Dopo il referendum

Referendum.
C’è qualcosa di interessante per noi …
Purché si ritorni alla lotta.

rrenzi

Commentando la Brexit, lo storico britannico Niall Ferguson ha avuto, un paio di mesi fa, una frase felice: “Questo è l’anno orribile delle élite globali”, perché è l’anno che ha messo in luce il crescente distacco tra la ‘gente comune’, ovvero i lavoratori, e le élite capitaliste globali (occidentali). Anzi: la crescente sfiducia di massa nei confronti di queste élite.

La cosa si è puntualmente ripetuta in Italia nel referendum sulle modifiche alla Costituzione del 4 dicembre. Da una parte c’erano, a sostegno della riforma di Renzi&C., Confindustria, Bankitalia, le grandi banche, le borse, le agenzie di rating internazionali, Obama, la Merkel, la Commissione europea, pressoché tutte le televisioni e i giornali a maggiore diffusione. Dall’altra circa 20 milioni di No, nonostante una campagna contraria martellante e ricattatoria, con un’affluenza al voto molto alta, inattesa, per un referendum squisitamente politico. Interessante.

La composizione sociale del No e del Sì
Ancora più interessante è, per noi, l’analisi del voto per classi e posizioni sociali; una analisi che è sostanzialmente univoca. “Il Sole 24 ore” sintetizza così i dati: “a dire no sono stati giovani, disoccupati e meno abbienti”. E questo, aggiunge, riflette nei numeri “tutta la protesta per una crisi economica che non accenna ad esaurirsi”. Nel dettaglio il No ha prevalso sopra la media, fino a oltre il 70%, nelle province con più giovani, con più disoccupati, con un imponibile medio al di sotto dei 14.000 euro. YouTrend ha calcolato che il No è al 65,8% nei 100 comuni con più alta disoccupazione, mentre il Sì vince con il 59% nei 100 comuni con più bassa disoccupazione.

Su “Internazionale” R. Carlini, commentando una ricerca dell’Istituto Cattaneo (vicino al Pd), nota che a Roma le circoscrizioni del centro e dei Parioli, “il baluardo alto-borghese del Pd”, in cui ha prevalso il Sì, sono letteralmente “assediate” dalle sconfinate periferie e dalle zone declinanti, dai quartieri dell’ex-ceto medio, dove ha invece vinto il No. A Milano e a Bologna è accaduta la stessa cosa. Per Renzi, reduce dalla regalìa di 500 euro ai 18enni, il dato più bruciante è che “ovunque i più colpiti dalla inoccupazione o dalla sottoccupazione, ossia i giovani, hanno votato in massa per il no”. In che percentuale? Dal 69 fino all’81%, sembra. In ogni caso molto sopra la media.

“Libero” è più esplicito e lucido: “Stanno tornando le vecchie questioni politiche, le rivendicazioni salariali, le rivendicazioni politiche. Torna la vecchia classe sociale perché l’ascensore sociale che aveva generato crescita e benessere si è bloccato. (…) Dalla Brexit al No, tutto passa dal lavoro. Tutto passa dall’economia reale. Tutto passa dal popolo, che ha sovranità (…). Il popolo è stato messo ai margini dalla politica perché era ed è faticoso ascoltarlo”. Lasciando perdere la barzelletta della ‘sovranità del popolo’, che tuttavia non è quell’ammasso di pecoroni che certi ultra-intelligenti intellettuali (foucaultiani e non) credono, traducendo il termine ‘popolo’ con la massa dei lavoratori, ritorna qui la constatazione di Ferguson: la politica dei partiti e dei governi borghesi, delle élite del potere economico e politico, si è andata sempre più staccando da questa massa, non l’ha ‘ascoltata’, diciamo meglio: negli ultimi tre-quattro decenni, l’ha sempre più calpestata. E non per protervia o distrazione, come sembrerebbe dai rimbrotti che ora riceve dallo stuolo dei suoi baciapiedi. È stata costretta a farlo dalle ferree necessità della accumulazione del capitale in tempi di bassa crescita (in Occidente) e di ricorrenti, piccole e grandi, o grandissime, crisi. Ricordarsi del ‘popolo’ e ‘ascoltarlo’ in congiunture come questa è impossibile, a meno che non sia esso stesso ad afferrare per il collo le élite e fargli sentire la propria forza. Continua a leggere Dopo il referendum

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Per un no operaio e proletario alla riforma costituzionale

NO alla contro-riforma costituzionale che tanto piace agli industriali,
ai banchieri e ai poteri capitalistici globali

NO! perché serve soltanto a preparare altri attacchi ai lavoratori e
alla natura, e a scatenare, senza ostacoli, nuove guerre

NO! alle politiche anti-operaie del governo Renzi e alla sua propaganda demagogica

PER una campagna autonoma e unitaria della classe lavoratrice
contro il disegno di Renzi, Confindustria e banche

PER un nuovo protagonismo dei lavoratori, per la loro auto-organizzazione sul terreno della lotta, economica e politica

PER la massima unità di azione della classe lavoratrice per cacciare il governo Renzi con una mobilitazione generale e di massa

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Assemblea – dibattito
sabato 19 novembre – ore 15.30
Galleria San Lorenzo, piazza Ferretto (lato destro Duomo)

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Comitato per un NO di classe al referendum

Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri, Il sindacato è un’altra cosa, Coordinamento regionale Veneto, Centro di iniziativa comunista internazionalista, CUB Venezia, Partito comunista dei lavoratori, Sinistra anticapitalista

No alla riforma costituzionale. Si’ alla lotta

Dopo il comunicato del Si-Cobas e quello delle lavoratrici e lavoratori FCA, trovate qui di seguito un terzo documento relativo all’assemblea di Pomigliano per un “no operaio” alla riforma costituzionale del governo Renzi. E’ il comunicato del Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri in appoggio all’importante iniziativa di Pomigliano.
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Comitato di sostegno ai lavoratori Fincantieri – Marghera
15 ottobre 2016
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Cari compagni,

purtroppo non ci è possibile essere presenti alla vostra assemblea. Siamo, però, pienamente solidali con la vostra iniziativa, e per questo vi inviamo un saluto e alcune considerazioni.

La nuova contro-riforma istituzionale contro cui vi riunite oggi, è l’altra faccia delle contro-riforme strutturali degli ultimi anni (una per tutte: lo schifoso Jobs Act). Per recuperare competitività nel mondo, il capitalismo italiano ha bisogno di mettere sempre più al centro dell’azione dello stato gli interessi dei padroni, ha bisogno di nuove regole per servire questi interessi nel modo più rapido ed efficiente possibile.

Negli anni scorsi sono già stati introdotti dei cambiamenti fondamentali: è stato inserito nella costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, il che significa che, con il taglio permanente della spesa sociale, ci è stato scaricato addosso per i prossimi decenni il debito di stato come debito di classe; le missioni militari all’estero sono state equiparate alle operazioni dei servizi segreti, il che significa che possono essere decise dal governo in tutta segretezza; il diritto di sciopero è stato drasticamente ridotto con l’accordo-capestro del gennaio 2014… Continua a leggere No alla riforma costituzionale. Si’ alla lotta

Lavoratrici e lavoratori FCA per il No alla riforma costituzionale

Comunicato pubblicato dopo l’assemblea di Pomigliano (15/10) dal Comitato delle lavoratrici e dei lavoratroi FCA per il No alla riforma costituzionale

Dal punto di vista degli operai la Costituzione italiana ha rappresentato il sistema di regole con cui si sono assicurate ai padroni le condizioni per sfruttarci dal dopoguerra in poi. Per questo motivo essenziale noi non guardiamo alla Costituzione come alla carta ideale dei diritti.

Però, la Costituzione, scritta poco dopo che gli operai in armi avevano liquidato il fascismo, ha anche stabilito, entro certi limiti, che i lavoratori abbiano la possibilità formale di poter esprimere le proprie opinioni. E bisogna sottolinearlo, se c’è il diritto di parola, ci è facilitata la possibilità di organizzarci.

I cinque licenziati FIAT hanno vinto la battaglia contro l’azienda perché le leggi attuali affermano ancora il diritto di opinione. La forzatura del padrone FIAT che voleva stravolgere le leggi vigenti a suo favore per dare una lezione esemplare a cinque operai ribelli, si è scontrata con un’accesa opposizione di lavoratori e intellettuali mobilitati a difesa appunto del diritto d’opinione che ha avuto un’influenza determinante sulle decisioni dei giudici della corte d’appello di Napoli in una situazione difficile, dove il nuovo corso FIAT era già stato fatto proprio dalla magistratura di Nola.

Il referendum di dicembre, a parte i tecnicismi e le chiacchiere di molti, per noi operai rappresenta questo scenario futuro: la linea di demarcazione tra la possibilità di parlare, criticare il padrone e organizzarsi per reagire allo sfruttamento, potendolo fare perché la legge formalmente lo permette o, al contrario, vedere ristretti sempre di più gli spazi di libertà e, in prospettiva, essere costretti a organizzarsi in modo clandestino. Continua a leggere Lavoratrici e lavoratori FCA per il No alla riforma costituzionale

La resa di Syriza non chiude la “questione greca”

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La Grecia è scomparsa, o quasi, dalle prime pagine. È prevedibile ci tornerà dopo le elezioni del 20 settembre. Ma non saranno certo le imminenti elezioni, quale che sia il loro esito, a risolvere la “questione greca”. Le sue coordinate, infatti, sono extra-parlamentari. Attengono alla crisi del capitalismo e ai rapporti di forza tra le classi. E sono già chiare da anni. Le vicende del referendum e del dopo-referendum, con la resa di Tsipras e di Syriza ai diktat della Troika e dei capitalisti greci, le hanno ulteriormente confermate. Perché dicono che nonostante la catena di lotte degli scorsi anni, e nonostante il rifiuto dei memorandum sia stato ribadito dalla vittoria del No al referendum del 5 luglio, per i lavoratori e i giovani deprivilegiati della Grecia la strada è ancora tutta in salita. Come lo è, del resto, per i proletari dell’intera Europa (e del mondo).

Qui in Italia diversi esponenti della extra-sinistra hanno tratto spunto dalle grandi difficoltà attuali del movimento di massa anti-memorandum, per spargere a piene mani disfattismo nei confronti della lotta dei lavoratori, in Grecia e ovunque, e per rilanciare un nazionalismo ‘sociale’, un social-nazionalismo, funesto per le sorti del proletariato. Abbiamo scritto queste note in polemica con loro, ma non certo per convincere loro. Il nostro intento è, invece, quello di promuovere il confronto, finora deficitario, tra quanti ricercano una via d’uscita dalla profonda crisi ideologica, politica e organizzativa in cui versa il movimento proletario su scala europea e internazionale senza nulla concedere al riformismo e al nazionalismo.

Il ‘caso greco’ e la resa di Syriza hanno dimostrato una volta di più che l’illusione di poter uscire da questa crisi a mezzo di elezioni e con il rilancio di politiche riformistiche, produce solo nuovi disastri, con l’effetto di rafforzare i sentimenti di sfiducia e rassegnazione già così largamente presenti tra i lavoratori. Discutere di questa resa può e deve servire a schizzare un percorso per la rinascita del movimento di classe (nel suo insieme) che non sia fondato sulle sabbie mobili. Lo scontro di classe in Grecia, infatti, non è qualcosa di a sé stante: è parte integrante dello scontro di classe in corso in Italia e a scala internazionale, e anticipa per molti versi ciò che sta per avvenire qui e in altri paesi dell’Europa. Tanto più ora che la crisi globale irrisolta sta tornando a riacutizzarsi con nuovo epicentro in Cina. Nell’attuale stato di nullità politica della classe lavoratrice, in cui la prospettiva rivoluzionaria del comunismo vive solo in piccoli aggregati di compagni scarsamente comunicanti tra loro, tracciare un cammino e formulare alcune indicazioni di lotta coerenti con l’obiettivo finale della rivoluzione sociale, è compito maledettamente difficile.

Ma proviamo comunque a porre qualche interrogativo relativo agli avvenimenti greci degli ultimi mesi: per ragionare di Grecia, ma anche della situazione italiana e di tutto il resto.

Procederemo formulando, appunto, tre domande:
1) Perché, dopo il referendum, Troika e capitalisti greci hanno stretto ulteriormente il nodo intorno alla gola dei proletari greci?
2) Perché Tsipras e Syriza hanno ceduto di schianto?
3) Cosa ne seguirà per Syriza e il conflitto di classe in Grecia, e qui da noi?
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