotta contro di essa per uscirne vivi (“la società capitalista è invivibile, il comunismo è una necessità”).

Esso sottolinea, tra l’altro, il fatto che l’originario pensiero marxista fu attraversato da una sensibilità ecologica all’avanguardia per i tempi, e documenta come anche nell’attività di Lenin e dei bolscevichi durante la rivoluzione in Russia, pur tra proibitive difficoltà e drammi, ci fu spazio per preoccupazioni e progetti ecologici, mentre con l’avvento dello stalinismo si verificò l’abbandono di questa genuina attitudine del movimento proletario comunista.

Il testo di Thibault analizza, affronta o sfiora così tante e complesse questioni che si potrebbe discutere criticamente, con buone ragioni, questo o quel passaggio, e perfino la formula “eco-comunismo”. Per quanto ci riguarda, la parte su cui ragionare più a fondo è quella finale, che schizza in modo ambizioso “una strategia rivoluzionaria e internazionalista” di lotta su questo terreno, perché in essa ci paiono sovrapposte rivendicazioni immediate da portare avanti nelle attuali proteste ecologiste e compiti e obiettivi che attengono alla transizione rivoluzionaria al socialismo. Ma per intanto lo proponiamo all’attenzione di chi frequenta il blog come un valido contributo ad un dibattito che in Italia è stato tradizionalmente, ed è (con pochissime eccezioni), molto carente.

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2. Il devastante costo ecologico e umano dei metalli rari, indispensabili per la cosiddetta “rivoluzione verde”

Sia gli Stati Uniti che l’UE hanno dichiarato “strategici” per le proprie economie, ed in particolare per la realizzazione della cd. “green revolution”, i “metalli rari” – il che significa che considerano strategiche, cioè loro legittimo bersaglio, tutte le aree del mondo ricche di questi minerali, a cominciare dalla Cina e una serie di paesi africani, asiatici e sud-americani. Il libro di Pitron che qui sotto abbiamo recensito dà un’idea piuttosto approssimativa, ma sufficiente, della devastazione ambientale e umana che la ricerca e l’estrazione di questi minerali determina. Anche ammesso che l’auto elettrica possa essere un po’ meno inquinante dell’auto a benzina, a gpl o a metano, la sua produzione ha effetti drammatici nei paesi del Sud del mondo. Un’uscita capitalistica dall’inquinamento ambientale prodotto dal capitale, da qualsiasi lato la si guardi, è del tutto impossibile. L’ecologismo o è anti-capitalistico (in senso rivoluzionario), o non è: bisogna risalire dalla lotta contro gli effetti della catastrofe ambientale in corso (di cui l’attuale pandemia è solo una delle conseguenze) alla lotta contro le sue cause.

Il libro di G. Pitron, La guerra dei metalli rari. Il lato oscuro della transizione energetica e digitale (Luiss, 2019) fornisce un’ampia documentazione sullo sventramento dei territori che si sta attuando in Cina e in molte altre aree del Sud del mondo per la ricerca frenetica dei metalli rari e delle terre rare – gli ingredienti essenziali al cosiddetto “Green New Deal”. Tale sventramento ha molto a che vedere con quell’attacco ai “substrati micro-biologici della vita sulla terra” alla base, tra l’altro, dell’attuale epidemia Covid-19, di cui parlano i redattori di Chuang in Contagio sociale (per approfondire riguardo al nesso tra devastazione ambientale da un lato, sia a livello macro che nella dimensione micro-biologica, e dall’altro lato diffusione di agenti virali e in genere insorgere di nuove malattie, rinviamo anche a Alle origini del Covid-19: Agrindustria ed epidemie, Intervista a R. Wallace, e all’articolo di taglio prettamente scientifico di Laura Scillitani, Aids, Hendra, Nipah, Ebola, Lyme, Sars, Mers, Covid…,comparso sul portale Scienza in rete).

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Il libro ha due facce. Una ideologico-politica, l’altra analitica. La prima mostra un feroce sentimento anti-cinese, e ci interessa meno anche se dà utili notizie. L’altra, particolarmente interessante, mette in luce gli enormi costi umani ed ecologici della transizione energetica appena avviata che va sotto il nome di “green revolution” o “capitalismo verde”.

L’Occidente è sotto un embargo permanente da parte della Cina – è questa la tesi del Pitron (P.) sciovinista, motivata dal fatto che la Cina ha oggi il quasi-monopolio (p. 27) dei metalli rari e delle “terre rare” che sono indispensabili per il passaggio a un’economia de-carbonizzata. Il passaggio che oggi viene presentato come la via della salvezza dalla catastrofe ecologica sempre più incombente (quanto questa economia sarebbe green, amichevole verso la natura, lo vediamo dopo). Riferendo le stime dello statunitense Mineral Commodity Summaries, P. sostiene che Pechino produce il 44% dell’indio consumato nel mondo, il 55% del vanadio, quasi il 65% della fluorite e della grafite naturale, il 71% del germanio e il 77% dell’antimonio. Secondo uno studio dell’UE, poi, la Cina produce il 61% del silicio, l’84% del tungsteno, il 95% delle “terre rare” (sia pesanti che leggere), per cui “è il paese più influente nel rifornimento mondiale in materie prime essenziali” (pp. 79-80). Ulteriori percentuali sostengono questa affermazione per l’antimonio (87%), la barite (44%), il bismuto (82%), la fluorite (64%), la fosforite (44%), il fosforo (58%), il gallio (73%), l’indio (57%), il magnesio (87%), lo scandio (66%).

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