L’aggressione padronale-statale al SI Cobas ha avuto una prima ferma risposta. Ora bisogna continuare… – Tendenza internazionalista rivoluzionaria

L’aggressione padronale-statale al SI Cobas ha avuto una prima ferma risposta.

Ora bisogna continuare, e allargare il fronte di resistenza e di lotta.

L’azione repressiva scattata a Piacenza contro decine di proletari e di attivisti del SI Cobas ad opera della questura e della procura della repubblica, ha avuto nei giorni scorsi una forte risposta: con la proclamazione immediata di scioperi di protesta in una serie di magazzini della logistica, a iniziare da quelli Tnt-FedEx, e con la partecipata, vibrante manifestazione di sabato 13, che ha portato nella città migliaia di lavoratori e di solidali ad esprimere la ferma determinazione a battersi senza paura contro questa aggressione padronale-statale.

Gli slogan “Siamo tutti Arafat, siamo tutti Carlo”, “chi tocca uno, tocca tutti”, “la repressione non ferma le lotte”, “SI Cobas, SI Cobas”, hanno espresso la realtà viva e sempre più ramificata di un organismo sindacale combattivo che ha alle proprie spalle un decennio di prove difficili, superate solo in virtù dei suoi fermi principi classisti, della sua pratica di reale auto-organizzazione, dell’energia indomita di migliaia di proletari immigrati. Queste sue caratteristiche, uniche nel contesto del sindacalismo di base, gli hanno consentito di fronteggiare più di un attacco padronal-mafioso e istituzionale uscendo dalle difficoltà, quasi sempre, più forte e autorevole di prima, grazie anche al fiancheggiamento di gruppi di veri solidali (non parolai). La risposta di lotta di questi giorni e l’orgoglio di molti dei suoi aderenti di appartenere in qualità di protagonisti a tale storia di lotte, sono le migliori premesse per riuscire a ricacciare indietro una volta di più la pretesa degli apparati repressivi dello stato di piegare questa organizzazione, criminalizzandola e criminalizzando con essa la lotta di classe in quanto tale.

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Dentro Amazon a Chicago: l’azione per costituire un vero organismo sindacale di lotta – una bella intervista da “Rampant” (italiano – english)

Riceviamo dal compagno Luc Thibault e ben volentieri accogliamo, proponendone una traduzione in italiano della compagna Giulia L. (seguita dall’originale inglese), la segnalazione di questa bella intervista ad un lavoratore chicano di Amazon che mostra il titanico sforzo in atto a Chicago per costruire un vero organismo sindacale di lotta degli “amazonians” su scala non solo metropolitana, ma nazionale, e battersi contro le infami condizioni di super-sfruttamento vigenti nel ventre della bestia, anche in questo caso particolarmente pesanti per migliaia di lavoratrici (come non ci stancheremo mai di denunciare). Il lavoratore che parla, differenzia giustamente l’azione in corso a Chicago da quella in corso in Alabama (e altrove), dove al crescente malcontento degli operai e delle operaie dei magazzini si sta rispondendo, invece, con il tentativo di costituire un organismo sindacale per via legale, essenzialmente attraverso campagne di opinione, come organismo di pressione anziché di lotta. Il compagno mostra, poi, di essere ben informato sugli sforzi analoghi in atto in Germania e Polonia – internazionalismo, internazionalismo, internazionalismo! Proletario, ovviamente. Al capitale globale, e alle sue concrezioni transnazionali, si può rispondere in modo efficace solo ed esclusivamente con la globalizzazione delle lotte e dell’organizzazione politica e sindacale di classe.

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Nessuna censura

Alcuni compagni ci hanno fatto notare con una certa irritazione che abbiamo riportato ieri sul nostro blog solo alcune delle tante prese di posizione di solidarietà con gli operai della TNT-Fedex di Piacenza e con il SI Cobas colpiti duramente dalla repressione statale, quasi adombrando una sorta di censura. Niente del genere, ovviamente.

Il collettivo che cura questo blog (nato intorno all’elaborazione e all’attività del Cuneo rosso) si riconosce nelle posizioni della Tendenza internazionalista rivoluzionaria, ma ospita abitualmente – se e quando lo ritiene opportuno – informazioni, analisi, prese di posizione provenienti da fonti individuali o collettive che si muovono spesso, o molto spesso, su un tracciato differente dal nostro. Nel qual caso – se e quando necessario – apponiamo ai testi dei brevi commenti iniziali che individuano i (limitati) punti di consenso, o quelli di dissenso.

Per quel che riguarda l’attacco repressivo sferrato ieri a Piacenza dall’asse padronato-governo, è evidente che esso va ben al di là dei lavoratori direttamente colpiti e del SI Cobas. Il fatto che vi siano state una molteplicità di reazioni immediate – tra le quali quelle dell’USB Lavoro privato, dell’Usi, dello Slai-Cobas per il sindacato di classe, del Sindacato è un’altra cosa, di SGB, dei No Tav, di Campagne in lotta, del CSA Vittoria di Milano, di Potere al Popolo, di Rifondazione comunista, del PCL, di Senza tregua, del Collettivo Marxpedia, dell’ANPI di Grugliasco ed altre ancora, oltre quelle che abbiamo già postato (operai Stellantis/FCA, CUB, Adl-Cobas) – è il segno che si è colta da più parti la gravità di questo attacco compiuto da un governo come quello guidato da Draghi che intende per “coesione sociale” l’imposizione di una pace sociale totale, con il più incondizionato dispotismo padronale sui luoghi di lavoro. Un’operazione di strangolamento delle lotte operaie, proletarie, sociali, nel condurre la quale può contare sulla più ampia collaborazione delle strutture di Cgil-Cisl-Uil.

Operando l’altro ieri in tempo reale per dare un’informazione il più possibile immediata per i molti (ormai) visitatori quotidiani di questo blog, ci siamo limitati a postare le prime prese di posizione che ci sono, per varie vie, arrivate.

Ora tutto sta a vedere se ai tanti attestati di solidarietà seguiranno fatti coerenti. Sarà questa la prova del nove per tutti, a partire dalla giornata di mobilitazione del 13 marzo a Piacenza, e a proseguire oltre, molto oltre – dal momento che ci pare improbabile che questa studiata aggressione cada presto.

Trieste: il caso Franchi-Fornasir. La repressione di stato contro la solidarietà agli immigrati ed ai rifugiati

Riceviamo e volentieri pubblichiamo un post sul caso di Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir, colpiti dalla persecuzione di Stato per l’aiuto da loro prestato agli immigrati giunti a Trieste attraverso la rotta balcanica. Colpevole di avere difeso le proprie scelte sulla base di un preciso ideale politico (e non di carattere puramente umanitario o solidaristico), per la coppia si ipotizza ora il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il tema delle migrazioni meriterebbe un inquadramento un po’ più solido di quello che emerge in questo testo, ma la solidarietà militante ha la precedenza nella denuncia dell’accaduto. Governo Lega-Cinquestelle, governo Conte-bis, governo Draghi: è forse cambiato qualcosa su questo fronte?

All’alba di due giorni fa la Digos di Trieste è entrata in casa di Gian Andrea Franchi, 84 anni, per prendere possesso di prove atte a documentare il sospetto di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina” che aleggia sulla sua persona e su quella della compagna Lorena Fornasir. La gravissima colpa di Lorena e Andrea è quella di recarsi ogni sera presso la stazione cittadina a soccorrere, con bende, medicine, e disinfettanti, i migranti che hanno superato la rotta balcanica, attraversando stati che usano la violenza sistemica come strumento di oppressione verso chi non possiede la giusta carta d’identità. Ma ancora più di questo, quello che ha mosso le nostre Istituzioni a scagliarsi contro Gian Andrea e Lorena è la loro volontà di rivendicare la politicità del loro impegno. Ovvero, la volontà di spiegare che il loro non è un semplice aiuto umanitario teso a lenire le sofferenze di persone che spesso hanno attraversato sofferenze fisiche, psicologiche ed emotive indicibili per arrivare a Trieste, ma è soprattutto una battaglia contro un sistema politico ed economico basato sul privilegio, sulla distruzione dell’ambiente, sull’impossibilità per larga fetta della popolazione di accedere alle risorse necessarie per vivere e di autodeterminare la propria esistenza. Chiaramente, non potendo usare il reato di umanità e nemmeno quello di solidarietà conflittuale, le istituzioni hanno dovuto ipotizzare “il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, incardinando l’inchiesta sull’ospitalità che Gian Andrea e Lorena hanno offerto ad una famiglia curdo-iraniana nel luglio del 2019. Famiglia che dopo il loro aiuto avrebbe avuto contatti con dei passeur, ovvero organizzatori di trasporti clandestini. Da qui il teorema che l’associazione Linea d’Ombra, nello specifico dei suoi fondatori, sarebbe coinvolta nel “traffico”.

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Il processo in appello per l’operazione Renata – Solidarietà alle compagne e ai compagni coinvolti

Di seguito gli ultimi aggiornamenti relativi al processo ai sette compagni anarchici del Trentino coinvolti nell’operazione Renata, alla conclusione del processo di secondo grado. Una riflessione più estesa su tutta la vicenda è contenuta nell’opuscolo reperibile al portale in Rete de Il Rovescio.

Lunedì 22 Febbraio si è tenuta l’udienza d’appello per i 7 compagni coinvolti nell’operazione Renata. Un numeroso gruppo di compagni e compagne era presente fuori dal tribunale, e il dispositivo messo in campo, tra polizia e carabinieri, si è mostrato molto muscolare. Numerosi blindati, bidoni coperti in tutti i dintorni e un tribunale completamente transennato.

L’udienza si è svolta in corte d’assise, e le richieste dei PM sono state le stesse del primo grado (da un minimo di 3 anni circa ad un massimo di 6 anni, già scontati di un terzo per il rito) con l’aggiunta di qualche mese.

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