“Dai fratelli, tutti qui uniti!” La risposta di lotta all’assassinio di Younes El Boussettaui a Voghera e a Bologna

Sono passati sette giorni dall’omicidio di Younes El Boussettaui per mano dell’assessore alla sicurezza di Voghera Massimo Adriatici. L’assassino è ai domiciliari, dove cerca di superare, dice, il suo trauma. La sindaca si dice preoccupata per questo trauma, con notevole sensibilità. L’avvocato di Adriatici spiega che circolare con un’arma carica senza sicura aiuti contro lo stress in situazioni di minaccia, quindi almeno l’assessore ha sparato con animo sereno.

Abbiamo già commentato l’assassinio di Younes – espressione conseguente della macchina del razzismo di stato. Qui trovate dei materiali sulla riposta data soprattutto dalla comunità degli immigrati sabato a Voghera, e su un importante presidio di solidarietà svoltosi a Bologna.

La manifestazione di Voghera ha risposto all’appello di Bahija, sorella di Younes, lanciato l’indomani dell’omicidio a sangue freddo, con queste parole pronunciate sul luogo del delitto:

Gli ha sparato e lo ha ucciso qui, ieri. Mio fratello ora è in cella mortuaria, ha lasciato due bambini. L’avvocato che gli ha sparato invece è a casa sua e dorme. Aiutatemi! Io sabato verrò qui di nuovo, chi conosceva Younes, sia chi ha visto qualcosa sia chi non ha visto nulla venga qui ad aiutarmi a vendicare mio fratello. Sabato alle ore 16:00. Voce fuori campo: dai fratelli, tutti qui uniti! Gli ha sparato, e ora dorme a casa sua! Ha lasciato due bambini. Marocchini e musulmani, per piacere aiutate la vostra sorella. Condividete il video, sabato alle ore 16:00 facciamo un sit-in per il nostro fratello Younes e lo vendichiamo. In piazza Meardi Voghera. Grazie!

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Sei un senzatetto marocchino? Allora posso ammazzarti quando e come voglio. Sull’assassinio di Younes El Boussettaoui

Martedì 20 luglio, a tarda sera. Voghera, Italia. L’Italia di Draghi, di Salvini, di Letta.

Younes El Boussettaoui, un immigrato marocchino senza fissa dimora, alticcio, con problemi psichici, ovviamente disarmato, sta facendo cose sommamente pericolose del tipo: raccogliere da terra mozziconi di sigarette e metterli nei posacenere di un bar, o chiedere a qualche passante perché non lo saluta (ritiene che quella piazza sia “casa sua”, non avendo altra dimora). Niente paura: interviene l’assessore leghista alla sicurezza del comune, tale Massimo Adriatici, “avvocato di grido”, celebre per aver espulso con un daspo due medicanti dal centro della città, e, non riuscendo (pare) ad intimidirlo con le parole, regola la faccenda con un solo colpo di pistola diretto da distanza ravvicinatissima al centro del petto: al cuore, cioè. Che fanno al pronto soccorso, davanti a un uomo con una ferita del genere? Un uomo? Beh, non esageriamo: è solo un immigrato marocchino senza fissa dimora. Metti pure: codice giallo. “Poi però il quadro clinico si è aggravato velocemente fino al decesso”. Due comportamenti criminali di seguito, il terzo arriverà a ruota.

La canaglia protagonista dell’esecuzione, ex-ufficiale di polizia, noto per andare in giro sempre armato, ha immediatamente trovato la giustificazione legale adatta per il suo delitto: legittima difesa. Cadendo per una spinta ricevuta da Younes El Boussettaoui (ma è davvero caduto? ha davvero ricevuto la spinta?), mi è partito involontariamente il colpo. Qualche carabiniere, forse alle prime armi, ne dubita e l’arresta, ipotizzando con logica elementare l’omicidio volontario. Veloce come il fulmine, interviene il magistrato: no, casomai è eccesso colposo di legittima difesa. L’assessore-canaglia resti pure a casa sua; si è già scomodato abbastanza a sparare, ora si riposi in attesa che, a breve, altri magistrati gli revochino pure i domiciliari. Per intanto le telecamere di cui l’assessore assassino ha riempito Voghera per metterla in “sicurezza”, risultano provvidenzialmente inutilizzabili…

L’assessore – difeso a spada tratta, in quanto “vittima” di aggressione dal suo sindaco; il pronto soccorso di un ospedale civile di Voghera (sanità pubblica, non privata!); il magistrato compiacente con l’avvocato di grido e rappresentante dell’istituzione comunale: tre anelli del sistema unitario del razzismo di stato. Di rinforzo si è fiondato Salvini a fare quadrato intorno all’eroe che “ci” difende dagli stranieri “clandestini”. Lo sciacallo che fa il Rambo davanti al cadavere di una “vittima del sistema” (così un cittadino di Voghera ancora dotato di ragione ha definito Younes El Boussettaoui), è lo stesso coniglio che non ha osato balbettare una sola parola davanti a FedEx, Whirpool, Gkn, Quantum Capital quando queste multinazionali con epicento all’estero, quindi a rigore straniere, hanno falciato migliaia di posti di lavoro a Piacenza, Napoli, Firenze, in Brianza – perfetta incarnazione del leghismo, in guerra permanente contro i proletari emigranti e immigrati e (e perché) a libro paga dei capitalisti di ogni ‘nazionalità’.

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Contro l’islamofobia – un libro, in arabo, di Pietro Basso e Fabio Perocco

Con la nuova sollevazione palestinese, puntuale e “inevitabile”, è arrivata un’altra velenosa razione di arabofobia e di islamofobia, promossa e guidata dalla formidabile macchina della propaganda israeliana.

Questa macchina, come ha osservato Moni Ovadia, ha la capacità di trasformare l’occupante, il colonizzatore, il demolitore di case, lo stato che organizza la pulizia etnica ai danni dei palestinesi, in vittima delle popolazioni che opprime con ogni mezzo da più di 70 anni.

La realtà è semplicemente rovesciata.

Questa operazione, poi, trasforma lo scontro sociale in atto, che è insieme nazionale e di classe, in una contesa tra il solo stato democratico e la sola società democratica del Medio Oriente, rappresentante lì della superiore civiltà democratica (e “giudaico-cristiana”), da un lato, e il “terrorismo” e la “inciviltà” araba e islamica che ne minaccierebbe l’esistenza, dall’altro.

Una volta di più è in azione l’industria dell’islamofobia, insonne, attiva h24, dominante, falsificatrice, ricattatoria; per la quale ogni critica dello stato di Israele, del suo colonialismo, della situazione di apartheid, della “pulizia etnica” in atto, della caccia agli arabi a cui possono dedicarsi, protette dallo stato, le bande dei coloni più fanatizzati, ogni denuncia e condanna di questo orrore è “anti-semitismo”, da assimilare a quello storico dei nazisti.

La diffusione di questo virus razzista (è il razzismo di stato, dello stato del capitale, che tanti/e, a differenza di noi, hanno paura di chiamare con il suo vero nome) non trova ancora una contro-reazione adeguata, per quanto siano state incoraggianti in questi giorni, anche in Italia, oltre che a Chicago, New York, Londra, Sidney, etc., le prime affollate e animate manifestazioni di sostegno alla causa palestinese. Che è, alla fin fine, la causa degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo, atei o religiosi che siano, tanto quanto la causa dello stato e del governo di Israele è la causa degli sfruttatori e degli oppressori di tutto il mondo, quelli del mondo arabo perfettamente inclusi – a cominciare dagli squallidi petrolmonarchi per finire con tutti gli altri governanti, nessuno escluso.

Tra le pochissime voci fuori da questo coro, anzi: frontalmente contrapposte a questo coro istituzionale arabofobico e islamofobico, da posizioni di classe, internazionaliste, c’è questo blog, fiero della sua costante attenzione al movimento dei proletari delle proletarie e di tutte le masse oppresse del mondo “arabo-islamico”. Da materialisti marxisti, non siamo credenti, ma da anti-capitalisti e perciò anti-imperialisti, siamo irriducibili nemici di ogni forma di islamofobìa in quanto strumento di sfruttamento, di dominio, di malefica contrapposizione tra sfruttati/e.

Proprio su questo tema, la struttura e la funzione della industria dell’islamofobia, in Italia, in Europa, in Occidente, ci permettiamo qui di segnalare alle giovani leve palestinesi e di origini arabe che per la prima volta stanno animando qui in Italia e nel mondo occidentale le proteste di massa contro Israele e i governi occidentali complici, un libro da poco uscito per l’editore Dar Fadaat di Amman, dedicato proprio alla critica dell’islamofobia e alla denuncia delle terribili conseguenze che essa ha sulla vita degli immigrati e delle immigrate, anzitutto dei lavoratori e delle lavoratrici, in Italia e in Europa. Ne sono autori Pietro Basso, uno degli animatori di questo blog, e Fabio Perocco, professore della università Ca’ Foscari di Venezia.

La redazione del blog ha a sua disposizione un piccolo numero di copie che saranno inviate gratuitamente a chi le chiederà al seguente indirizzo email: com.internazionalista@gmail.com

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Razzismo istituzionale: due denunce del Comitato lavoratori delle campagne e della CUB

Pubblichiamo qui di seguito due denunce (che ci sono giunte oggi, 20 gennaio) di altrettanti casi di razzismo istituzionale (o di stato), l’uno riguardante i braccianti immigrati di Rosarno, l’altro un rider di Milano. In entrambi i casi le politiche discriminatorie, la negazione dei diritti più elementari, come il diritto alla casa e al permesso di soggiorno slegato da ogni altra condizione, o il diritto allo svolgimento dell’attività sindacale, tutto sono salvo che confinate ai soli lavoratori immigrati direttamente coinvolti. Abbiamo dedicato il n. 3 della nostra rivista “Il Cuneo rosso” alla guerra contro gli immigrati, perché consideriamo l’azione di contrasto ad essa e la più stretta unità tra lavoratori autoctoni e immigrati una questione-chiave del nuovo movimento proletario. E non ci stancheremo di riproporre questo impegno come caratterizzante, più di quanto sia ora, sia del Patto d’azione anti-capitalista che dell’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Al di là della condivisione o meno di questo o quell’aspetto delle denunce che ci arrivano, riteniamo prioritario dare ad esse ospitalità. E se funzionassimo un po’ meglio, avremmo dovuto dare risalto ai molti articoli di denuncia delle infami condizioni in cui l’Italia del governo Conte e l’Unione europea della von der Leyen tengono migliaia e migliaia di immigrati in Bosnia e in tutta l’area balcanica, per non parlare di Lesbo, della Libia e di tutto il resto.

Razzismo istituzionale in salsa rosarnese

Ora basta, dateci le case!

La notizia, per i media, è quella dell’arresto del sindaco di Rosarno per collusione mafiosa. Non è una notizia che chi raccoglie gli agrumi nella Piana di Gioia Tauro vive ancora in campi di lavoro – fatti di tende e container che somigliano sempre di più ad una baraccopoli, provvisti di servizi minimi ma sottoposti a sorveglianza costante – quando non in case fatiscenti senza nemmeno quei servizi. Non è una notizia nemmeno il fatto che negli ultimi mesi, dopo l’individuazione di alcuni soggetti positivi al COVID all’interno di queste quasi-carceri, tutti gli abitanti siano stati sottoposti a misure restrittive abnormi ed insensate, che poco o nulla hanno a che fare con la tutela della salute e molto con il razzismo istituzionale. Né è una notizia quello stesso razzismo istituzionale, nemmeno quando emerge in modo conclamato da un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha portato tra gli altri all’arresto del sindaco e di un consigliere comunale di Rosarno. Giuseppe Idà, intercettato, non ha avuto peli sulla lingua nell’ammettere quello che è sempre stato sotto gli occhi di chi voleva vedere, e cioè che la politica rosarnese ed i suoi padrini non potevano accettare di assegnare delle case popolari ai ‘niri’. Certo, gli africani non votano – ed anche questo è un aspetto del razzismo istituzionale.

Ma ora che la verità è stata messa nero su bianco, che cosa cambierà per chi lavora senza tutele, nella precarietà più estrema, rischiando ogni giorno un’aggressione che potrebbe costargli la vita? Da prima dello sgombero in grande stile di una delle precedenti incarnazioni della Tendopoli di San Ferdinando, nel marzo 2019, i lavoratori africani chiedono che vengano loro assegnate quelle case, finanziate da fondi europei espressamente per alloggiare gli stagionali stranieri.

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Grandi mobilitazioni, grandi e piccole vittorie, femminicidi: la lotta delle donne è più necessaria che mai

L’anno che si è appena concluso ha riportato alla ribalta la lotta delle donne, registrando una grande vittoria in Argentina, dove dopo 15 anni di mobilitazioni e incessanti tentativi di boicottaggio, è stato finalmente riconosciuto il diritto a non morire di aborto, con una legge approvata dal parlamento la cui seduta conclusiva è stata seguita in diretta fino a notte fonda da centinaia di migliaia di persone. Una svolta epocale per questo paese, che si è realizzata grazie alla mobilitazione costante di un movimento che, nell’azione anche pratica di cura e supporto alle donne e alle ragazze, spesso giovanissime, che prendevano la decisione di abortire, hanno sviluppato la consapevolezza della necessità della difesa della dignità umana e della salute come bene inalienabile, rivendicando con la lotta collettiva il diritto di scegliere se e quando trasformare il dato biologico della gravidanza nell’assunzione consapevole della maternità. Su questo stesso tema, un anno di mobilitazioni massicce in Polonia si è concluso impedendo l’azzeramento delle seppur restrittive misure che lasciavano aperto uno spiraglio alla interruzione di gravidanza assistita – una campagna che ha trascinato e coinvolto tutte le forze antigovernative, e che ha costretto il governo alla resa.

Dall’altra parte del Mediterraneo, in Turchia, grandi mobilitazioni di donne denunciano i tentativi di ricondurre le donne al loro ruolo di fattrici, tramite una serie di proposte di legge che chiedono l’abolizione del diritto di aborto, del divorzio, e sanzioni per chi non adempie all’obbligo alla maternità, e altre restrizioni estremamente pesanti. In questi giorni l’ennesimo femminicidio (in quel paese sono oltre 400 all’anno), vittima una ragazza di 27 anni che voleva lasciare il suo compagno dopo aver scoperto che era sposato, ha riportato in piazza masse di donne combattive, che non si rassegnano ai continui attacchi di cui sono oggetto e ad assistere impotenti  alle sentenze giustificatorie che si susseguono, attribuendo a crisi di follia comportamenti che altro non sono che il prodotto di un sentimento diffuso di considerare il corpo delle donne una proprietà di cui disporre o, se si rischia di perderla, da distruggere.

Il post che pubblichiamo sul femminicidio di Agitu Idea Gudeta (da noinonabbiamopatria), smaschera il contenuto razzista della vecchia solfa “Italiani brava gente”, denunciando come questa immigrata fosse fuggita dalla repressione in Etiopia proprio perché denunciava la politica di landgrabbing di cui l’Italia è protagonista, e mostrando come i mass media hanno usato questa uccisione per insinuare il messaggio che chi si comporta bene viene amorevolmente accolto dalla popolazione tutta (di conseguenza, chi è invece oggetto di razzismo, se lo merita). Il post sottolinea giustamente che si tace così dei pregiudizi e delle minacce che Agitu aveva ricevuto e ripetutamente denunciato. La storia del suo aggressore è a sua volta costellata di soprusi e di supersfruttamento. Un filo unisce queste storie come quelle delle innumerevoli aggressioni e violenze fisiche e psicologiche. La denuncia del capitalismo razzista, che troviamo a conclusione del post che pubblichiamo, richiede che si vada più a fondo nel comprendere la specificità dell’oppressione patriarcale che colpisce in modo trasversale le donne: nello stillicidio quotidiano delle violenze troviamo donne di tutte le età e di condizioni molto diverse, e il femminicidio è sempre una rivendicazione di possesso e di controllo da parte dell’uccisore.

Anche quando il motivo scatenante, come nel caso di Agitu, può essere stata una rivendicazione salariale (anche se normalmente sono i padroni che aggrediscono gli operai e in generale non li ospitano in casa), il segno identificativo di questo delitto è comunque quello dell’abuso sessuale compiuto sul corpo della donna agonizzante. Non ci stancheremo di denunciare tutto ciò, con le donne in Argentina e in Turchia, e ovunque nel mondo, diciamo: ribellarsi è giusto, lottare è necessario per la liberazione delle donne e di tutti gli sfruttati e gli oppressi dal sessismo, dal razzismo, dal capitalismo.

Il femminicidio di Agitu Idea Gudeta vittima di una doppia ingiustizia e dell’altra faccia del razzismo democratico

La mattina del 28 dicembre 2020 Agitu Idea Gudeta viene uccisa nella sua casa come conseguenza di un atto di violenza ed abuso sessuale che ha come epilogo il drammatico femminicidio della donna di nazionalità etiope.

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