Stati Uniti. Il “grande sciopero” di fatto del 2021 – Jack Rasmus, Robert Reich

Abbiamo tradotto due articoli, il primo di Jack Rasmus, un economista di sinistra, l’altro di Robert Reich, un economista del partito democratico, ex-ministro del lavoro con Clinton, che mettono a fuoco un fenomeno particolarmente interessante in atto negli Stati Uniti (e non solo): le dimissioni volontarie dal proprio posto di lavoro di milioni di proletari e il rifiuto di altrettanti di correre a occupare i posti di lavoro low cost rimasti scoperti.

Come ha scritto Alessandro Mantovani, commentando l’articolo di Rasmus sul sito Pasado y presente del marxismo revolucionario, siamo di fronte ad un fenomeno nuovo che sta inquietando i capitalisti negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali: “il rimbalzo economico post-lockdown non riesce a soddisfare la fame di forza-lavoro. Invece di precipitarsi sulle nuove offerte d’impiego, i proletari che l’hanno perso se ne stanno alla finestra. E non finisce qui perché anche molti che il lavoro l’hanno mantenuto si licenziano, ed in attesa di alternative migliori rifiutano di tornare alle precedenti condizioni di precariato, bassi salari, diritti scarsi o assenti. Semplicemente, pare, non ne possono più.”

E proseguendo: “Il brusio di stupore dei media mainstream si sta tramutando in strepito di paura e c’è ormai chi [come Rasmus e Reich, appunto] avanza l’ipotesi che si tratti in realtà di una sorta di “sciopero” spontaneo, non dichiarato e non organizzato, ma non per questo meno letale per le esigenze di ripartenza del ciclo di accumulazione.

È un’ipotesi alquanto ardita che certo piacerà ai libertari e ai teorici del “rifiuto del lavoro”. Quanto ai marxisti definire sciopero un’azione disorganizzata e inconsapevole – come fa l’autore dell’articolo – è francamente troppo. Però il fenomeno contiene elementi per una riflessione stimolante: Come andiamo dicendo da molto tempo (cfr. Novecento, la controriforma capitalistica su questo blog) il nuovo proletariato frammentato, disgregato e precario dell’economia che qualcuno ama definire “post-industriale” stenta a trovare un baricentro fisico, come lo furono un tempo le fabbriche e i quartieri operai a cui ancorare le sue forme di resistenza. Questo spiega la sua presenza diffusa ma informe in movimenti come i gilet jaunes. Con ogni verosimiglianza le nuove forme di lotta e di organizzazione, per poter coinvolgere questa massa proletaria e semi proletaria atomizzata dovranno essere capaci di svilupparsi, non per categoria od officina, ma in linea territoriale, affasciando la miriade di micro categorie e strati di lavoratori. O non saranno, e la putrescenza del capitalismo, di cui questo sottrarsi al lavoro salariato è riflesso, trascinerà con sé il proletariato stesso.

E allora questo nuovo fenomeno, se sciopero non è, tuttavia prova che questa organizzazione territoriale è ciò che manca, e conferma che – anche grazie alle nuove tecnologie comunicative – si può e si deve organizzarla. E che bisogna prestare attenzione a tutti i suoi possibili embrioni, per quanto lontani dagli schemi operaisti e fabbrichisti d’antan.” Ciò che non è in alternativa ma complementare, si capisce, all’organizzazione degli operai e dei proletari là dove continuano ad esserci grandi concentrazioni di sfruttati/e: le grandi fabbriche, i grandi stabilimenti della logistica, i grandi poli industriali.

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Il grande sciopero del 2021

Di Jack Rasmus

La migliore definizione di sciopero è: “i lavoratori sospendono il loro lavoro” per migliori salari e migliori condizioni di lavoro. La saggezza popolare impone che i sindacati scioperino. Ma attualmente non è così. I lavoratori scioperano ma non sono necessariamente iscritti al sindacato. Questo fatto è evidente oggi, poiché milioni di lavoratori negli Stati Uniti si rifiutano di tornare al lavoro. “Sospendono” il loro lavoro in cerca di salari migliori e di un futuro. Stiamo assistendo al “Grande sciopero del 2021” ed è composto per lo più da milioni di lavoratori non sindacalizzati e sottopagati! I lavoratori sono tornati al lavoro a un ritmo di 889.000 al mese nel secondo trimestre del 2021 (aprile-giugno) quando l’economia si è ripresa. Secondo l’Economic Policy Institute, tale media è scesa a soli 280.000 al mese durante il terzo trimestre del 2021 (luglio-settembre), che si è appena concluso. La cifra più recente di settembre è stata di soli 194.000 nuovi posti di lavoro, secondo il rapporto mensile sullo stato dell’occupazione del Dipartimento del Lavoro. Questa cifra non corrisponde alle previsioni degli economisti tradizionali, che contavano su un aumento di circa 500.000 unità.

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