Il favoloso mondo della Brexit, 4. Il Regno Unito verso la… disunione

A distanza di poco più di cinque anni dalla gloriosa Brexit, salutata come esempio da imitare anche dagli Italexit “di sinistra”, la credibilità del Regno Unito dotato di neo-sovranità è, come afferma lo storico Sassoon, “ai minimi storici”.

Mentre Boris Johnson e il suo governo affondano nel ridicolo e nella melma – le due dimensioni che più gli si attagliano, tra palpeggiamenti nei pub, ubriachezze a go-go, torte contro i muri, festini fuori ordinanza, clamorose sconfitte elettorali, accoltellamenti tra stretti sodali, ripristino di once, pinte e pollici (in mancanza del sognato ripristino dell’“Impero su cui non tramonta mai il sole”) ed altre robette o robacce del genere – veniamo, in questa nostra quarta puntata, su un altro effetto della Brexit: la moltiplicazione delle spinte nazionaliste e sub-nazionaliste. Un effetto nefasto per i lavoratori: è la loro sorte che ci interessa, non certo quella dell’imperialismo britannico.

Nei roboanti proclami dei suoi promotori, tra cui lo stesso Johnson, scrollarsi di dosso lo strapotere soffocante dell’Unione europea (nella cui cupola Londra sedeva con un corpaccione di 1.200 funzionari) avrebbe significato veder rifiorire d’un tratto il passato prestigio, potere, ricchezza, o addirittura il primato globale, sia pure in compartecipazione con la super-potenza d’oltre Atlantico: la Global Britain.

Invece, com’era ampiamente prevedibile data l’inesorabile decadenza di lungo periodo della struttura produttiva britannica e il ridimensionamento della stessa megastruttura finanziaria della City, il rancido sciovinismo pro-Brexit è stato l’innesco di almeno due processi che stanno contribuendo alla crescente disunione del Regno Unito.

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Ti conosco mascherina: Zaia e il cosiddetto “modello veneto”

zaia mascherina

Uno dei lettori de La grande camorra lombarda all’attacco ha posto una domanda, forse solo apparentemente ingenua: e di Zaia cosa ne pensate? Una domanda benvenuta, perché ci permette di chiudere il discorso sulle “eccellenze” leghiste. Rinviamo anzitutto agli allegati a questa nota, perché a questa domanda avevamo in realtà risposto già tre anni fa. All’epoca sfidammo Zaia ad un pubblico dibattito sul suo referendum per l’autonomia, per dimostrare che il suo referendum era un bidone pieno di veleni razzisti. Zaia declinò l’invito per impegni precedenti, ma il dibattito si fece su Rai 3, nella trasmissione “Tutta la città ne parla” il 19 ottobre 2017, e il suo sostituto (Barbisan, un consigliere regionale leghista) non ne uscì benissimo… Continua a leggere Ti conosco mascherina: Zaia e il cosiddetto “modello veneto”

Dopo il referendum

Referendum.
C’è qualcosa di interessante per noi …
Purché si ritorni alla lotta.

rrenzi

Commentando la Brexit, lo storico britannico Niall Ferguson ha avuto, un paio di mesi fa, una frase felice: “Questo è l’anno orribile delle élite globali”, perché è l’anno che ha messo in luce il crescente distacco tra la ‘gente comune’, ovvero i lavoratori, e le élite capitaliste globali (occidentali). Anzi: la crescente sfiducia di massa nei confronti di queste élite.

La cosa si è puntualmente ripetuta in Italia nel referendum sulle modifiche alla Costituzione del 4 dicembre. Da una parte c’erano, a sostegno della riforma di Renzi&C., Confindustria, Bankitalia, le grandi banche, le borse, le agenzie di rating internazionali, Obama, la Merkel, la Commissione europea, pressoché tutte le televisioni e i giornali a maggiore diffusione. Dall’altra circa 20 milioni di No, nonostante una campagna contraria martellante e ricattatoria, con un’affluenza al voto molto alta, inattesa, per un referendum squisitamente politico. Interessante.

La composizione sociale del No e del Sì
Ancora più interessante è, per noi, l’analisi del voto per classi e posizioni sociali; una analisi che è sostanzialmente univoca. “Il Sole 24 ore” sintetizza così i dati: “a dire no sono stati giovani, disoccupati e meno abbienti”. E questo, aggiunge, riflette nei numeri “tutta la protesta per una crisi economica che non accenna ad esaurirsi”. Nel dettaglio il No ha prevalso sopra la media, fino a oltre il 70%, nelle province con più giovani, con più disoccupati, con un imponibile medio al di sotto dei 14.000 euro. YouTrend ha calcolato che il No è al 65,8% nei 100 comuni con più alta disoccupazione, mentre il Sì vince con il 59% nei 100 comuni con più bassa disoccupazione.

Su “Internazionale” R. Carlini, commentando una ricerca dell’Istituto Cattaneo (vicino al Pd), nota che a Roma le circoscrizioni del centro e dei Parioli, “il baluardo alto-borghese del Pd”, in cui ha prevalso il Sì, sono letteralmente “assediate” dalle sconfinate periferie e dalle zone declinanti, dai quartieri dell’ex-ceto medio, dove ha invece vinto il No. A Milano e a Bologna è accaduta la stessa cosa. Per Renzi, reduce dalla regalìa di 500 euro ai 18enni, il dato più bruciante è che “ovunque i più colpiti dalla inoccupazione o dalla sottoccupazione, ossia i giovani, hanno votato in massa per il no”. In che percentuale? Dal 69 fino all’81%, sembra. In ogni caso molto sopra la media.

“Libero” è più esplicito e lucido: “Stanno tornando le vecchie questioni politiche, le rivendicazioni salariali, le rivendicazioni politiche. Torna la vecchia classe sociale perché l’ascensore sociale che aveva generato crescita e benessere si è bloccato. (…) Dalla Brexit al No, tutto passa dal lavoro. Tutto passa dall’economia reale. Tutto passa dal popolo, che ha sovranità (…). Il popolo è stato messo ai margini dalla politica perché era ed è faticoso ascoltarlo”. Lasciando perdere la barzelletta della ‘sovranità del popolo’, che tuttavia non è quell’ammasso di pecoroni che certi ultra-intelligenti intellettuali (foucaultiani e non) credono, traducendo il termine ‘popolo’ con la massa dei lavoratori, ritorna qui la constatazione di Ferguson: la politica dei partiti e dei governi borghesi, delle élite del potere economico e politico, si è andata sempre più staccando da questa massa, non l’ha ‘ascoltata’, diciamo meglio: negli ultimi tre-quattro decenni, l’ha sempre più calpestata. E non per protervia o distrazione, come sembrerebbe dai rimbrotti che ora riceve dallo stuolo dei suoi baciapiedi. È stata costretta a farlo dalle ferree necessità della accumulazione del capitale in tempi di bassa crescita (in Occidente) e di ricorrenti, piccole e grandi, o grandissime, crisi. Ricordarsi del ‘popolo’ e ‘ascoltarlo’ in congiunture come questa è impossibile, a meno che non sia esso stesso ad afferrare per il collo le élite e fargli sentire la propria forza. Continua a leggere Dopo il referendum

Per un no operaio e proletario alla riforma costituzionale

NO alla contro-riforma costituzionale che tanto piace agli industriali,
ai banchieri e ai poteri capitalistici globali

NO! perché serve soltanto a preparare altri attacchi ai lavoratori e
alla natura, e a scatenare, senza ostacoli, nuove guerre

NO! alle politiche anti-operaie del governo Renzi e alla sua propaganda demagogica

PER una campagna autonoma e unitaria della classe lavoratrice
contro il disegno di Renzi, Confindustria e banche

PER un nuovo protagonismo dei lavoratori, per la loro auto-organizzazione sul terreno della lotta, economica e politica

PER la massima unità di azione della classe lavoratrice per cacciare il governo Renzi con una mobilitazione generale e di massa

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Assemblea – dibattito
sabato 19 novembre – ore 15.30
Galleria San Lorenzo, piazza Ferretto (lato destro Duomo)

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Comitato per un NO di classe al referendum

Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri, Il sindacato è un’altra cosa, Coordinamento regionale Veneto, Centro di iniziativa comunista internazionalista, CUB Venezia, Partito comunista dei lavoratori, Sinistra anticapitalista

No alla riforma costituzionale. Si’ alla lotta

Dopo il comunicato del Si-Cobas e quello delle lavoratrici e lavoratori FCA, trovate qui di seguito un terzo documento relativo all’assemblea di Pomigliano per un “no operaio” alla riforma costituzionale del governo Renzi. E’ il comunicato del Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri in appoggio all’importante iniziativa di Pomigliano.
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Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri – Marghera
15 ottobre 2016
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Cari compagni,

purtroppo non ci è possibile essere presenti alla vostra assemblea. Siamo, però, pienamente solidali con la vostra iniziativa, e per questo vi inviamo un saluto e alcune considerazioni.

La nuova contro-riforma istituzionale contro cui vi riunite oggi, è l’altra faccia delle contro-riforme strutturali degli ultimi anni (una per tutte: lo schifoso Jobs Act). Per recuperare competitività nel mondo, il capitalismo italiano ha bisogno di mettere sempre più al centro dell’azione dello stato gli interessi dei padroni, ha bisogno di nuove regole per servire questi interessi nel modo più rapido ed efficiente possibile.

Negli anni scorsi sono già stati introdotti dei cambiamenti fondamentali: è stato inserito nella costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, il che significa che, con il taglio permanente della spesa sociale, ci è stato scaricato addosso per i prossimi decenni il debito di stato come debito di classe; le missioni militari all’estero sono state equiparate alle operazioni dei servizi segreti, il che significa che possono essere decise dal governo in tutta segretezza; il diritto di sciopero è stato drasticamente ridotto con l’accordo-capestro del gennaio 2014… Continua a leggere No alla riforma costituzionale. Si’ alla lotta