Il “governo dei migliori” poliziotti

Pressing sul governo per le riaperture. Draghi: dare speranza al Paese

Con la benedizione del gran sacerdote Mattarella, è arrivato il divieto dei cortei nel centro delle città, sotto o vicino ai palazzi del potere, che vanno blindati dalla protesta sociale, e operaia in particolare. La cosa era nell’aria da giorni. Per l’esattezza dal venerdì 15 ottobre quando per la prima volta dal loro inizio, le proteste “no green pass” erano state rafforzate, e in parte cambiate di segno, da primi contingenti di operai e proletari organizzati di alcuni porti del Nord, dell’Elettrolux di Susegana e di altre fabbriche del Triveneto e dell’area torinese, di diversi magazzini della logistica. Fino a quel momento prima le manifestazioni “no vax”, poi quelle “no green pass” erano state lasciate libere di fare questo e quello, come non è successo una sola volta, fosse pure per sbaglio, alle dimostrazioni dell’opposizione di classe. Libere perfino di assaltare e semi-sfasciare la sede centrale della CGIL, col cortese accompagnamento della polizia di stato.

Ma il pericolo di vedere bloccata, anche solo in piccolissima parte, la produzione e la circolazione delle merci da settori della “classe indispensabile” – questo no! E tanto più in una protesta contro uno strumento divisivo e repressivo quale il lasciapassare finto-sanitario. Fiutato il pericolo, i poteri forti hanno messo in moto la loro eterna base di massa (i commercianti), mentre il governo Draghi ha azionato gli idranti a Trieste per far capire a tutti che la festa era finita. Il bersaglio formale del governo sono le dimostrazioni dei “no green pass”, quello sostanziale è la scesa in campo di primi contingenti di proletari collocati al di là della “solita” logistica, tanto più in una congiuntura che può riscaldarsi all’improvviso, di sblocco dei licenziamenti, carovita galoppante, precarizzazione illimitata dei rapporti di lavoro, omicidi sul lavoro in serie, ritorno alla legge Fornero…

Il messaggio è stato formalizzato con il discorso di Mattarella a Parma e la circolare del ministro dell’interno contenente i nuovi ordini. I cortei, forse, ma solo in periferia. Meglio, comunque, i sit-in (dove ci si affolla più che nei cortei… davvero una decisiva misura salva-covid, mentre ogni giorno in autobus, metro, treni si serrano le une sulle altre milioni di persone con e senza “green pass”, etc.). Meglio ancora, si dirà domani, la manifestazione del proprio pensiero individuale da remoto (è la cosa più “civile” e “innovativa” – come ha mostrato anni fa la premiata ditta Grillo-Casaleggio).

È del tutto evidente: questa è una forzatura rispetto all’attuale ordinamento giuridico, che non consente di restringere il diritto a manifestare il proprio dissenso dalle decisioni delle autorità di stato in base ai contenuti della protesta (in questo caso il “no al green pass”). È un’ulteriore stretta autoritaria, parte di quell’uso capitalistico della “emergenza pandemica” che abbiamo denunciato dal primissimo momento, per l’esattezza dal divieto di manifestare l’8 marzo 2020 ingiunto dal governo Conte bis al movimento delle donne e ai sindacati di base. Un’ulteriore stretta repressiva di cui è parte integrante l’attacco sistematico delle polizie di stato ai picchetti del SI Cobas, da Milano a Prato, e se non bastasse, la libertà di aggressione delle squadracce padronali tutelate dagli apparati di stato – un fenomeno che stranamente sfugge alla quasi totalità degli anti-autoritari “no green pass”…

Non ci scandalizza la violazione della Costituzione formale, perché sappiamo che a prevalere è sempre la costituzione materiale, cioè il rapporto di forza tra le classi. Ed anche perché la Costituzione di cui si favoleggia con melanconici amarcord è quella che ha sottratto dall’inizio al “popolo sovrano” qualsiasi interferenza in tema di politica internazionale (leggi: guerra) e in materia fiscale (leggi: accumulazione della ricchezza e del potere), e che in seguito, nei suoi aggiornamenti, ci ha messo intorno al collo il pareggio di bilancio come vincolo insuperabile e l’autonomia differenziata. I democratici a cui è rimasto un minimo di dignità avrebbero, quindi, di che sollevarsi… lo faranno?

Per quanto ci riguarda, l’appello è a denunciare ovunque questo provvedimento per quello che è al di là delle proteste “no green pass”: un attacco alle manifestazioni di piazza. La Repubblica non si vergogna di motivarlo con il “Basta violenza No vax”. Ma la sola violenza che si è vista in questi due anni è quella degli apparati statali e padronali, della moltiplicazione degli ordini e dei divieti (pure i più cervellotici), del terrorismo della informazione/disinformazione di regime, della coazione ad andare a lavorare costi quel che costi. E l’altra terribile violenza che si sta tessendo dietro la cortina fumogena della propaganda di regime, è quella di nuove guerre dentro e oltre la “nuova guerra fredda” contro Cina e Russia.

Non facciamoci intimidire!

A cominciare dalla manifestazione del 13 novembre a Napoli riaffermiamo la voglia, il diritto, la necessità di manifestare in massa contro la macelleria sociale messa in atto dal governo Draghi e contro la smisurata arroganza del padronato, euforico per le opportunità che gli offre un tale governo. Rilanciamo con forza la mobilitazione che ci ha portati allo sciopero unitario dell’11 ottobre e agli scioperi del 15 ottobre, e proiettiamoci verso le lotte in corso in Grecia e in altri paesi dove si sta resistendo all’uso capitalistico della pandemia.

Sulla repressione a Trieste e gli ultimi sviluppi – Comunicato SI Cobas nazionale


COME VOLEVASI DIMOSTRARE: GLI OPERAI IN LOTTA SONO ANNI LUCE PIÙ AVANTI DI TUTTI I LORO “FALSI AMICI”

Il SI Cobas si conferma tra le poche, se non l’unica organizzazione di classe, che in queste giornate di caos e di isteria collettiva è stata in grado di indicare ai proletari una strada concreta per la difesa dei loro interessi immediati e futuri, fuori da ogni ammiccamento ai deliri delle mezze classi, ma allo stesso tempo radicalmente contro il governo Draghi e l’uso capitalistico della pandemia.

Il comunicato del Cplt [vedi sotto] è un sonoro ceffone non solo nei confronti di chi voleva strumentalizzare la lotta giusta e sacrosanta per i tamponi a carico dei padroni e traghettarla verso i lidi maleodoranti e reazionari dell'”antivaccinismo militante”, ma anche e soprattutto nei confronti di chi, anche nella sinistra di classe e nel sindacalismo di base, in questi giorni ha tifato senza ritegno contro i portuali di Trieste, e quindi nei fatti a favore di Draghi e della reazione antioperaia di Stato: una reazione di gran lunga più insidiosa e temibile di quella rappresentata da qualche gruppuscolo neofascista che, come sempre nella storia, prova a cavalcare le paure e le psicosi collettive prodotte dalla crisi del sistema capitalistico e dalla sfiducia diffusa nei confronti dello stato borghese e delle sue politiche di asservimento degli interessi collettivi sull’altare del Dio-profitto.

In queste ore come SI Cobas siamo impegnati in diverse aziende in una durissima battaglia per far sì che non si debba pagare per andare a lavorare: dalla DHL di Milano alla manutenzione stradale di Napoli i padroni minacciano provvedimenti disciplinari e licenziamenti nei confronti di chi ha “osato” disturbare il manovratore e mettere in discussione l’utilizzo politico, propagandistico e antioperaio della campagna vaccinale, imponendo il greenpass in tutti i luoghi di lavoro (unico caso non solo in Europa, ma in tutto il mondo!).

Per questo da ieri siamo ancora di più al fianco del Cplt di Trieste, condannando senza se e senza ma la brutale aggressione delle forze dell’ordine di lunedì mattina e invitando i portuali a non arretrare sul terreno della battaglia per il tampone a carico delle aziende.

Per questo il SI Cobas nelle prossime ore lancerà un appello nazionale che partendo dalla necessità di unificare tutti i lavoratori in lotta contro l’obbligo del greenpass per andare a lavorare, ponga all’ordine del giorno la costruzione di una mobilitazione che sia capace di liberare questa battaglia dalla palla al piede dei complottismi e dei negazionismi di ogni tipo, e sappia invece inquadrarla nella cornice di una più generale opposizione di classe ai licenziamenti, al carovita e alle politiche di macelleria sociale del governo Draghi.

SI Cobas nazionale

Alle origini del Covid-19: Agrindustria ed epidemie. Intervista a R. Wallace

Sabato 17 aprile (con apertura alle 9.30) l’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi terrà un’importante iniziativa di contro-informazione, denuncia e organizzazione della lotta in difesa della salute delle masse sfruttate e della vita, a fronte di un capitalismo che si manifesta sempre più come necro-capitalismo, per dirla con i compagni sud-americani. L’intervento introduttivo – dedicato alle cause di questa pandemia – sarà tenuto da Rob Wallace, autore di due studi, Big Farms Make Big Flu e Dead Epidemiologists: on the Origins of Covid-19, giustamente considerati dei riferimenti necessari per inquadrare le cause strutturali della catena di epidemie con cui si è aperto il ventunesimo secolo. Per questa ragione riproponiamo qui una sua intervista (pubblicata in questo blog il 16 marzo scorso), nella quale punta il dito, con la grande competenza che gli è propria, sul ruolo centrale svolto dall’agrindustria nella produzione e nella diffusione dei virus – senza che questo voglia significare farne l’alfa e l’omega della scienza biologica e (tanto meno) sociale in questa questione, o fare nostre alcune sue vere e proprie ingenuità in materia politica.

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Riprendiamo da ZNetItaly un’intervista rilasciata dal biologo evoluzionista R. Wallace, a Yaak Pabst sulla gravita’ e sulla genesi della pandemia covid-19. Le ricerche di Wallace, in particolare Big Farms Make Big Flu, sono un’importante fonte dell’analisi del gruppo Chuǎng, di cui abbiamo tradotto e pubblicato Contagio sociale. Queste ricerche fanno luce sulle cause strutturali delle recenti epidemie e dell’attuale pandemia: fanno risalire lo sciame di virus che hanno imperversato nelle ultime decadi, covid-19 incluso, alla devastazione ambientale e agli allevamenti intensivi, all’agribusiness, in altre parole. Wallace tocca anche le questioni dello smantellamento dei sistemi sanitari, delle restrizioni in regime di quarantena come sperimentazione in vitro di nuove forme di controllo sociale, e della necessita’, vitale, di smantellare l’agrindustria.

Fonte: Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo; l’intervista e’ stata a sua volta ripresa dalla piattaforma Marx 21 (11 marzo 2020), e tradotta da Giuseppe Volpe.

Versione scaricabile in formato .pdf

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Quanto è pericoloso il nuovo coronavirus?

Rob Wallace: Dipende da dove ci si trova nella tempistica della propria epidemia locale di Covid-19: all’inizio, al picco, tardi? Quanto è buona la reazione della sanità pubblica della propria regione? A quale segmento demografico si appartiene? Quanti anni si hanno? Si è immunologicamente compromessi? E per considerare una possibilità non diagnosticabile: la propria immunogenetica, la genetica alla base della propria reazione immunitaria, è in linea con il virus o no?

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Patto d’azione anti-capitalista: documento-mozione del 28 marzo

È passato oramai un anno dall’inizio della pandemia del Covid e l’emergenza sociale e sanitaria non fa che acuirsi, comportando un peggioramento pressoché generalizzato delle condizioni sociali e di vita dei proletari.

Benché ci vogliano imbottire la testa con la parola “ripresa”, non si vede una vicina uscita da questa gigantesca crisi, la cui completa esplosione è solo rallentata e procrastinata dagli interventi delle banche centrali a sostegno delle strutture capitalistiche. La borghesia diffonde ottimismo intorno a una ripresa che avverrà, illudendo ed illudendosi che con l’immissione di questi ingenti capitali si possa creare valore con la semplice stampa di carta moneta. Né con questi strumenti né con altre misure di ancora più brutale austerità, è possibile per il capitale dare il via a quel ciclo di sviluppo capitalistico di più ampia portata che viene promesso. Al contrario, la linea di tendenza è verso crisi di sempre maggiore profondità, così come è quella in corso se messa a confronto con la crisi del 2008. Non ci sono miracoli in vista, né “verdi” né di altro tipo; è un’illusione che facendo sacrifici oggi ci siano poi prospettive radiose. E niente lo prova meglio dell’inasprirsi furioso dei contrasti inter-imperialisti e inter-capitalisti alla scala mondiale.

Di fronte a questo scenario l’avvento del governo Draghi ha sancito l’unione tra le diverse frazioni e fazioni del capitale nazionale con la costruzione di un governo di unità padronale, incaricato di approfittare della crisi e della liquidità del Recovery Fund per portare avanti un piano di ristrutturazione complessivo del tessuto produttivo e sociale in Italia e in Europa, che rafforzi il dominio del capitale sull’intero processo di produzione e di riproduzione dei rapporti sociali. Questo governo è chiamato ad esprimere gli interessi di classe del padronato italiano con sempre maggiore nettezza, nel quadro, evidentemente, delle sue storiche alleanze inter-imperialiste. Ecco perché respingiamo la tesi secondo cui la sua nascita sarebbe il frutto di un “golpe” o di un commissariamento dell’UE ai danni dell’Italia presa in blocco, ribadendo al tempo stesso i caratteri di fondo del Patto: anti-capitalismo, anti-sovranismo, internazionalismo.

Il governo Draghi ha iniziato la sua azione procedendo “a fari spenti”, con prudenza, anche per le tante contraddizioni aperte tra le forze politiche che lo hanno votato, ma da alcuni segnali è già evidente in quale direzione si muoverà.

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