Razzismo istituzionale: due denunce del Comitato lavoratori delle campagne e della CUB

Pubblichiamo qui di seguito due denunce (che ci sono giunte oggi, 20 gennaio) di altrettanti casi di razzismo istituzionale (o di stato), l’uno riguardante i braccianti immigrati di Rosarno, l’altro un rider di Milano. In entrambi i casi le politiche discriminatorie, la negazione dei diritti più elementari, come il diritto alla casa e al permesso di soggiorno slegato da ogni altra condizione, o il diritto allo svolgimento dell’attività sindacale, tutto sono salvo che confinate ai soli lavoratori immigrati direttamente coinvolti. Abbiamo dedicato il n. 3 della nostra rivista “Il Cuneo rosso” alla guerra contro gli immigrati, perché consideriamo l’azione di contrasto ad essa e la più stretta unità tra lavoratori autoctoni e immigrati una questione-chiave del nuovo movimento proletario. E non ci stancheremo di riproporre questo impegno come caratterizzante, più di quanto sia ora, sia del Patto d’azione anti-capitalista che dell’Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi. Al di là della condivisione o meno di questo o quell’aspetto delle denunce che ci arrivano, riteniamo prioritario dare ad esse ospitalità. E se funzionassimo un po’ meglio, avremmo dovuto dare risalto ai molti articoli di denuncia delle infami condizioni in cui l’Italia del governo Conte e l’Unione europea della von der Leyen tengono migliaia e migliaia di immigrati in Bosnia e in tutta l’area balcanica, per non parlare di Lesbo, della Libia e di tutto il resto.

Razzismo istituzionale in salsa rosarnese

Ora basta, dateci le case!

La notizia, per i media, è quella dell’arresto del sindaco di Rosarno per collusione mafiosa. Non è una notizia che chi raccoglie gli agrumi nella Piana di Gioia Tauro vive ancora in campi di lavoro – fatti di tende e container che somigliano sempre di più ad una baraccopoli, provvisti di servizi minimi ma sottoposti a sorveglianza costante – quando non in case fatiscenti senza nemmeno quei servizi. Non è una notizia nemmeno il fatto che negli ultimi mesi, dopo l’individuazione di alcuni soggetti positivi al COVID all’interno di queste quasi-carceri, tutti gli abitanti siano stati sottoposti a misure restrittive abnormi ed insensate, che poco o nulla hanno a che fare con la tutela della salute e molto con il razzismo istituzionale. Né è una notizia quello stesso razzismo istituzionale, nemmeno quando emerge in modo conclamato da un’operazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha portato tra gli altri all’arresto del sindaco e di un consigliere comunale di Rosarno. Giuseppe Idà, intercettato, non ha avuto peli sulla lingua nell’ammettere quello che è sempre stato sotto gli occhi di chi voleva vedere, e cioè che la politica rosarnese ed i suoi padrini non potevano accettare di assegnare delle case popolari ai ‘niri’. Certo, gli africani non votano – ed anche questo è un aspetto del razzismo istituzionale.

Ma ora che la verità è stata messa nero su bianco, che cosa cambierà per chi lavora senza tutele, nella precarietà più estrema, rischiando ogni giorno un’aggressione che potrebbe costargli la vita? Da prima dello sgombero in grande stile di una delle precedenti incarnazioni della Tendopoli di San Ferdinando, nel marzo 2019, i lavoratori africani chiedono che vengano loro assegnate quelle case, finanziate da fondi europei espressamente per alloggiare gli stagionali stranieri.

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